Amazzonia: ultima chiamata

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Trecentomila chilometri quadrati finiti in fumo. Una superficie grande quanto l’Italia che oggi non esiste più. E’ solo uno degli allarmanti dati che riguardano l’Amazzonia, la più grande foresta pluviale del Pianeta che, di giorno in giorno, sta riducendo la sua estensione a causa dello sfruttamento intensivo a cui è sottoposta. Negli ultimi dieci anni gli incendi hanno devastato un territorio immenso, causando danni irreparabili all’ecosistema globale.

La foresta amazzonica copre una superficie di quasi settecento milioni di ettari e si estende in otto Stati dell’America Latina, ma la maggior parte di essa, circa la metà, si trova all’interno dei confini del Brasile. E’ proprio sotto l’attuale amministrazione politica, dominata dall’ultraconservatore Jair Bolsonaro, che la deforestazione è cresciuta del 26% rispetto all’anno precedente. Una tendenza destinata ad aumentare nei prossimi mesi, a causa soprattutto degli esodi di migliaia di persone appartenenti alle tribù indigene, decimate dalla pandemia Covid-19. Senza i veri guardiani del territorio, le multinazionali agroalimentari hanno vita facile a procedere all’abbattimento di milioni di alberi per fare spazio alla creazione di allevamenti intensivi di bestiame che rappresentano il 70% del territorio riutilizzato dopo gli incendi dolosi.

Emblematico il caso di Paulinho Paiakan, il capo della tribù dei Caiapò, scomparso a causa della malattia lo scorso giugno, dopo una vita spesa a combattere per i diritti della sua gente. Un contributo inestimabile, che ha portato al varo della Carta Costituzionale che assegna il diritto alla terra per 900mila indigeni appartenenti alle 240 comunità autoctone del Brasile. Un popolo da sempre discriminato e costretto negli ultimi decenni a rifugiarsi nelle regioni più remote del Continente.

Un crimine contro l’umanità che non riguarda solo le popolazioni che vivono in questo immenso polmone verde. I fiumi che dall’Amazzonia si riversano nell’Oceano Atlantico e in quello Pacifico rappresentano il 20% delle acque dolci che affluiscono in questi immensi specchi d’acqua, contribuendo in maniera sostanziale alla creazione delle correnti marine e dunque condizionando il clima del Pianeta ma anche fornendo indispensabile alimento alla fauna ittica già messa a dura prova dalla pesca intensiva praticata da gigantesche navi che solcano i mari del Sud del mondo. Un business che viola ogni protocollo internazionale in materia e priva i pescatori locali della minima quantità di pescato indispensabile alla loro sopravvivenza.

Rimanendo al fattore idrico, le acque che nascono dall’Amazzonia irrorano i territori responsabili della produzione del 70% del PIL dell’America Latina, costituendo altresì la maggiore riserva di acque potabili di tutto il Continente sudamericano. Un fattore che dovrebbe fare riflettere anche coloro che, nel nome del profitto, stanno alimentando la politica di  distruzione di milioni di alberi.

Altro capitolo critico riguarda la fauna e la flora terrestre. La foresta amazzonica è l’habitat di oltre due milioni e mezzo di insetti e di sedicimila specie di arbusti, un patrimonio di biodiversità che, se andasse perduto, avrebbe conseguenze nefaste per l’equilibrio mondiale. Le foreste infatti costituiscono l’essenziale elemento di bilanciamento in grado di contrastare l’inquinamento terrestre, contribuendo ad assorbire la maggior parte delle emissioni di anidride carbonica prodotta dalle attività umane.

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