Un Paese … sospeso

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In attesa che gli italiani si esprimano su referendum e governi locali

La fotografia essenziale dell’Italia in questa metà di settembre dell’anno 2020, quello del Covid e del rovesciamento di molte certezze, è quella di una nazione alla finestra, sospesa tra aspettative di un ritorno se non alla normalità di una volta, ad un nuovo equilibrio resosi necessario, e la paura tuttora presente della pandemia che non accenna a lasciare le nostre terre.

Il dato più incisivo è che nulla sembra più come prima, nulla sarà più come prima. E’ una sorta di sensazione, ancor più un sentimento timido e nascosto ma che a tratti fa prepotente nella inadeguatezza di molte risposte, nella confusione velleitaria di disegnare strade per il futuro e la dura realtà di un presente che l’epidemia ha aggravato e ha fatto mutare radicalmente. I nostri problemi sono sempre lì, gli stessi da decenni, gli stessi che decenni di governi di ogni colore ed estrazione non hanno saputo o voluto affrontare con determinazione, ma anche che da decenni ci vedono come popolo non in grado di decidere seriamente cosa vogliamo, come e con chi? L’apparente vivacità politica, al contrario di una socialità latente, è solo uno specchietto, un simulacro che al primo ostacolo, alla prima analisi si mostra per quello che è: una confusione strutturale dove nessuno fa quello che ci si aspetterebbe e nessuno si aspetta quello che ci sarebbe da fare. Se a questo aggiungiamo giaculatorie para ideologiche, richiami ad un passato destinato alla storia che andrebbe capita e non imitata, derive populiste di ogni estrazione, ultima in ordine di tempo e ancora da capire completamente quella grillina, allora il quadro di insieme ci appare più chiaro? Assolutamente no!

Nel paese dei mille referendum che avrebbero potuto cambiare veramente il sistema se solo fossero stati fatti e rispettati nel loro valore, ci si avvia ad un’ennesima prova dove in assenza di un disegno riformatore e complessivo della nostra democrazia, si va a votare per un dettaglio, il numero dei parlamentari, e non per quello che un consesso più agile potrebbe essere: un’occasione di crescita. Si taglia e basta perché così vogliono i populisti e non tutti peraltro, e perché così va di moda.

La cosa più grave è che quello al quale siamo chiamati invece di essere un passaggio per una democrazia compiuta resterà invece l’ennesimo pezzo rammendato di una Costituzione che si sta lentamente snaturando e senza sapere esattamente per andare dove. Dunque voteremo e poi per avere un Parlamento ridotto dovremo aspettare le prossime elezioni verso le quali ci porterà il vecchio e soprattutto il governo attuale esattamente diviso a metà sul sì e sul no. Dunque un referendum “sospeso” e non il trionfo del nuovo, della democrazia diretta, sì proprio quella dalla quale i cinquestelle si stanno allontanando nella loro marcia nelle istituzioni. Con i messaggi del guru che dal suo nullismo enfatizza l’efficienza dei sistemi autoritari rispetto ai metodi della democrazia senza avvedersi che sta giocando con la nitroglicerina politica di una società travagliata e senza rotta almeno visibile. Ma per il suddetto trattasi di un dettaglio che dai suoi buen retiri non si avverte, non si tocca!

Veniamo alle amministrative. Sedici milioni di connazionali, sette regioni, migliaia di enti locali. In altri tempi occasione di confronto serrato e partecipato anche nelle altre realtà non al voto, come in un paese unito e coeso, oggi una sorta di confronto tra principati locali, potentati di vario tipo che nessuna rivoluzione politica sembra aver scalfito e dove sono solo mutati i referenti. Anche qui una nazione che affronta un momento importante e fondante della vita democratica con un senso di sospensione, come se ogni scelta, ogni cosa sia sempre legata all’emergenza, e quindi secondaria. Otre tutto la sostanziale eclissi della politica locale, della presenza sul territorio. Una non campagna elettorale e soprattutto una campagna virtuale senza partecipazione né possibile né avvertita!

Due nodi non di poco conto che rallentano tutto e nei confronti dei quali l’unico beneficiario è il governo del premier araba fenice. Senza partito, senza maggioranza ma intento a guidare il paese che virtualmente pensa di amministrare giocando su ogni tavolo, ponendosi come garante della continuità e della stabilità. Sullo sfondo la partita del Quirinale – anche su questa il nostro ha avuto da dire la sua – per la quale le grandi manovre sono iniziate e per la quel si gioca la vera partita, quella di rimanere in sella sino al semestre bianco e alla impossibilità di scioglimento delle Camere, le stesse per il cui ridimensionamento andremo a votare. Il baluardo di questa logica, anche oltre la decenza, il Pd sempre in un guado perenne immaginando sviluppi a proprio favore che nessun sondaggio sembra pronosticare! Insomma non propriamente un quadro virtuoso.

E il quadro non migliora se osserviamo quanto accade all’opposizione. Il voto locale dirà qual è la salute del centrodestra e quella dei suoi componenti e forse potrebbe indicare una possibile leadership futura allo stato non identificabile con la Lega in difficoltà e Fratelli d’Italia in gran spolvero ma senza un vero disegno. Mentre il meriggio di Forza Italia e del suo leader non consentono di sprigionare e guidare quell’elettorato moderato in grado di riequilibrare le spinte populiste ed anti tutto che sembrano anche esse in forte criticità.

Lo abbiamo detto, un paese sospeso e una sola certezza, oltre quella della pandemia, che nulla sarà più come prima e se non si impiegheranno bene le immense risorse in arrivo e disponibili dall’Europa, anche un paese la cui condizione potrebbe peggiorare anche se in apparenza dovesse migliorare!

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