Turchia: la morte del diritto

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E’ morta ad Istanbul dopo uno sciopero della fame durato 238 giorni. Ebru Timtik era un avvocata di 42 anni che si batteva per i diritti dei più deboli e contro la deriva oscurantista imposta dal Presidente Recep Tayyip Erdogan. Una scelta di vita interrotta 18 mesi fa, quando è stata arrestata dalla polizia turca insieme ad altri 17 colleghi, con l’accusa di essere una fiancheggiatrice del DHKO/C, il Fronte Rivoluzionario della Liberazione Popolare, un’organizzazione di estrema sinistra considerata terroristica dal Governo di Ankara, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Ebru Timtik era stata condannata in primo grado ad oltre 13 anni di carcere ed era in attesa dell’appello, dopo che i vertici della magistratura turca avevano rimosso i giudici inizialmente designati per il caso favorevoli alla sua scarcerazione, sostituendoli con altri che hanno utilizzato alcune testimonianze anonime per accusarla. Una vicenda kafkiana, che l’aveva spinta insieme al collega Aytac Unsal, ad intraprendere il digiuno volontario, una forma di protesta estrema adottata da molti dissidenti politici turchi a partire dagli anni ’70.

I due legali hanno deciso di alimentarsi di sola acqua e zucchero dallo scorso febbraio, diventando larve umane, spossate nel fisico ma armate di un’incrollabile determinazione a far valere i propri diritti, in un sistema giudiziario che dai giorni del fallito golpe del 2016 ha fatto precipitare la Turchia in una spirale autocratica che ha di fatto abolito lo stato di diritto, privando migliaia di cittadini di un processo equo. Da quel fatidico luglio di 4 anni fa infatti, sono oltre 1500 gli avvocati arrestati dalle autorità di Ankara, una sorte che va di pari passo con l’altra categoria professionale maggiormente a rischio nella Turchia di oggi, quella dei giornalisti.

Per quanto riguarda l’informazione indipendente la situazione si è fatta talmente dura da aver spinto gli osservatori internazionali a coniare il termine “bavaglio turco”, affibbiato ad un regime che ha chiuso ogni testata critica e imprigionato oltre 200 giornalisti, privando al contempo decine di corrispondenti stranieri della possibilità di esercitare un lavoro critico soprattutto nella parte sud-orientale del paese, dove è in corso la decennale guerra contro il popolo curdo, degenerata da quando l’esercito della Mezzaluna ha invaso la parte nord-occidentale della Siria denominata Rojava.

Recentemente è stata addirittura approvata una stretta sull’utilizzo dei social-network, che consente alle autorità preposte di chiudere l’account di un cittadino che esprima pareri dissenzienti rispetto alla vulgata di turno del regime. Nella lista nera del Sultano non poteva mancare il mondo della cultura ed in particolare della musica. All’inizio di maggio è deceduto dopo uno sciopero della fame durato 323 giorni Ibrahim Gokcek, membro della gruppo musicale turco Group Yorum, una morte che fa seguito a quella di altri due componenti della band: Helin Bolek e Mustafa Kocak, anche loro stremati dall’estrema forma di protesta dopo essere stati incarcerati e torturati dalle autorità di Ankara. Il gruppo, fondato a metà degli anni ’80 era il punto di riferimento della musica impegnata turca, con testi che parlavano di storie di emarginazione, inneggiando ad un laicismo sempre più ostracizzato dal nuovo corso politico impresso dal Presidente Erdogan.

Un corso che ha portato recentemente a adibire nuovamente la Basilica di Santa Sofia in Moschea e dunque a luogo di culto, dopo che oltre 80 anni fa il fondatore della Turchia moderna Kemal Ataturk l’aveva sconsacrata facendola diventare un museo aperto ai visitatori di ogni fede. Un gesto simbolico, che allontana definitivamente la Turchia di Erdogan da quel percorso di avvicinamento all’Europa che solo qualche stagione fa sembrava la strada segnata del Paese anatolico.

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