Il dilemma svizzero. Coronavirus: chi può essere curato e chi no

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Problemi etici per la salute dei pazienti

Solitamente una nazione è civile quando ha servizi efficienti per i cittadini, le città sono pulite, attente all’ambiente, al sociale e potremo continuare con il reddito, con il traffico, con l’onestà dei governanti e così via; ma se questa stessa nazione, in un momento pur difficile, dovesse selezionare i propri cittadini da sottoporre alle cure mediche, un po’ come il sistema del dottor Mengele, allora quel Paese sprofonderebbe nella inciviltà.

Quel Paese esiste e sta ai nostri confini, parliamo della civilissima Svizzera.

In questi ultimi mesi il piccolo Stato alpino ha avuto, in proporzione per i suoi abitanti, un incremento di contagi per il coronavirus doppio, per fare solo un esempio, all’Italia e all’Austria e addirittura cinque volte più alla Germania.

Già all’inizio di febbraio il governo centrale, aveva incaricato l’Accademia Svizzera delle Scienze Mediche e la Società Svizzera di Medicina Intensiva di realizzare un documento per affrontare il contagio da Coronavirus.

Il titolo del lavoro è già tutto un programma: Triage (scelta) dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse, proposte che dovevano entrare ufficialmente in vigore già lo scorso marzo, ma vista la contestazione del personale sanitario, oltre che dei cittadini, si è soprasseduto, almeno ufficialmente.

Cosa afferma di tanto inconciliabile questo documento?

È presto detto: ciò che molte strutture sanitarie nel mondo stanno già facendo caso per caso, la Svizzera con la sua efficienza mette i propri protocolli nero su bianco anche se, affermano i relatori del lavoro scientifico, “le decisioni vanno prese nell’ottica di contenere il più possibile il numero di malati gravi e morti”.

Detto questo a pagina 5, su sedici pagine di protocollo, leggiamo che chi ha un età superiore agli 85 anni non può essere sottoposto a terapia intensiva, forse pensano che sono risorse perse e che, vista l’età, la natura farà il suo naturale corso, ma andiamo avanti e scopriamo che lo stesso indice vale per chi ha un età superiore ai 75 anni , ma con patologie tipo cirrosi epatica, insufficienza renale cronica stadio III, insufficienza cardiaca di classe NYHA superiore a 1 e sopravvivenza stimata a meno di 24 mesi.

Lo stesso per coloro che sono più giovani, ma hanno problemi cardiocircolatorio ricorrente, malattia oncologica con aspettativa di vita inferiore a 12 mesi, demenza grave, insufficienza cardiaca di classe NYHA IV, malattia degenerativa allo stadio finale, praticamente se sei già un malato grave non ti possiamo curare.

Sembra una specie di film horror, ma fanno notare i responsabili della sanità locale che in Svizzera c’erano solo 22.301 posti letto (i dati sono di inizio ottobre) di cui 6.353 ancora liberi, con 586 pazienti ricoverati per Covid-19, di cui 97 in terapia intensiva e 29 intubati.

Purtroppo, la progressione del virus è veloce e le soluzioni prese in emergenza non sempre sono valide per non dire ingiuste.

In un attimo la Svizzera con questo documento ha dato un calcio, è il caso dire, al famoso giuramento di Ippocrate scritto oltre duemila anni fa per la salvaguardia del paziente da parte dei medici ed orgoglio della scienza medica nel mondo.

Per questo motivo tredici medici cantonali hanno scritto una lettera aperta al prestigioso giornale scientifico New England Journal of Medicine per protestare di questa iniziativa: “I pazienti più anziani – dicono tra l’altro i firmatari – non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative”.

Tra le varie espressioni che hanno creato imbarazzo a questo documento non sfugge la frase che invita a prendere decisioni di razionamento in caso di necessità, insomma come in guerra. Inevitabile allora per il presidente dei medici del Ticino, Fabio Denti denunciare che: “Ogni decisione spetta ai comitati etici degli ospedali. Non mi risulta che sia già successo, ma siamo molto preoccupati”.

Un capitolo a parte meritano le case di cura per anziani per i quali: “Qualora entrasse in considerazione il ricovero in ospedale di un paziente, l’attuale emergenza deve indurre a una valutazione ulteriore che tenga in considerazione anche gli aspetti etici” questo è nel documento pubblicato dal Gruppo di lavoro Case anziani medicalizzate e inoltrato a tutti i direttori sanitari del Cantone.

Al di là del burocratese significa che i responsabili devono filtrare i paziente valutandone le condizioni di salute prima di ospedalizzare e se possibile, è auspicabile curarli nella propria camera.

Tutto questo per impedire, nel caso di una prognosi infausta, che il paziente anziano sia intubato e ventilato: “in modo da evitare così un’ulteriore sofferenza che si configura in un futile accanimento terapeutico” e, dunque, l’invito anche di parlare chiaramente al malato, se è nelle sue facoltà mentali, oppure ai parenti cosa significa “l’accanimento terapeutico” prima di un trasferimento in ospedale.

D’altronde si fa notare che nei soggetti con una età superiore agli 85 anni la mortalità sale all’80% quindi si deduce che “la beneficenza di un ricovero è quindi sproporzionatamente bassa”, si sottolinea, però che “non c’è bianco o nero e l’età non è (sic) un criterio di selezione”.

Infine, un tema che può sembrare minimo in questa situazione, ma per il paziente anziano spesso è una vera tragedia. Nel documento si parla, tra l’altro, anche dell’ipotesi di raggruppare i pazienti delle varie case per anziani positivi al Coronavirus in un unico istituto.

Se epidemiologicamente e con il know how del personale curante la proposta è accettabile, si tratta, però, di una misura di difficile realizzazione sul fatto che ogni stanza è il luogo ormai di vita del residente stesso, un trasferimento disorienterebbe il paziente, specie se ha già delle problematiche psiche.

Ora come si vede i problemi da risolvere sono veramente tanti e non sempre con la soluzione a portata di mano, ma non per questo bisogna sacrificare l’umanità all’efficienza.

Nota redazionale: ITALIANI ama la Svizzera così come i cugini svizzeri. Le notizie riferite fondano su fonti interne e dimostrano come il difficile “dilemma”, che non è solo svizzero, sia sentito nel Paese. Non solo, se la vita a volte impone delle scelte amare, queste andrebbero fatte caso per caso e non debbano mai essere discriminanti.

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