Turchia-Grecia: un’escalation pericolosa

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La scoperta di consistenti giacimenti d’idrocarburi al largo delle coste di Cipro, sta facendo salire la tensione nelle acque del Mediterraneo Orientale. Nelle scorse settimane unità navali della marina greca e turca si sono affrontate speronandosi nei pressi delle isole del Dodecaneso, causando una crisi stemperata in parte dal lavoro mediazione di alcuni Paesi dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica. Una situazione estremamente tesa, che ha spinto le marine di Francia, Grecia, Italia e Cipro ad organizzare un’esercitazione congiunta al fine di spingere la marina turca a limitare la sua area di azione entro le sei miglia di competenza dalle proprie coste, come prevedono i trattati internazionali. Una decisione inaccettabile per la leadership turca che da sempre contesta la giurisdizione greca dell’arcipelago a ridosso del continente anatolico. E’ in particolare l’isola di Kastellorizo a costituire materia di contenzioso. La piccola isola appartenente alla Grecia, salita alla ribalta anche grazie al film di Gabriele Salvatores Mediterraneo, si trova in una posizione tale da consentire ad Atene di estendere la propria giurisdizione marina alla zona limitrofa a Cipro dove sono stati scoperti i giacimenti sottomarini. Una rivendicazione che la Turchia sta contestando in tutte le sedi internazionali, non riconoscendo i trattati di Parigi risalenti al 1947, che assegnavano le isole alla Grecia. Per anni i due Paesi avevano accettato un compromesso che limita la giurisdizione marina a sei miglia nautiche dalle rispettive coste, rispetto alle dodici assegnate normalmente dal diritto internazionale, una mediazione di fatto saltata dopo la scoperta dei giacimenti d’idrocarburi al largo di Cipro. Quest’ultima isola dal 1974 è divisa militarmente in due territori: uno nell’orbita di Atene e l’altro in quella di Ankara, che aveva invaso la parte orientale in risposta al tentativo del regime dei colonnelli di annettere Cipro alla Grecia. Un contenzioso rimasto sospeso per quasi cinquant’anni, ma ora destinato a riesplodere alla luce delle nuove scoperte. Un’altra nazione che ha delle mire sui giacimenti sottomarini è Israele, che insieme a Grecia e a Cipro sta lavorando alla costruzione di un gasdotto denominato EastMed che permetterebbe di trasportare le risorse energetiche verso l’Europa. Un partita geostrategica che ha spinto la Turchia a mostrare i muscoli, invitando i propri rivali a desistere dal progetto. Un atteggiamento di sfida che ha indotto Atene all’acquisto di caccia militari e unità navali di ultima generazione. Ma ci sono altre due questioni che stanno facendo salire la tensione in questo scacchiere del Mediterraneo Sud-Orientale. La prima è stato l’invio di un contingente militare turco in Libia a sostegno del Premier Al-Sarraj in risposta all’offensiva del generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Una prova di forza che ha garantito ad Ankara una presenza strategica nella regione della Tripolitania, ricchissima di risorse energetiche gestite per decenni dalla nostra ENI ed ora contese dalle aziende petrolifere turche. L’altro scenario, usato da Ankara per garantirsi una forma di pressione nei confronti dei propri rivali ed in particolare della Grecia, è la presenza sul proprio territorio di decine di migliaia di profughi scappati in Turchia a causa della guerra civile siriana. Erdogan negli ultimi mesi ha “consentito” ad alcuni di essi di lasciare il Paese anatolico e sbarcare nelle isole greche maggiormente limitrofe alla costa. Una situazione degenerata recentemente proprio nell’accampamento più grande, quello predisposto sull’isola di Lesbo. Una struttura andata in fumo a causa di un incendio di matrice dolosa, che ha obbligato migliaia di persone a dormire all’addiaccio in attesa che la tendopoli possa essere ricostruita. Una spada di Damocle sulla testa dell’Europa, costretta ad elargizioni miliardarie per evitare che il mare di profughi invada la Grecia con destinazione i Paesi del Nord del Vecchio Continente.

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