Libano: l’onda d’urto

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Un’onda d’urto capace di spazzare via vent’anni di fallimentare politica libanese. Le conseguenze della drammatica esplosione avvenuta il 4 agosto scorso, che ha raso al suolo il porto di Beirut ed interi quartieri affacciati sulla corniche della capitale libanese, ha impresso una scossa in grado di cambiare radicalmente gli equilibri di forza del Paese dei Cedri.

Le dimissioni del Governo guidato dal tecnocrate Hassan Diab sono state un atto obbligato, dopo le proteste definite ”i giorni della collera” che hanno lasciato sul terreno decine di vittime e centinaia di feriti. Una valanga di rabbia cresciuta di giorno in giorno, con scene di guerriglia urbana che hanno messo a dura prova le forze dell’ordine libanesi, in grado di fronteggiare a stento l’indignazione popolare che ha portato migliaia di cittadini in piazza per chiedere sostanziali cambiamenti ed una commissione d’inchiesta che faccia luce sulla più grande esplosione non atomica dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Uno tsunami costato la vita ad oltre 250 persone, che sta travolgendo i potentati politici e i clan d’affari che hanno dominato la scena pubblica libanese nell’ultimo ventennio.

Il Libano dal dopoguerra ad oggi si basa su un fragile equilibrio multiconfessionale nel quale più che i partiti contano i vari clan radicati da generazioni. Il Governo, frutto di un fragile compromesso tra la fazione sciita dominata dal movimento Hezbollah e quella cristiano-maronita rappresentata dal Presidente Michel Aoun (ma osteggiata dalle altre famiglie cristiane come i Gemayel e i Geagea), da mesi era alle corde per la crisi economica che attanaglia il Paese, diventato in questi anni la retrovia della guerra civile siriana con il suo carico di profughi e rifugiati.

Una situazione esplosiva detonata definitivamente a causa della catastrofe che ha azzerato il porto di Beirut, il più importante hub marittimo del Levante. Una perdita per l’economia libanese che ammonterebbe ad oltre il 30% del PIL, un crollo in grado di scatenare una reazione sociale che potrebbe avere conseguenze in tutta la regione.

Per fare fronte ai bisogni più urgenti della popolazione, si è tenuta una Conferenza dei Paesi donatori sponsorizzata dalle Nazioni Unite che ha stanziato 250 milioni di euro per consentire alla macchina dei soccorsi di gestire le esigenze più impellenti. Solo lo smaltimento dei detriti che hanno invaso l’area limitrofa al porto è un’operazione che richiederà settimane di duro lavoro. Una goccia nell’oceano se si pensa alle necessità reali di quella che fino a mezzo secolo fa era considerata la Svizzera del Medio-Oriente.

A svolgere un ruolo di primissimo piano in questa delicata fase politica è la Francia di Emmanuel Macron, il solo Capo di Stato europeo a recarsi in visita nella città sfregiata. L’inquilino dell’Eliseo ha assicurato il proprio sostegno, sia per quanto riguarda lo stanziamento di fondi sia per fare luce sulle reali responsabilità dell’accaduto.

A 10 giorni di distanza dall’esplosione, che ha causato una voragine di oltre 40 metri di profondità, appare sempre più chiara la matrice dolosa della deflagrazione. Le 2500 tonnellate di nitrato d’ammonio, stipate dal 2013 in un hangar del porto, secondo gli esperti, non sarebbero state in grado di generare un’esplosione di tale dimensioni. Appare dunque sempre più probabile che a scatenare l’inferno sia stato un missile o una carica detonante che ha innescato la catastrofe. A suffragare questa tesi ci sarebbe anche il fungo rossastro generato dallo scoppio, il che indurrebbe ad ipotizzare la presenza di materiale bellico.

Il rebus sul quale dovrà fare luce la commissione d’inchiesta è estremamente complicato. Il Libano è da decenni terreno di scontro tra le potenze regionali come Iran che controlla il movimento Hezbollah ed Israele, acerrimo nemico del regime degli ayatollah. Non si esclude dunque che dietro l’esplosione di Beirut, ci possa essere l’ennesimo capitolo della guerra sempre meno segreta tra questi due Paesi.

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