Visione

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La prima analisi per spiegare il termine scelto deve necessariamente partire dal valore etimologico e tecnico e dalla derivazione latina che fa riferimento al verbo “videre”, ossia l’italiano “vedere”. Con questo vocabolo si indica il processo di percezione degli stimoli luminosi, la funzione e la capacità di vedere. Può essere vicina, lontana, chiara, distinta, diretta o indiretta. Nel caso dell’essere umano e dei vertebrati superiori la si definisce binoculare per l’uso coordinato, sensoriale e motorio, dei due occhi, così da ottenere un’impressione mentale unica; esiste anche la visione crepuscolare o scotopica, nel senso che permette di vedere in condizioni di scarsa luminosità e nella notte, assicurata dai bastoncelli della retina e, in piccola parte, dai coni; oppure diurna o fotopica, che si ha nelle ore di piena luminosità, assicurata esclusivamente dai coni e che consente, oltre alla percezione nitida degli oggetti, anche quella dei colori. In medicina, si conosce anche quella nera o rossa, dovute, in soggetti che compiono acrobazie aeree con rilevanti sopportazioni, a un afflusso di sangue temporaneamente scarso, e rispettivamente eccessivo, al cervello.

Ma la visione può anche riferirsi all’azione, al fatto di vedere una cosa per esaminarla, trarne notizie utili, e via dicendo. Nel linguaggio burocratico con riferimento a spettacoli cinematografici, si parlava una volta di film di prima, seconda visione e così via. Esiste poi un significato di visione come apparizione, immagine o scena del tutto straordinaria, che si vede, o si crede di aver visto, in stato di estasi o di allucinazione, o in situazioni e per cause miracolose e soprannaturali, oppure anche in sogno. Anticamente con questa parola si intendeva qualcosa di contrapposto al e quindi di conseguenza veritiera. Nella storia e nella tradizione delle religioni, si distingue tra spontanea ovvero mandata da Dio o da esseri divini o soprannaturali o indotta ossia raggiunta con tecniche estatiche, con la contemplazione mistica, o anche per mezzo di allucinogeni; nella concezione cristiana essa può essere beatifica o intuitiva ovvero la visione di Dio che i beati hanno nel paradiso. 

Si parla di visione anche quale opera letteraria o teatrale che l’ha per tema fondamentale e in senso spregiativo come fantasticheria priva di reale fondamento, utopia, progetto irrealizzabile. Ancora si intende ciò che si vede, uno spettacolo che colpisce in modo particolare, sia positivamente sia negativamente.  

E vendiamo ora al valore o significato che più ci interessa nella nostra analisi sociale e politica di quanto accade intorno a noi. In questo ambito visione sta ad indicare un modo di vedere, un concetto o idea personale che si ha in merito a qualcosa. Per estensione può anche parlarsi di una concezione comune a gruppi di donne e uomini interessati a realizzare qualcosa condividendone i presupposti e i valori. Una visione comune, insomma, oggetto peraltro assai raro e prezioso nella sua accezione più nobile. Se visto invece in quella negativa allora si entra nell’analisi anche storica di visioni distorte, illiberali, della società e dell’associarsi degli uomini, fenomeni purtroppo assai diffusi in ogni epoca e in ogni paese.

Restando al valore più alto e venendo a noi, per così dire, la nostra quotidianità stretta tra la pandemia e le mille problematiche che essa ha aperto in termini politici, sociali, economici, fa emergere ad ogni passo l’assenza pressoché strutturale di ogni visione. Il paese, il suo sistema, non sembrano al centro delle attenzioni. Si vive alla giornata, risolvendo quando possibile questo o quel problema o meglio avviandone la soluzione senza tuttavia porsi la domanda sull’efficacia e sulla visione appunto che sottende alle scelte e alle decisioni. Non è un appannaggio negativo di qualcuno o di qualche parte politica in particolare, ma uno status negativo che sembra aver preso possesso del nostro paese.

L’Italia ha una superficie e una popolazione di valore medio nel mondo, una struttura geologica complessa certo, ma da decenni per ragioni anche ideologiche ci si è dimenticati che le soluzioni da adottare in termini pratici devono temere conto di questa realtà. Sia che si parli di infrastrutture stradali, ferroviarie, di trasporti in genere, sia che si verta su temi di industrializzazione, di logistica. Ancora se parliamo di lavoro sarebbe opportuna una concezione/visione di insieme e non una realtà tanto parcellizzata da aver reso impossibile persino definire il valore del lavoro in ogni diverso ambito.

Quel che colpisce di più è l’incapacità di vedere il paese nella sua complessità, nelle sue divisioni territoriali e storiche, culturali, senza riuscire a trarne una sintesi logica che tenga nel dovuto conto le differenze ma sappia conciliarle con soluzioni che le superino in modo positivo. L’attuale condizione oltre a far riemergere divisioni campanilistiche che pensavamo superate, sta indebolendo la capacità di insieme con grave nocumento per tutto il Paese. Ma nessuno si preoccupa o si prende la briga di immaginare – tranne che per insulse piattaforme elettoralistiche – quali potrebbero essere le strade per avviare a soluzione ritardi secolari, gap infrastrutturali decennali e via dicendo. Si annunciano al contrario e si imboccano strade avveniristiche senza che esista una rete di riferimento su cui fondare il pur auspicabile cambiamento.

Assenza di visione, però, alla lunga significa anche ipoteca sul futuro, anzi negazione di un futuro che possa essere considerato positivo, di crescita, di maturazione, di superamento e di conciliazione!  

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