La fine della diversità

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Il movimento cinquestelle sempre più vicino a partito tradizionale

La prima metà del mese centrale dell’estate, quello che stiamo vivendo nel modo complesso e difficile che la pandemia ci ha portati a fare, ci sta mostrando un fenomeno certamente interessante e anche un po’ disarmante: la trasformazione del movimento cinquestelle in un qualcosa di sempre più simile ad un partito tradizionale ammesso che in questa nostra strana repubblica, ve ne sia ancora qualcuno. E questo apre scenari ancor più accattivanti per l’analisi di quanto sta accadendo. 

Il primo elemento di analisi è l’evoluzione/involuzione o meglio forse definirlo il mutamento di colui che ha immaginato e plasmato insieme all’altro guru tecnologico, la creatura grillina: quella dei cittadini portavoce, dell’uno vale uno. Salvo poi a mostrare chiaramente che al vertice del partito non partito, del movimento fluido, vi era una mente, la sua e quella del suo socio. Nacque così la figura del garante dai poteri di intervento illimitati poi certo delegati a strumenti puramente esecutivi di uno statuto non statuto, il tutto in un tripudio di non sense, di contraddizioni crescenti, di illogicità dettate non da tentativi di normalizzazione, ma dalla più banale ed ovvia delle motivazioni: la logica delle cose, il senso comune!

Ecco allora che in questo agosto pandemico e assolato, accade l’incredibile, l’inimmaginabile! Il guru istrionico fa uno dei suoi estemporanei interventi sulla politica nazionale indicando un’alleanza tra CDP e TIM per l’asset tecnologico cruciale per il paese: Cosa c’è di male, si dirà! Semplice che la TIM (allora Telecom Italia) è la compagnia dalla quale il guru cominciò il suo attacco al “potere”, partecipando alle assemblee, contestando decisioni, logiche industriali, persone e via dicendo. Anni ruggenti nei quali tutti attendevano il profluvio di battute al vetriolo, gli anatemi e via discorrendo di quello che era allora un simpatico comico in evidente ricerca di continuità. Da allora con il passare del tempo e con un processo inarrestabile, prima carbonaro, poi conclamato, i due guru diedero vita al meccanismo che con i meet up tentò di inventare un nuovo modo di fare politica in un paese bloccato e in cerca di novità. Dalla periferia delle piccole città, mano a mano, strani soggetti senza storia, inventandosi gruppi locali iniziarono a partecipare alla vita delle comunità, per meglio dire a fare una sola cosa: contestare ferocemente senza offrire programmi seri o alternative, la politica tradizionale.

Il bisogno degli italiani di trovare qualcosa di nuovo anche nella rappresentanza politica dopo l’ingessatura della prima e della seconda repubblica diede fuoco alle polveri facendo improvvisamente apparire dopo le amministrazioni locali, anche una creatura senza particolare forma, alla ribalta nazionale. Il voto degli italiani ha poi dato sanzione ufficiale all’esistenza di qualcosa che tuttavia non esiste in termini tradizionali ma sulla cui diversità si comincia da tempo ad avere qualche dubbio.

Lo stato delle cose, dunque, ci porta ad analizzare il presente. E in questo presente, la famosa dichiarazione su CDP/TIM manifesta un rovesciamento radicale di prospettiva. Il guru ora si pone come maieuta del futuro tecnologico, entra in medias res, dopo aver tenuto sempre un distacco “profetico” dalle cose. Due le ragioni: dover mostrare ancora la sua presenza mente i grillini cambiano pelle, due la supplenza ad un evidente vuoto sul fronte dell’altro guru scomparso, dove la creatura gestita dal figlio non sembra in grado di rappresentare politicamente quello che il grillismo è oggi.

Che cosa è allora oggi questo movimento? Impresa titanica definirlo mentre i consensi scendono e le divisioni interne divengono esplosive come pure le defezioni peraltro dovute in gran parte al prosaico divieto di terzo mandato. Ed ecco il colpo di scena, di teatro, funambolico e immaginifico: pur di tentare di mantenere l’amministrazione di Roma, il sostegno alla più impresentabile delle creature grilline, la prima cittadina della capitale, sintesi della velleità e dell’inconcludenza pentastellata, per la quale il guru comico chiede e ottiene dal voto della piattaforma Rousseau, o meglio da meno di un terzo degli iscritti alla piattaforma, il superamento di quello che era il baluardo della diversità grillina: il divieto del terzo mandato, simbolo del potere degli altri, della prima e seconda repubblica, della politica tradizionale, per perpetuare se stessa.

Due elementi, due fattori cruciali che più di battute, dichiarazioni, anatemi mostrano il mutamento non palingenetico ma più banalmente trasformista del movimento, di quel che ne resta, verso un approdo aborrito e temuto da sempre: la normalità di essere un partito che deve strutturarsi, organizzarsi per sopravvivere e per cercare di fare la cosa più ovvia in apparenza: rappresentare i cittadini in politica, esercitare in loro nome la sovranità popolare, cioè quel compito da loro negato per insensatezza e che si ripropone e che nei decenni ha messo in crisi e fatto deflagrare la politica tradizionale.

O forse, è stato tutto un equivoco? I vecchi partiti non ci sono quasi più (si pensi alle convulsioni del Pd) e i nuovi non sono tuttora riusciti a prendere forma se non imitando quelli vecchi magari riverniciando porte e finestre. Eppure, che il movimento cinquestelle navighi per divenire una forza politica più “normale” pur nell’ordine delle cose è certamente qualcosa di esplosivo, dissacrante, inaccettabile per la diversità vera o presunta di quanti li hanno scelti per cambiare. Quanto accade mostra sempre più l’attualità della mitica figura del “gattopardo” descritto da Tomasi di Lampedusa: che tutto cambi, perché nulla cambi!

E l‘afflato del Pd per trovare accordi negli enti locali con i grillini e mantenere il potere, ne è la controprova più lampante. Addio diversità ontologica: è sempre la stessa storia! 

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