Futuro

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In un momento storico, non solo italiano, che dopo il secolo breve e le esaltazioni verso il nuovo millennio, sembra inchiodato in un presente immobile nonostante la grande fluidità e i grandi cambiamenti non tutti nella direzione della maturazione, il termine scelto potrebbe apparire fuori tema e comunque da dedicare alla riflessione retorica, filosofica o poetica. L’attuale crisi pandemica poi sembra se possibile rafforzare questa fissità drammatica legandoci ad un presente che sembra non divenire mai passato.

Parlare allora di futuro, potrebbe essere una divagazione positiva, un tentativo di non dimenticare, una pulsione umana fatta di anelito verso qualcosa che non c’è e che si può ancora immaginare di raggiungere al confronto con ciò che già c’è e condiziona nel bene e nel male le nostre vite.

Uno sguardo al dizionario, come sempre ci aiuterà a riflettere. Con questo vocabolo derivazione del verbo essere in latino, si indica ciò che sarà o verrà in seguito; che, rispetto al presente, deve ancora avvenire. Ancora il tempo che verrà o gli avvenimenti che in esso si succederanno. Il futuro si può prevedere, indovinare, predire, leggere, immaginare, pensare. Ad esso si può guardare con speranza, incertezza, e via dicendo.

Naturalmente, facendo parte come luogo mentale della riflessione umana, esiste anche un concetto filosofico di futuro oltreché riflessione in campo logico. L aprima forma organica di ragionamento su cosa esso possa essere e come definirlo si trova nel De interpretatione (titolo ovviamente di origine latina)del filosofo greco Aristotele. In questa opera si ha la prima trattazione del problema di quello che i logici di età medioevale medievali chiamarono futura contingentia, ovvero il problema del valore di verità delle asserzioni relative agli eventi futuri. Seguendo il dizionario vediamo che il filosofo lo discute in relazione alla validità del principio del terzo escluso: l’applicazione di tale principio alle asserzioni sul futuro gli appariva problematica, poiché in casi del genere non è possibile dire, prima del verificarsi o meno dell’evento descritto, che di una coppia di enunciati contraddittori uno sia necessariamente vero e l’altro necessariamente falso, come invece imporrebbe il principio del terzo escluso (che tuttavia resta valido per le asserzioni sul passato e sul presente).

A questo punto già proviamo una prima sensazione di confusa agitazione.

Ma procediamo. Sempre secondo Aristotele gli eventi futuri sono determinati dalle deliberazioni e azioni umane, e la verità o falsità degli enunciati a essi relativi non è decisa ‘sin dal principio’, potendosi realizzare indifferentemente due opposte possibilità. Questo nodo della riflessione greca antica si ritrova e si amplia nel medo evo quando fu ampiamente discusso e si ampliò nella questione, metafisica e teologica, della libera determinazione della volontà in rapporto alla prescienza divina: ammettere la verità o la falsità ‘in atto’ di un’asserzione sul futuro equivarrebbe a concepirlo come predeterminato e quindi a negare la libertà dell’azione umana. Tommaso d’Aquino attribuì a Dio la conoscenza attuale degli eventi futuri (cioè come già realizzati) senza tuttavia negare la libertà delle azioni dell’uomo.

E’ certamente importante e opportuno analizzare queste parole pur avvertendo al loro cospetto una sorta di timore ancestrale, come addentrarsi in misteri, in enigmi senza apparente spiegazione, nel labirinto che la mente umana amplia dinanzi ad interrogativi e a realtà immanenti e delle quali non si può fare  a meno. Nei primi approcci con la filosofia elementare si diceva che il passato non è più, il presente sta passando e che il futuro ancora non c’è! Come a dire che la labilità dell’esperienza umana è il vivere, meglio il passare attraverso questo flusso senza inizio e senza fine dove tutto ciò che raggiungiamo inevitabilmente ci lascia e non ci aiuta nell’immediato e neppure per guardare avanti.

Per dare un senso più semplice a quel che abbiamo detto, possiamo in un certo senso calarci nella stagione che stiamo vivendo. La pandemia del virus ha improvvisamente “cancellato” il prima nel quale ci trovavamo e ci ha proiettati in un presente sostanzialmente immobile, quasi un loop, dal quale vorremmo astrarci ma che condiziona ogni nostro atto mentre la vita che intendiamo ci scorre tra le mani senza apparente direzione. Una condizione frustrante e carica di negatività psicologica. L’unica cosa che sembra soccorrerci e darci un tenue incoraggiamento è guardare avanti, nonostante tutto anche di negativo ci occupa menti e cuori, e immaginare l’uscita dal tunnel, ovvero il dopo, ovvero il futuro!

Una sorta di determinismo, come il giorno che segue la notte e la precede ogni giorno cadenzando il nostro vivere. Ma anche molto di più, perché pensare che tutto questo possa passare, dovrà passare, passerà ci conduce anche nei verbi in quella dimensione che non c’è ancora ma che è l’unica direzione che ci è consentita e alla quale dobbiamo tendere e con la quale misurarci, ma senza voli pindarici, con i piedi ben ancorati a quel che siamo stati, a quel che è successo e che nel futuro dobbiamo provare a non ripeter più soprattutto quelle pagine che hanno cancellato, deriso, devastato la dignità dell’uomo e il valore stesso dell’umanità!  

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