Al World Food Programme il Premio Nobel per la Pace

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C’è anche un po’ d’Italia nella vittoria del Premio Nobel per la Pace assegnato per il 2020, da un board composto da deputati del parlamento norvegese, al WFP, il Programma Alimentare Mondiale.

La sede principale della prestigiosa agenzia delle Nazioni Unite e il suo centro di coordinamento principale, cuore pulsante delle iniziative che provano ad alleviare la fame nel pianeta, si trova a Roma insieme alle sue sorelle FAO e IFAD.

Il riconoscimento è arrivato per gli sforzi posti in essere dall’Agenzia nel combattere la fame nel mondo, per aver contribuito al miglioramento delle condizioni favorevoli alla pace nelle aree colpite da conflitti e per aver agito come forza trainante per prevenire l’uso della fame come arma di guerra e conflitto.

Il lavoro dei funzionari del WFP è stato particolarmente intenso negli ultimi anni a causa del proliferare dei conflitti che hanno incendiato quasi tutti i continenti. In Medio-Oriente gli aiuti alimentari distribuiti dall’organismo delle Nazioni Unite forniscono un aiuto indispensabile alla sopravvivenza di milioni di persone, stipate in campi d’accoglienza dopo essere state costrette a fuggire dalle proprie abitazioni.

Particolarmente grave è la situazione in Yemen, un Paese ormai allo stremo a causa della guerra civile in corso dal 2015 tra i ribelli Houthi legati all’Iran e le milizie sunnite foraggiate da Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Un conflitto che ha causato oltre diecimila vittime e lasciato 22 milioni di persone senza la possibilità di procurarsi acqua, cibo e cure mediche.

Per questo il lavoro del WFP e delle altre organizzazioni umanitarie presenti sul territorio è indispensabile. Senza gli aiuti umanitari ed i campi allestiti dagli organismi internazionali, il numero dei morti sarebbe molto maggiore. Uno sforzo che ha messo a dura prova i funzionari presenti nel teatro di guerra, costretti spesso a fare la spola tra il Gibuti e lo Yemen, attraversando lo stretto che collega i due Paesi in condizioni spesso precarie, mettendo a rischio la loro stessa vita.

Un altro scenario in cui è essenziale l’azione del WFP è l’Africa. Nonostante i numeri delle vittime e dei contagi della pandemia di Covid-19 siano meno gravi che in altri continenti (anche a causa della mancanza di un serio monitoraggio), la situazione è diventata esplosiva in molti Paesi a causa della crisi che si è abbattuta su un tessuto economico già particolarmente fragile. Secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Filippo Grandi: “milioni di persone in tutta l’Africa contano su aiuti regolari per soddisfare le proprie esigenze alimentari”.

In questo contesto l’azione svolta dal WFP è dunque indispensabile, approvvigionando  insediamenti grandi come città, come per esempio il campo profughi di Bidi Bidi in Uganda, oppure contribuendo in maniera sostanziale alla fornitura di cibo e beni di prima necessità in Sud Sudan e nella Repubblica Centroafricana, Paesi sconquassati da guerre fratricide, dove le forze in campo ricorrono ad ogni mezzo per mettere in difficoltà gli avversari, spesso radendo al suolo i pochi terreni fertili disponibili o avvelenando i pozzi d’acqua.

Il WFP e UNCHR hanno lanciato un segnale d’allarme riguardo alla scarsità di risorse a loro disposizione per far fronte ad emergenze di tali gravità. Secondo i responsabili delle organizzazioni internazionali nei prossimi sei mesi serviranno 1,2 miliardi di dollari, di cui 700 milioni per la sola Africa, per finanziare il sostegno alle popolazioni maggiormente a rischio.

Il Premio Nobel per la Pace al WFP vuole essere dunque un segnale alle Nazioni più sviluppate affinché, anche in un’era dominata dalla crisi dovuta all’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del Covid-19, non si dimentichino le necessità dei Paesi più poveri che per sopravvivere hanno l’indispensabile bisogno di progetti umanitari finanziati dalle Nazioni Unite.

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