Pianeta vuoto

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Pianeta vuoto. Siamo troppi o troppo pochi?
Darrell Bricker e John Ibbitson
Trad. Di Silvia Manzio
Demografia e scienza
Add Torino
2020 (orig. 2019)
Pag. 310, euro 18

Pianeta Terra. In prospettiva. Secondo le stime delle Nazioni Unite è un neonato fra domenica 30 e lunedì 31 ottobre 2011 il settemiliardesimo umano vivente al mondo. Prima eravamo qualcuno meno, poi e anche ora molti di più. Eppure, forse abbiamo già iniziato a non aumentare più. Il grande avvenimento che definirà il XXI secolo si verificherà tra circa tre decenni e sarà l’inversione della rotta moderna e contemporanea: un calo implacabile, generazione dopo generazione, della popolazione umana, il declino demografico dunque. I Paesi in cui la popolazione sta diminuendo sono già più di venti; nel 2050 saranno oltre trentacinque, i più grandi, i più ricchi. Presto anche i più grandi Paesi in via di sviluppo, i cui tassi di fecondità sono già in discesa, inizieranno a ridursi. È probabile che lo stesso sfrenato baby boom africano finisca ben prima di quanto non prevedano i demografi dell’ONU. Due giornalisti canadesi hanno per mesi viaggiato in diverse città nei cinque continenti, parlato con professori e funzionari di Stato, discusso nei campus universitari e nelle baraccopoli, raccolto dati statistici nazionali e internazionali, studiato e comparato le politiche capaci di aumentare il numero di figli per coppia, traendo infine una conclusione che considera sbagliata l’opinione della incontrollata duratura travolgente crescita demografica. La realtà attuale è che in tanti paesi europei e occidentali il numero di abitanti non cresce, anzi declina; già oggi percepiamo poco e assistiamo inermi al calo demografico (appena appena attenuato da immigrazioni sempre più avversate e complicate); nessuno riflette bene e politicamente sugli effetti dello spopolamento assoluto, ancor più evidente all’esterno delle grandi città, rispetto al quale non si potrà che abbracciare, prima o poi, sia l’immigrazione che il multiculturalismo.

Darrell Bricker (1961) e John Ibbitson (1955) sono due studiosi e commentatori politici fieri dell’approccio canadese alla quantità e qualità della vita dei propri cittadini. Nel recente interessante volume a quattro mani si pongono l’obiettivo di sfatare pregiudizievoli miti (alimentati da molti statistici, demografi e politici un po’ ovunque sul pianeta) che circondano la crescita della popolazione. No, non continueremo a produrre esseri umani fino a che il mondo cigolerà sotto il peso di più di undici miliardi di persone; più probabilmente raggiungeremo un picco di nove miliardi e poi inizieremo a calare. No, i tassi di fecondità dei Paesi in via di sviluppo non sono astronomici; molti sono già pari o inferiori alla soglia di sostituzione. No, l’Africa non è un continente condannato alla povertà cronica con una popolazione in costante crescita ma senza le risorse per sostenerla; è un continente dinamico, con economia in continua evoluzione e tassi di fecondità in rapido calo. No, gli afroamericani e i latinoamericani non sommergeranno l’America Bianca (né gli arabi l’Europa) con i loro vertiginosi tassi di fecondità; di fatto la fecondità dei gruppi etnici tendono a uniformarsi a quella del paese d’immigrazione. Il “vuoto” del titolo è enfatico e polemico, concentrato sul “minare” opinioni consolidate; come altre affermazioni e aggettivazioni vanno prese per riflettere e approfondire questioni su cui spesso abbiamo in testa schemi e convinzioni errate. I primi due capitoli servono a contestualizzare evoluzione e pensiero, quanto avvenne nel passato planetario e nella cultura diffusa, pur in modo sintetico e talora impreciso. Il primo narra la “breve storia della popolazione” di Homo sapiens, soprattutto per evidenziare come abbiamo rischiato più volte prima di non esistere, poi di estinguerci o di non preservare il sapere perduto, salvandoci (da eruzioni e terremoti, cambiamenti climatici e pandemie) solo con sapienti movimenti lenti e indispensabili continue migrazioni, spesso guerreggiando e urbanizzandoci sempre più. Il secondo spiega l’emersione culturale del mito dell’esplosione demografica, Thomas Robert Malthus (1766 – 1834) e i suoi figli. I successivi capitoli esaminano i diversi contesti geografici oggi e in prospettiva: Europa, Asia, Africa, Brasile, Stati Uniti, Giappone, Canada e altre aree, intervallando questioni specifiche (i bambini e le nascite, spinte e trazioni delle immigrazioni, l’estinzione culturale delle lingue e dei popoli). Il taglio è demografico e inevitabilmente ridotta l’attenzione verso altri aspetti (climate change, geopolitica del potere, commerci e mercati, oppressioni vecchie e nuove).

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