Un governo (e un’opposizione) delle contraddizioni

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Un’estate sospesa, eccessiva o minimalista, un paese dalla rotta incerta

Uno sguardo disincantato ma non superficiale alla situazione politica del nostro paese ci trasmette senza alcun dubbio, un vero caleidoscopio di contraddizioni, di complessità in apparenza insuperabili. Un affresco che riguarda tanto la coalizione di maggioranza e i suoi componenti quanto il variegato mondo delle opposizioni. La sensazione palpabile di fronte alle sfide del dopo pandemia, della lotta al virus che deve continuare e allo stesso tempo la messa a punto di tutti gli strumenti capaci di riavviare l’intero sistema prostrato dal lockdown e dalla crisi mondiale, è che di buone intenzioni ve ne sono molte, di risposte reali ed efficaci non molte, di retro pensieri che informano l’agire di chi è al governo, in Parlamento, nei territori, sin troppe.

Se non avesse il senso amaro di una ironia basata su una drammatica, spesso tragica, stagione, potremmo dire che le certezze del presidente del Consiglio stretto tra il Pd che vuole riuscire a restare al governo, i cinquestelle che si aggrappano per restarvi, e le opposizioni che ambirebbero scalzare gli avversari, sembrano più speranze che reali possibilità. L’indubbio risultato al Consiglio Europeo, la previsione di un sostanzioso aiuto economico per il nostro paese attraverso il recovery fund sembra già archiviato nel pullulare di intendimenti, fraintendimenti, scontri nascosti, lotte intestine, che attanagliano i due pilastri della maggioranza. Come su un Titanic ignaro del suo destino, il disegno del premier di gestire la fase della ripresa rischia ogni giorno gli iceberg che dall’ignoto nord continuano ad apparire minacciosi per la navigazione. Più ostenta sicurezza sul suo futuro più il presidente del consiglio misura l’aleatorietà della coalizione. E, comincia anche a porsi una domanda personale: dove collocarsi, mettere in piedi un proprio movimento o avvicinarsi ai cinquestelle di provenienza oppure al Pd. Per ora la volontà di restare alla guida del paese prevale e fa premio su intenti dilatori e divisori. Ma all’impatto con il Parlamento che prima o poi dovrà arrivare dopo l’emergenza e i suoi decreti, molto potrebbe cambiare.

Il nodo più evidente di ogni giorno della politica è che tutti, incuranti del virus, persino della messe di denaro in arrivo dall’Europa, guardano alle prossime elezioni locali, ai candidati, alle coalizioni, nel solito tripudio delle ovvietà, delle parole d’ordine immutabili, dei propositi di rinnovamento, sviluppo, soluzione e via così!

Ecco allora che Palazzo Chigi, insieme al Quirinale, sembrano due promontori quando c’è l’alta marea, unici luoghi in cui con molte difficoltà si cerca di guardare all’insieme, al sistema e non ai suoi pezzetti. Ma è purtroppo là in basso, tra i marosi che si fanno e disfano alleanze, accordi, intese, ci si intende e ci si fraintende. Ognuno cerca peraltro, quasi logicamente, il proprio tornaconto per il dopo che nessuno conosce.

Elementi di questo complesso mosaico sono in primo piano i cinquestelle e il Pd. I primi non sanno più esattamente cosa sono e cosa vogliono essere. L’eclissi del guru, al netto delle offese ai romani (e alla città del governo), sta facendo allo stesso tempo esplodere e implodere il movimento. Ultimo esempio l’idea lanciata come fosse una panacea di chiamare una donna alla guida! Con tutto il rispetto per le donne, il solo fatto che il dibattito dei colleghi uomini le indichi come soluzioni nella baraonda in cui si è mutato il movimento mostra evidente la confusione. L’assunto della diversità del governare prima dei grillini e ora delle grilline non ha infatti molti elementi a suo sostegno e questo in tutti i centri grandi, medi e piccoli, dove hanno avuto e hanno responsabilità. Essere quindi indicate come fiore all’occhiello non è una gran trovata non essendo nata da un movimento dal basso, bensì nelle menti ormai confuse di dirigenti che non sanno come risollevare la loro creatura.

Da queste contraddizioni e di fronte ad esse il Pd non sa che pesci pigliare. Chi vorrebbe apparentare i pentastellati di sinistra (ammesso che sia possibile enuclearli e individuarli) maneggia la sabbia; e chi vuole aprire con loro un confronto rischia di confrontarsi con sé stesso senza interlocutori. Per di più è lo stesso Pd ad avere più di un problema. Per un partito che dovrebbe cambiare il passo del paese, fare sempre riferimento a valori del passato non è una grande aiuto, soprattutto per l’evidente iato che nel tempo si è creato tra quei valori, soprattutto, di democrazia e libertà, e la reale condizione del paese e della stessa politica. Il nuovo richiede saldi ancoraggi, ma anche idee nuove e capacità di trasfondere i primi nelle seconde. Non occorre un’aquila per capire che nulla di questo continua ad accadere e che ogni evoluzione o involuzione, tipo Italia Viva provoca la solita vecchia risposta stalinista. Dunque, resta la gestione del potere ancora una volta arrivato senza elezioni e consenso ma per giochi di palazzo. Una contraddizione difficile da sciogliere e superare in positivo, mentre incombono emergenze di ogni tipo.

Il fronte delle opposizioni, al di là di piccole sigle, di movimenti appena nati e dall’incerto destino, registra l’unica novità di rilievo, la crescita a due cifre di Fratelli d’Italia, l’avvicinarsi del duello di leadership con la Lega, la difficoltà di esistere e di collocarsi di Forza Italia. Anche qui, al di là del collante di coalizione, ritenuta anche dai sondaggi in testa, ormai da troppo forse, le contraddizioni sono patenti e visibili. L’ex cavaliere vuole un dialogo con il governo consapevole della stagione economica e delle risorse imponenti in arrivo immaginando dopo la lotta politica tout court. E questo lo pone in contrasto con la leader di Fratelli d’Italia che a sua volta tende a scontrarsi sempre più con le rudezze leghiste tanto da enucleare un euroscetticismo ma per rifondare una nuova Europa e non per immaginare exit disastrose. Anche per la Lega la stagione non è tranquilla. La guida salviniana comincia a subire evidenti contraccolpi e pur nel piattume apparente il leader viene spesso contestato dal settore più responsabile e governativo. Tutte contraddizioni insomma che non facilmente potrebbero sciogliersi nel “volemose bene” di un risultato elettorale favorevole. E qui, è l’ultima contraddizione per tutti: nessuno sa in questa Italia ferita e spossata dalla pandemia quale sia il vero sentire degli italiani e quale sarà la volontà che essi esprimeranno al momento del voto, locale domani, nazionale dopodomani, ovviamente nei disegni dei continuisti, dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato!

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