OTIUM, dolce far niente

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Ozio latino, sano, ricostituente, costruttivo, illuminante.Un investimento nel futuro

Chiedo venia per il prolungato silenzio, in tempi in cui il tacere non è più di moda.

Tuttavia, confesso che in alcuni casi non riesco proprio a farne a meno.

Alcuni me ne hanno chiesto conto e devo loro, oltre alle scuse, una spiegazione.

Ho taciuto, sia per non ripetere cose già dette meglio da altri, sia per una sensazione di lutto che mi affliggeva.

Il passato mi suonava lontano, il presente indecifrabile, il futuro incerto.

Ho così pensato fosse meglio risparmiarvi le mie elucubrazioni al riguardo, alle quali ha senza dubbio contribuito il lock-down, ma che in realtà avvertivo essere più profonde e remote.

Un lutto originato dal fatto che mi erano venuti improvvisamente meno alcuni elementi che ritenevo fondamentali per il mio esistere. Le certezze su cui si era sempre basata la mia vita.

Percepivo il cambiamento in atto, ma mi sentivo incapace di decifrarlo, di descriverlo.

Di qui lo sconcerto. Non tanto per il coronavirus, che pure è certamente stato scatenante, quanto per una sorta di metamorfosi peggiorativa – non solo della mia persona, ma anche della società. Una trasformazione, inversa a quella della farfalla, che avvertivo essere in corso. Come se le farfalle fossero destinate a perdere la loro leggerezza, i loro colori, le loro ali; e fossero condannate a trasformarsi in bruchi.

Dalla libertà alla prigionia, dalla emancipazione alla coazione.

Insomma, come se il mondo si fosse improvvisamente capovolto e avesse perso quell’alimento che nei momenti più difficili gli aveva da sempre dato la forza di andare avanti: la speranza.

Il peggio è che questa sensazione fondava, e ahimè fonda ancora, su dati di fatto.

La natura, la democrazia, la politica, la finanza, l’economia, la giustizia, la cultura e quant’altro vanno a rotoli.

Per quanto concerne la natura e il clima, ca va sans dir, lo abbiamo detto e ridetto. A partire dal nostro primo convegno (www.romesymposiumclimatechange.org).

Per quanto riguarda la democrazia, anche se è pacifico che molte costituzioni e leggi applicative non siano più adeguate ai tempi, speriamo tutti che non vengano toccate solo perché temiamo che verrebbero peggiorate; sia per l’inadeguatezza, che per la malafede, dei nostri rappresentanti.

Quanto alla politica, al di là della preparazione degli eletti (vds. gli articoli di Roberto Mostarda che seguono), sappiamo che in alcuni paesi (Italia, Lussemburgo, …) governano da anni premier che non sono stati eletti; in altri, personaggi che lo sono stati in modo sospetto (uno per tutti Lukashenko); altri, con aiuti controversi (USA, Turchia), altri ancora, con forme di convincimento poco ortodosse.

In tema di finanza e (ovvero di valute, mercati, piattaforme, cripto-valute, baratti o monete complementari) rinviamo all’articolo di Glauco Benigni che segue e alla noterella redazionale che l’accompagna.

Quanto all’economia, la speculazione, la disparità e l’ingiustizia sociali sappiamo crescono di pari passo all’incremento demografico; eppure, le banche sono in crisi, tutti avvertiamo che qualcosa sta cambiando.

Quanto alla giustizia, a prescindere dagli scandali di questi giorni, dagli abusi e dalle indebite invasioni di campo ad opera dei magistrati, è ormai pacifico che sia impossibile per il numero delle cause pendenti, la mole dei fascicoli, la scarsità di mezzi e di personale, la inadeguatezza delle strutture (specie in tempo di COVID). Un magistrato onesto – e la maggioranza lo è – non può materialmente studiare approfonditamente un caso, ergo fare giustizia, senza “tradire” il suo “Ufficio” e trascurare o ritardare gli altri casi.

Quanto alla cultura siamo subissati da scrittori, artisti, critici, prodotti di ogni tipo, ma trovare qualcosa da leggere, ascoltare o vedere è un’impresa.

E così via. Chi più ne ha più ne metta.

Eppure, sino a ieri, se qualcosa andava male, o non ci stava bene, sapevamo con chi prendercela e con chi protestare. Non è che riuscissimo a migliorare qualcosa, ma almeno ne parlavamo e smuovevamo le acque, aspettando il miracolo come alla piscina di Betzaeta.

Oggi le acque sono ferme, inamovibili, stagnanti, e nessuno crede più nei miracoli.

Di qui la difficoltà di comprendere il presente, trarre ispirazione dal passato e interpretare il futuro.

Per fortuna è sopraggiunto il Ferragosto; e con questo l’otium, quello latino, ovvero il tempo di riprendersi lasciandosi andare; vivere e pensare, senza l’obbligo di farlo per qualcosa di profittevole.

Un distacco che mi ha offerto una diversa visuale e un nuovo approccio alla realtà.

Il lutto è rimasto, ma il distacco mi ha aiutato a elaborarlo, incoraggiandomi a guardare il tutto in un’ottica diversa; con un maggior senso del dovere, e man mano anche del piacere.

Il dovere – piacere di coltivare la speranza. Perché, lo si voglia o no, la risposta a quanto ci accade, il nostro futuro, dipende da noi. Sta in quello che sapremo fare, a dispetto di quanto la situazione possa esser scoraggiante o dura.

Mi spiego. Quella che noi chiamiamo crisi è in realtà la diversa normalità alla quale dobbiamo adattarci e agire. Era iniziata molto prima del COVID 19 e i segnali erano chiari: crollo dell’ecosistema; nascita e flessione del globalismo; affermarsi di localismo e sovranismo; moltiplicazione di disparità; sfiducia nelle istituzioni. Questi erano solo i primi indizi.

Ne sono seguiti altri: la percezione della crisi della democrazia e la scarsa rappresentanza sociale; l’esplosione di “bolle” economiche, immobiliari, occupazionali; e ancora, la decadenza sia degli organismi internazionali che dei poteri statuali; l’affermazione di multinazionali nate dal nulla; il crepuscolo della giustizia; la notte della politica, la crisi della democrazia; e così via …

Da ultimo, la pandemia; che non sappiamo ancora se mai finirà.

In sintesi, sono totalmente cambiati i parametri di riferimento e stiamo vivendo una nuova e diversa realtà, che non conosciamo ancora ma con cui dobbiamo inevitabilmente confrontarci. Dobbiamo fare l’abitudine a questa anormalità, allo stato a noi ancora sconosciuta, densa di incognite e indeterminatezze, che pertanto ci fanno paura. Non tanto per quello che abbiamo passato, né per quello che ci dicono potrebbe tornare, ma per l’incapacità di comprendere il nuovo mondo.

Un mondo in cui sono cambiati tutti i principi ai quali eravamo soliti fare riferimento e non siamo più capaci di immaginare; ma che è quello che ci attende e dovremo tutti affrontare. Insieme.

Rileggendo queste righe buttate giù dopo tanto silenzio sto pensando che forse avrei fatto meglio a continuare a star zitto. Eppure, non è più tempo per tacere.

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