Un’ inchiesta dura, ma veritiera del giornale londinese ‘The Economist’

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VASSALLI, VALVASSINI E VALVASSORI

Antonello Cannarozzo qui di seguito prende spunto da un articolo apparso pochi giorni addietro su “The Economist” che si conferma nuovamente fortemente critico nei confronti dell’Italia e degli italiani.

L’articolo, a modesto avviso di chi scrive, pecca; omette infatti di raccontare come e dove sono nati i mali che oggi “The Economist” addebita agli italiani.

Il 2 giugno 1992, più di cento politici, banchieri e uomini d’affari di massimo livello internazionale a bordo del “Britannia”, lo Yacht della casa reale inglese, decisero al largo delle nostre coste tirreniche le attuali sorti del Paese.

Mentre nel Belpaese, sull’onda di Mani Pulite, imperversavano gli arresti, sul Britannia, in nome di una nuova visione finanziaria del sistema economico italiano, si parlò di finanza, riforme, scelte “illuminate” e ahinoi di privatizzazioni. Alias della demolizione delle aziende pubbliche italiane; l’eccellenza invidiata da tutti che sino ad allora aveva consentito all’Italia di essere al quinto posto tra le potenze del mondo.

L’attuazione del progetto coincise necessariamente con la fine della Prima Repubblica. E da lì a poco si sarebbe visto quale sarebbe stato il futuro del Paese.

Tra gli ospiti italiani a bordo, il Presidente del Consiglio Giuliano Amato, Romano Prodi, Carlo Azelio Ciampi, Governatore della Banca d’Italia, Lamberto Dini, D.G. della Bd’I, Piero Barucci, Ministro del Tesoro e Mario Draghi, all’epoca Direttore Generale del Tesoro. Questi nel suo discorso segnalò che il vero ostacolo ad una “riforma” del sistema finanziario risiedeva del sistema politico italiano.

Giulio Tremonti, presente come mero osservatore, dirà poi: “Fu il prezzo da pagare per entrare tra i primi nel club dell’euro”.

Un club dove il Regno Unito, ospite ospitante, si è sempre ben guardato dall’entrare a farvi realmente parte.

Anche nel 1992, il 2 giugno era la Festa della Repubblica, e alla Repubblica fecero la festa.

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Una inchiesta dura, ma veritiera del giornale londinese ‘The Economist’

Siamo in una fase di declino, non solo industriale, ma anche sociale e morale

di Antonello Cannarozzo

In questo periodo di lockdown siamo costretti a ripensare, che lo si voglia o no, alla nostra situazione italiana.

Le prime domande che sorgono spontanee sono “dove stiamo andando, qual è il futuro che consegniamo ai nostri figli e nipoti?

Purtroppo, non vediamo né un progetto, né una benché minima soluzione, tutto è sul vago, nulla è certo. Ci guardiamo intorno e vediamo solo macerie di una Nazione.

Non è pessimismo, è realtà.

L’Italia, si diceva fino a poco tempo fa, non è un Paese per giovani perché questi appena possono scappano all’estero per un avvenire migliore, qui non abbiamo nulla da offrirgli, ma adesso comprendiamo che non è neanche un Paese per vecchi, sempre più abbandonati, accusati di rubare le pensioni ai giovani, per loro non c’è più posto né in famiglia e neanche nelle strutture sociali a meno di diventare i bancomat per figli e nipoti in eterna cassaintegrazione.

La televisione, per alleggerire, si fa per dire, la cupezza di questi giorni, come in un funereo bollettino di guerra, ci informa quanti sono i malati e i morti giornalieri per Coronavirus, aumentando paura e scoramento.

In questo frangente abbiamo anche un governo che non ha fatto nulla, pur sapendo da quasi sette mesi, che ci sarebbe stato una seconda fase pandemica, mette solo pannicelli caldi su ferite che avrebbero bisogno di antibiotici forti e invece nulla, ma ciò che è peggio, ci viene raccontata la favola, perché tale è, che all’estero ci invidiano per come abbiamo affrontato la pandemia, ma quando mai.

Sfogliate i giornali stranieri e troverete la descrizione di un’Italia povera e piena di debiti, senza alcun peso politico, basti pensare come il nostro Ministero degli esteri è trattato dalla Libia, una nazione senza neanche una parvenza di Stato, per liberare da una assurda detenzione di oltre un mese i nostri pescatori di Mazzara del Vallo.

Eppure, continuiamo a dire che siamo il Paese più bello, più ricco di storia, con persone valide, eccellenti imprenditori, poi apriamo un giornale importante di fama internazionale come The Economist e ci svegliamo anche dal timido sogno del “Ce la faremo”.

La scorsa settimana questo giornale della City di Londra era nelle edicole di tutto il mondo con un titolo eloquente, tradotto maccheronicamente: “L’Italia da una lezione sul declino di una nazione”. Per chi volesse però leggere per intero l’articolo consiglio di andare su internet e scrivere: The Economist:Italy Spa, offers an object lesson corporate decline”.

Un titolo che dice tutto ciò che realmente si pensa di noi, al di là dei discorsi ufficiali.

L’articolo mette ai raggi X una nazione che, ricorda onestamente, un tempo non lontano dettava legge nella moda, nelle auto, nel know how, con un Pil che cresceva ogni anno a due cifre, mentre oggi siamo un problema.

L’articolo apre con una immagine assai eloquente del capolavoro di Giuseppe Tommasi di Lampedusa, il celebre Gattopardo dove tutto cambia per non cambiare niente.

Afferma all’inizio dell’articolo Marco Tronchetti Provera, amministratore della Pirelli, “Avevamo la regione più ricca e perfetta del mondo, ma siamo vecchi aristocratici che stanno perdendo il nostro slancio” e così molti nostri imprenditori che, come nel Gattopardo già citato, vedono il mondo sconvolto dagli avvenimenti incalzanti, ma non riescono a trovare delle soluzioni, se non ripesare a quando eravamo bravi e si era la quinta potenza industriale del mondo. Peccato che se sono passati ormai sessant’anni.

Raccontare quella Italia ai giovani di oggi che vedono solo problemi, difficoltà economiche per i loro genitori e il proprio futuro, in un Paese che non offre più nulla, ricordare loro che una volta c’erano tante industrie, quasi tutte italiane, che lavoravano, producevano e assumevano addirittura a tempo indeterminato (parola ormai sconosciuta ai più), un imprenditore come Gianni Agnelli con la sua Fiat collaborava con i Kennedy e con l’establishment di mezzo mondo, l’Olivetti era il più grande produttore i computer dietro solo IBM, Medio banca con Enrico Cuccia rivaleggiava con banche d’affari tipo Lehmann Brothers oppure Lazard, Montedison era tra le sette grandi imprenditrici di prodotti chimici per non citare nomi ancora famosi come Armani, Dolce e Gabbana, Prada, Valentino che hanno vestito, è il caso di dire, tutto il “gotha” internazionale o ancora del cinema, dell’arte in genere o della musica.

Potremmo continuare per intere pagine, ma per carità di patria ci fermiamo qui e, a questo punto, i giovani a cui abbiamo raccontato di questa Italia del boom economico ci prenderebbero sicuramente per pazzi.

Eppure fu tutto vero.

Poi, quasi come una improvvisa malattia, negli anni novanta non abbiamo più creduto nel miracolo italiano o come si diceva nel conosciutissimo made in Italy e abbiamo cercato di capitalizzare ciò che avevamo non innovando più, chiudendoci su noi stessi, chi aveva una azienda, spesso  lasciata loro dalle  generazioni precedenti, ha preferito venderla agli stranieri, i quali hanno comprato spesso a prezzi stracciati i nostri marchi più prestigiosi lasciando però a noi i lavoratori a spasso perché, grazie alle mancanza di leggi italiane, hanno potuto trasferire, vendere e comprare sulle nostre teste quanto era nato dal nostro lavoro e dal nostro ingegno. Insomma, come sottolinea ancora il giornale inglese, ci siamo venduti l’argenteria di famiglia.

Ci sarebbe da fare un lungo elenco, ma è solo farsi del male.

Possibile questo tracollo improvviso di una intera nazione? Non proprio, già 15 anni fa, proprio The Economist ci definì come “il vero malato d’Europa”, una nazione che non cresceva più, pertanto parlare di crisi da Covid è solo autoassolutorio.

Prima della pandemia, la nostra economia era già più piccola di quanto non fosse prima della crisi finanziaria del 2007-2009.

Il nostro mercato azionario vale meno di 500 miliardi di euro (590 miliardi di dollari) che rappresenta solo il 3,7% delle azioni europee, già in calo dal 6,2% nel 2000, secondo Morgan Stanley.

Solo 7 aziende italiane figurano tra le 1.000 maggiori società quotate al mondo, cioè niente a livello di finanza internazionale.

Per non parlare poi di tutte le grandi aziende che si vantano di essere italiane, ma spostano la loro sede finanziarie in Olanda o in Lussemburgo impoverendo, se ce ne fosse ancora bisogno, la nostra povera Italia.

La verità è che non crediamo più nel nostro Paese, nel suo futuro, abbiamo paura di investirci, pur essendo, questo sì è forse l’unico primato, tra i più grandi risparmiatori al mondo, ma, come afferma l’ex ministro delle finanze, Domenico Siniscalchi, siamo come “un Paese produttore di petrolio senza industria petrolifera”.

Leggiamo ancora nell’articolo che “Gli investitori diffidano di investire denaro in società quotate controllate da famiglie fondatrici o dallo Stato, che dominano i registri degli azionisti italiani e che impediscono alle loro società di raccogliere nuove azioni, temendo la diluizione.”

Proprio una bella prospettiva! E, a conclusione di questo paragrafo, leggiamo e con ragione, purtroppo, che la fiducia nelle grandi imprese è ulteriormente erosa da un continuo scoppio di scandali a cui si aggiunge il disincanto nei confronti dell’Italia aziendale, seminando sfiducia ed impoverendo così il suo già scarso capitale sociale e personale.

L’Italia è al 58° posto su 190 Paesi nell’indagine “Doping Business” (capacità di investimento. Ndr) della Banca Mondiale.

Abbiamo poi un triste 97° posto per ottenere permessi di costruzione,scendendo al 98° per l’avvio di nuove attività,e così ancora al 122 ° per far rispettare i contrattieniente meno siamo al 128° postoper le norme fiscali.

Denuncia Marco Giovannini, capo di Guala Closures, leader mondiale nella nicchia di mercato dei tappi di bottiglia, la situazione critica italiana nella quale “Dobbiamo competere contro l’inefficienza” e così nel 2017 ha aperto il principale centro di ricerca di Guala non più nella sua casa piemontese, ma in Lussemburgo.

L’Italia non ha equivalenti agli istituti Fraunhofer che aiutano le medie imprese tedesche a rimanere all’avanguardia nei loro campi, osserva Fabrizio Barca, economista ed ex ministro dello sviluppo. “Se avessimo l’infrastruttura dei tedeschi saremmo sei o sette volte più competitivi“, se, se, se, ma “con i se e con i ma” non scrive la storia, scriveva più di un secolo fa Alessandro Manzoni.

Certo abbiamo ancora, poche, ma piccole oasi di successo, ma la paura, visti i precedenti, è nella loro prossima vendita.

Scrive Galli della Loggia, proprio a commento di questo lungo articolo inglese sulla nostra economia che non cresce da decenni, “Le imprese straniere comprano a man bassa i nostri marchi e le nostre imprese, grazie a leggi e procedure sciagurate la burocrazia è in grado di paralizzare ogni cosa, e infine, priva di qualsiasi idea direttrice la classe dirigente spreca risorse e non è capace di porre rimedio a niente”.

Come dargli torto, se poi a questo aggiungiamo una classe politica che, per usare un eufemismo, diremo non adeguata ai problemi, ma è ancora più duro Galli della Loggia che afferma sconsolato al termine del commento sull’articolo de The Economist: “Solo l’universo politico acquartierato nel centro di Roma tra auto blu in terza fila e portaborse, sembra non rendersi conto di nulla. Del resto se pure si accorgesse della reale situazione in cui versa l’Italia, che altro potrebbe fare se non misurare la propria incapacità di concepire un’idea, di mobilitare energie, di battersi per la salvezza?

Affidiamoci allora, come i nostri padri, allo “stellone turrito” simbolo dell’Italia e speriamo che faccia ancora una volta il miracolo come negli ormai lontani anni ‘50, non disperiamo però abbiamo risorse ancora da spendere che forse ancora neanche conosciamo ed intanto auguriamoci, almeno tra noi italiani, buona fortuna.

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