Ponte

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La parola della settimana

La parola scelta, nel nostro paese e per la città di Genova, resterà per sempre legata al ricordo di una tragedia che poteva e doveva essere evitata. Una pagina dolorosa e triste e un segno del complessivo degrado non tanto della tecnica, della scienza, quanto dell’attenzione dell’uomo ai suoi stessi manufatti e la consapevolezza delle loro caratteristiche positive e negative. Allo stesso tempo, il nuovo ponte intitolato al santo protettore del capoluogo ligure non può certamente lenire e allontanare il ricordo e il dolore, ma rappresenta a suo modo l’orgoglio di una nazione che ha voluto mettere da parte le proprie meschinità, i propri egoismi e provare a lavorare e a costruire … e basta! Un segno anche questo che, per quel che può valere, è in onore di quelle 43 persone che da semplici viaggiatori si sono trasformati in vittime di un assurdo vivente: il crollo del Morandi, ritenuto negli anni il ponte più monitorato e controllato di sempre, dove senza sosta venivano compiute manutenzioni e non solo di routine. Anche chi scrive in vita sua lo ha percorso decine di volte in una direzione e nell’altra!

Ieri, il passaggio delle prime auto sui nuovi oltre mille metri di viadotto che ricongiungono l’ovest e l’est della città, della Liguria e dell’intero quadrante occidentale del paese, ha rappresentato una sorta di ponte tra il passato, tragico, e il domani che si spera possa essere migliore soprattutto per onorare la memoria di chi non c’è più. Un dolore quello dei familiari che nessuna opera, nessuna parola, nessuna giustizia potrà mai colmare. Eppure, il corso lento ma inesorabile delle indagini, delle inchieste dovrà fare luce, chiarire, spiegare l’inspiegabile, quello che si riteneva impossibile.

E un ponte dovrà anche essere ricostituito tra chi quel manufatto aveva in concessione, sotto controllo e che non ha saputo difendere. Un ponte non sentimentale, ma di chiarezza, di responsabilità e di dignità. Tutti infatti conserviamo il ricordo della “timidezza”, il silenzio colpevole, dei responsabili primari, i dirigenti della società Autostrade, e subito dopo quello ammutolito e incapace di reagire degli azionisti di controllo.

Una situazione surreale nella tragedia. In un mondo fatto di chiarezza e responsabilità i vertici della società avrebbero dovuto rassegnare le proprie dimissioni un minuto dopo il crollo, restando a disposizione degli inquirenti, dello Stato. Un gesto che avrebbe indicato non assunzione di responsabilità che oggi a distanza di due anni ancora attendono di essere chiarite, ma senso di responsabilità per una tragedia, per un evento irreparabile. Non è avvenuto e il vertice primo è stato allontanato a fatica e quasi in silenzio molti, troppi, mesi più tardi.

Un altro silenzio, fatto di imbarazzo ma non per questo meno grave, quello degli azionisti di maggioranza della società, della holding di controllo. Anche in questo caso, un minuto dopo la certezza della tragedia si sarebbe dovuta levare alta la voce e la richiesta di immediate dimissioni dei vertici ormai compromessi dall’accaduto. Anche questo non è accaduto. Così, il crollo del ponte ha fatto anche crollare un rapporto di fiducia con una delle espressioni più significative del “made in Italy”, nonché dell’affidabilità di esso. Cosa sia accaduto e perché forse un giorno lo sapremo, quando qualcuno scriverà magari un libro, fra qualche anno o decennio.

Quello che sarà difficile ricostruire sarà proprio questo “ponte” e lo stesso messaggio cosmopolita che da sempre ha contraddistinto quel modo di essere italiani nel mondo.

Quello che invece dovrà essere costruito, in fretta e con estrema completezza, sarà invece il “ponte” della verità sull’accaduto. Perché è avvenuto qualcosa che non doveva accadere, quali sono state le carenze, i ritardi, che hanno messo in moto un processo catastrofico. Cosa non è stato fatto, perché non è stato fatto, e se è stato fatto male perché questo è avvenuto. E ancora, le società concessionarie, proprio in relazione alla manutenzione dei manufatti in loro controllo, dovevano essere vigilate dalle strutture dello Stato a questo delegate, in primo luogo l’Anas. Dove era allora quest’ultima nelle fasi di controllo della manutenzione rivelatasi carente e incompleta, perché nessuno allarme, nessun intervento è stato fatto?

E come non ricordare nelle ore concitate del dopo crollo, le affermazioni di responsabili del governo che invocando revoche e nazionalizzazioni del settore volevano proprio affidare all’Anas la rete del concessionario? Quis custodiet custodem, diceva la giurisprudenza romana, ovvero chi controlla il controllore. Come a dire che la catena di comando si sa da dove parte in basso, ma non dove arriva in alto.

Per onorare degnamente le vittime la giustizia dovrà essere fatta, la verità raggiunta, le responsabilità sanzionate!  

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