L’utopia di Basaglia tra luci e ombre

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Cosa resta, dopo quarant’anni, della legge contro i manicomi

Quasi nel completo silenzio dei media, lo scorso 29 agosto ricorrevano quarant’anni dalla mortedi Franco Basaglia, l’uomo che ha rivoluzionato il concetto allora in uso della psichiatria facendosi promotore della legge, la 180/78 in tema di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, più conosciuta come la legge per la chiusura dei manicomi.

Una legge, però, vista da molti critici incompleta con il limite della mancata definizione dei servizi e di presidi alternativi all’Ospedale Psichiatrico e delle conseguenti linee guida per una vera applicazione normativa. 

Non so sinceramente quanto le giovani generazioni conoscano l’opera di questo psichiatra veneziano, ma certamente andrebbero riletti i suoi studi sulla pazzia e sulle terapie per sconfiggerla.

Concetti allora certamente rivoluzionari per chi credeva che il pazzo non era una persona, ma quasi un oggetto da lasciar marcire in un manicomio.

Idee condivisibili come principio, molto meno per la sua attuazione concreta.

Le idee di Basaglia videro la luce negli anni della tormentata “contestazione” del ’68, dove bastava identificare idealmente un problema perché esso, come per incanto, non esisteva più e dove tutto veniva riportato alla lotta di classe.

Ogni cosa diventava politica e anche la medicina divenne politicizzata; andava liberata dalle pastoie e dallo sfruttamento del capitalismo borghese.

Erano gli anni in cui nasceva la cosiddetta medicina democratica e la malattia mentale ne divenne un tassello importante in questa vera, è il caso di dire, follia demagogica; non più identificata come patologia da curare, ma come frutto delle circostanze ambientali e sociali in cui era vissuta la persona.

La follia è una condizione umana. – affermava Basaglia – In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia” (in Conferenze brasiliane, 1979).

In pratica siamo tutti folli e, dunque, per assioma nessuno è folle; e a questo si deve aggiungere che la malattia mentale era, seguendo questa logica, il frutto della società concepita  come qualcosa di separato dalla realtà umana, dimenticando che la società in quanto tale siamo tutti noi, nessuno escluso, nel bene e nel male a meno che, come affermavano Basaglia e i suoi estimatori, la società andava divisa in classi: quella operaia, sfruttata e quelle borghese e capitalista degli sfruttatori.

Concetti che non avevano nulla di scientifico, ma di pura ideologia politica facilitati dal momento storico in cui era l’Italia e l’Occidente in genere, dove la cultura allora emergente della sinistra nello scenario nazionale, ben presto fece del giovane psichiatra veneziano un simbolo, tra i tanti, per le lotte non solo mediche, ma sociali e politiche, insomma l’uomo giusto da spendere per una alternativa al sistema allora democristiano.

Con la bandiera di una nuova psichiatria si arrivò al 1978 ad approvare la legge 180 per una psichiatria finalmente democratica che avrebbe liberato per sempre il malato mentale dalla degenza nei manicomi.

Ricordiamo – per ironia della sorte – che fu proprio un onorevole democristiano, Bruno Orsini, a presentarla in Parlamento.

Per me – diceva ancora Basaglia – che si parli di psicologo o di schizofrenico, di maniaco o di psichiatra, è la medesima cosa: sono tornati i ruoli, all’interno di un manicomio, che non si sa più chi è il sano o il malato”.

Fu, purtroppo, la classica legge all’italiana, come avviene tutt’oggi, approvata anche con i migliori intenti, ma con la quale non ci si curò di definire il dopo attraverso decreti attuativi e della loro applicazione.

Così questa legge del “libera tutti” dai manicomi, invece di salvare i poveri malati, portò loro tristi conseguenze perché la malattia, che certo non scompariva per decreto legge, lasciava colpevolmente questa povera umanità dolente disperata, abbandonata, allo sbando e senza un adeguato ricovero; con situazioni dolorose anche  per le sue famiglie, le uniche strutture, ricordiamolo, che la poteva accogliere, ma che non erano certo in grado di gestire situazioni difficili e anche pericolose, come purtroppo abbiamo letto nelle cronache nere; creando ferite dolorose e traumi giganteschi che una ideologia utopistica aveva concepito per loro. La legge aveva creato un vero “mostro legislativo” dimenticando di realizzare parallelamente strutture idonee e adeguate per queste persone che a causa di una degenza negli ospedali psichiatrici non avevano più un rapporto normale con la realtà circostante, avevano solo bisogno di avere intorno a loro un personale preparato per assisterli nel corso della malattia.

Una evidenza di queste storture legislative certamente, ma anche ideologiche, che allora come oggi, non era facile contestare.

Chi si scostava dal pensiero unico corrente della massa su questi temi, psichiatrici e non solo, veniva messo all’indice e considerato un aguzzino, un sostenitore di pratiche di tortura e di emarginazione per i poveri malati, di essere, ovviamente, al soldo del capitalismo; e perché no, anche fascista; dimenticando però che si aveva a che fare con persone malate che avevano il diritto di essere curate e non di fare parte di una mera lotta politica.

Cosa resta dopo quarant’anni dalla legge 180 che spazzò via i manicomi e dalla morte del suo ideatore Basaglia avvenuta appena l’anno successivo?

Non sta certo a chi scrive tirare le somme di una situazione così complessa come la gestione della malattia mentale e, per onestà intellettuale, bisogna riconoscere che l’allora giovane Franco Basaglia lanciò con coraggio la famosa prima pietra nello stagno contro una situazione ormai abberrante dei manicomi e della loro gestione.

Difficilmente, leggendo i suoi primi scritti sulla sofferenza della pazzia e dei metodi per rinnovare le cura per dare finalmente una dignità del malato, possiamo contestare questa visione; ma ciò che ha rovinato la sua visione rivoluzionaria, è stato l’aver voluto trasportare una patologia grave come quella mentale in politica senza però gli strumenti adeguati per affrontarla, quando questa povera gente aveva bisogno, come abbiamo già scritto, solo di cure e di attenzione come persone.

Insomma, una delle tante occasioni perdute per inseguire dei fantasmi ideologici che la storia avrebbe di lì a pochi anni poi condannato.


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