L’inizio del potere temporale della Chiesa: l’assassinio di Ipazia di Alessandria.

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Dividere la storia in periodi è sicuramente un fatto di comodo per ordinare le cose accadute e ricordarle meglio. Per fare questo viene scelto un evento ritenuto particolarmente significativo in maniera tale che si possa definire un prima e un dopo tale evento. Così decidiamo che il medioevo inizia con la caduta dell’Impero Romano di occidente nel 476 e finisce con la scoperta dell’America del 1492 oppure con la caduta dell’Impero Romano di oriente nel 1453 (caduta di Costantinopoli). E così via tutti gli altri.

Per quanto riguarda la storia della Chiesa, io ritengo che un cambiamento storico particolarmente significativo sia stato quello che ha riguardato l’iniziazione e l’ingresso nella Chiesa di quelle persone che, provenienti dall’esterno, desideravano farne parte. Nella Chiesa delle origini, cioè quella delle prime comunità cristiane, a partire dagli apostoli che hanno direttamente conosciuto Cristo e via via nei primi tre secoli, i cristiani venivano iniziati mediante un catecumenato che comprovasse le motivazioni del desiderio di una profonda conversione di vita. Successivamente, e repentinamente, la Chiesa ha dovuto accogliere al suo interno numerosissimi nuovi adepti entrati senza aver in coscienza alcuna chiamata se non la convenienza economica e materiale che derivava dall’Editto di Tessalonica del 380. Questo ha comportato uno stravolgimento sostanzioso dell’azione e degli obiettivi originari introducendo la gestione di beni economici e politici, che sinteticamente chiamiamo potere temporale della Chiesa.

Ma quando possiamo fissare questo cambiamento, quale evento rappresenta significativamente questo cambio di mentalità? Io credo che la morte di Ipazia di Alessandria nel 415 dia la cifra dell’enormità di questo cambiamento. Quindi credo che si possa dire che il potere temporale della Chiesa sia iniziato con la morte di Ipazia.

Ipazia venne assassinata con crudele violenza nella città di Alessandria e la sua vicenda e la sua immagine furono ampiamente utilizzate dalla storiografia anticristiana per sottolineare la rozza e volgare politica dell’emergente Cristianesimo che si proponeva come classe egemone di un Impero Romano in chiara decadenza. L’Impero Romano era infatti, alla fine del IV secolo, in un periodo di forte crisi. Teodosio, l’Imperatore di Oriente, era succeduto a Valente, ucciso in battaglia (cosa inaudita per un Imperatore) ad Adrianopoli del 378: qui le truppe imperiali vennero sconfitte dai Visigoti di Fritigerno, nella Tracia, la parte europea dell’attuale Turchia. La battaglia di Adrianopoli è stata una delle più grandi disfatte militari mai subite dall’Impero Romano in tutta la sua storia. La sconfitta produsse ingenti perdite nei quadri militari romani e portò a numerosi saccheggi da parte dei Goti sia nelle campagne che nelle città romane. La popolazione dell’Impero rimase terrorizzata dalla loro presenza e questo favorì patti forzati, sfavorevoli all’Impero mentre i Goti dal canto loro spadroneggiavano sempre più. La situazione divenne sempre più critica e l’Imperatore Teodosio si ritrovò con enormi problemi interni legati alla ricostituzione e riorganizzazione dell’Impero. Tra i problemi cui si doveva far fronte vi erano anche le lotte legate alla diffusione del Cristianesimo, in quel periodo particolarmente vive. Lo stesso Imperatore Costantino nel 313, pose fine alla persecuzione dei Cristiani e decretò il Cristianesimo come una delle religioni ufficiali dell’Impero Romano. Teodosio si spinse oltre e decise, nel 380, con l’Editto di Tessalonica, che il Cristianesimo divenisse la religione unica e obbligatoria nell’Impero, pensando in tal modo di porre fine alle lotte interne tra le tre religioni esistenti: Cristianesimo, Ebraismo e Paganesimo. L’Editto di Tessalonica rendeva dunque obbligatorio, per tutti i funzionari dell’Impero, di diventare cristiani facendosi battezzare, pena la decadenza dalla loro funzione e soprattutto dal potere ad essa associato. Ogni cittadino romano, se avesse voluto avere un ruolo riconosciuto nell’Impero, sarebbe stato spinto a cristianizzarsi. Anche i Goti, che popolavano vaste aree dell’Impero, erano divenuti prevalentemente Cristiani da diversi decenni. Inoltre, nel 392, Teodosio emanò altri due editti, finalizzati a proibire i sacrifici e il culto pagano. Di fatto furono proscritte le religioni pagane e distrutti i templi greci poi in gran parte trasformati in chiese. I seguaci del Paganesimo furono attaccati e assassinati in tutto il territorio imperiale; i libri greci vennero bruciati a migliaia e nell’anno in cui Teodosio bandì le religioni pagane, fu distrutto il tempio di Serapide di Alessandria che conservava ancora l’unica grande raccolta esistente di opere greche.

Ma anche il Cristianesimo, come abbiamo detto, si trovava in un periodo di grandi cambiamenti e confusione. La Chiesa delle origini, quella dei primi tre secoli dell’era cristiana, era costituita da gruppi di comunità nate prevalentemente negli aggregati urbani, a seguito della predicazione di apostoli itineranti nell’Impero. Queste piccole comunità erano costrette a svilupparsi nella clandestinità ed erano perseguitate dal potere romano. Dovevano affrontare violenze e spesso cruenti martiri che ne certificavano la grande fede e convinzione, vivendo nascoste nelle case (chiese domestiche) o nei sotterranei (catacombe usate anche come cimiteri) dove celebravano i riti dello spezzare il pane e della lettura dei vangeli o delle epistole dei primi apostoli cristiani. Tutti vivevano in povertà sperimentando anche una forma di comunione dei beni, come illustrato dagli Atti degli Apostoli di Luca (At 4, 32-35). Dopo l’Editto di Tessalonica del 380 i Cristiani si sono improvvisamente trovati a gestire un importante potere politico e i loro capi, i Vescovi, ad amministrare un immenso potere economico: gli vennero consegnate copiose basiliche ex pagane, terreni e ricchezze insieme alla gestione di un incalcolabile numero di cittadini romani (ma anche barbari) che si erano battezzati e quindi erano diventati cristiani ma senza alcuna convinzione o consapevolezza. Le comunità cristiane trovarono quindi al loro interno anche personaggi che di cristiano avevano ben poco, essendo persone provenienti dal paganesimo politeista e spinti “ope legis” a farsi battezzare. I capi delle chiese locali, cioè i vescovi, andavano perdendo sempre più i connotati di capi spirituali e religiosi assumendo invece quelli di amministratori del potere temporale e politico. Come ho detto all’inizio, è mia opinione che l’episodio principale che permette di poter dividere in due la storia della Chiesa è proprio l’omicidio di Ipazia che dà una misura della differenza nel sentire tra i due periodi delle Comunità Cristiane di allora.

Ipazia nata ad Alessandria nel 355 e morta nel 415, è stata una filosofa neoplatonica, matematica ed astronoma, figlia e discepola dell’astronomo Teóne. Ha scritto di geometria, algebra e astronomia, ha migliorato i primi strumenti per determinare le posizioni delle stelle e ha inventato un densimetro: è considerata una pioniera nella storia delle donne nella scienza. È stata uccisa a 60 anni, linciata da una folla di seguaci del Vescovo Cirillo chiamati parabalani, una confraternita di barellieri ma praticamente la guardia del corpo del vescovo. A Ipazia venne teso un agguato mentre faceva ritorno a casa e, dopo essere stata tirata giù dal carro, fu trascinata all’interno di una chiesa. Lì le furono strappate tutte le vesti e la donna venne scarnificata e fatta a pezzi utilizzando cocci di tegole e gusci di ostriche. Le varie parti smembrate del suo corpo furono portate al cosiddetto Cinerone, dove si dava fuoco a tutti gli scarti, e vennero bruciate perché di Ipazia non rimanesse nulla. La motivazione dell’assassinio e il suo legame o meno con il vescovo Cirillo è stata oggetto di molte discussioni. Socrate Scolastico, lo storico più vicino ai fatti, afferma che la morte di Ipazia è stata causa di “non poco obbrobrio” per il Patriarca Cirillo e la Chiesa di Alessandria e fonti successive, sia pagane che cristiane, gli attribuiscono direttamente il crimine; molti storici considerano provato il coinvolgimento di Cirillo.

Alla fine di tutto, comunque, nell’evidente declino dell’Impero Romano, la Chiesa cristiana divenne nel V secolo sempre più strutturata e capace di affrontare lo scontro con gli avversari dentro e fuori l’Impero. Cirillo, successore dello zio Teofilo, Patriarca di Alessandria, ben conosceva il suo ruolo e i compiti che gli spettavano. Quello che però può essere giustificabile dal punto di vista politico non sempre lo è dal punto di vista morale. Un cambiamento di questo tipo nella mentalità della Chiesa definisce marcatamente una differenza enorme con la Chiesa delle origini ove dall’annuncio kerygmatico ai Pagani derivava un vero cambiamento di vita negli iniziati verso un’autentica conversione. È chiaro che queste due anime della Chiesa sono destinate a coesistere in continuo conflitto e chi si sente di appartenere alla Chiesa, Madre e Maestra, deve, con coraggio, entrare nel dibattito sebbene diventi sempre più aggressivo e conflittuale.

L’omicidio di Ipazia è stato senza dubbio un omicidio politico al pari di quello di Matteotti, per fare un esempio a noi più vicino nel tempo. La filosofa è stata travolta da una lotta per il potere come tante altre che hanno insanguinato la storia di ogni secolo. Guerra per il potere non guerra di religione. Le cosiddette guerre di religione non sono altro che guerre e basta e, tolta ogni maschera, rimane solo una purissima lotta per il potere.

Ipazia è una donna martire e il suo martirio è tanto più penoso e straziante perché colpisce una scienziata greca in un periodo in cui la meravigliosa civiltà ellenica era al tramonto. Colpire un personaggio come Ipazia voleva dire colpire la scienza greca e la scienza in generale nonché la bellezza associata a chi si accosta alla cultura e a una vita fatta di pace e riflessioni sulla natura e sull’uomo. La sua morte così efferata poi, suscita orrore e odio.

Il martirio di Ipazia è stato utilizzato per polemizzare e per dividere ma, guardando alla sua vita, scopriamo che lei operava per mediare e unire le diverse anime intellettuali presenti nella sua Alessandria: quelle pagane, cristiane ed ebraiche. Ed è stato proprio per questo motivo che è stata eliminata come persona “scomoda”. Al di là della strumentazione del martirio di Ipazia, è opportuno meditare su come l’uomo, qualunque sia il suo colore politico o il suo credo religioso, quando brama il potere diventa una bestia, e come tale opera e agisce.

Possiamo dire che con l’assassinio di Ipazia è iniziata, all’interno della Chiesa, (e questo dura da ormai sedici secoli) la coesistenza, cosciente e conflittuale, di una parte autenticamente fondata sulla catechesi mistagogica delle origini, e da un’altra parte politica e temporale che la vede come Stato. Come tale possiede tutte quelle caratteristiche secolari che portano alla necessità di doversi confrontare e compromette con il potere e con il modernismo della società esterna, per poter sopravvivere come Organizzazione.

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