Chiarezza

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Affermare che il termine scelto faccia ormai ed in modo pressante parte delle nostre giornate può apparire persino ovvio. Molto meno ovvio è il valore che ad esso si deve attribuire nel momento in cui la cogenza della situazione richiede estrema precisione da parte delle amministrazioni pubbliche coinvolte, in primis il governo, poi le amministrazioni locali. La situazione pandemica, con il peso della sua gravità non può ammettere comunicazioni che ingenerino visioni confuse nell’opinione pubblica provocando comportamenti incoerenti e contrari alla necessità di protezione propria e altrui.

Insomma, ci vorrebbe chiarezza. Secondo il dizionario, il termine indica la qualità propria di ciò che è chiaro o lucente; in campo ottico indica il rapporto tra il flusso luminoso che arriva su un elemento di superficie retinica guardando un oggetto con lo strumento, e il flusso luminoso che sul medesimo elemento arriva quando si guarda quell’oggetto a occhio nudo. Ancora, e più vicino al nostro intento, in senso figurato si descrive la lucidità, l’ordine (come contrapposizione a confusione e simili). Si parla per esempio di chiarezza di mente, del discorso o dell’esposizione, di evidenza, anche come dote stilistica; riferito all’anima, alla coscienza, allo sguardo, ha lo stesso significato di limpidezza. Sempre in modo figurato indica la celebrità, la fama, pensiamo all’espressione professionista di chiara fama ad esempio, dunque portatore di chiarezza. 

Per completare i significati del vocabolo, in fisica ottica, per immagini retiniche non puntiformi, la chiarezza vale al massimo 1. Nel caso però di immagini retiniche puntiformi, quali si hanno, per esempio osservando le stelle con un telescopio, la chiarezza può essere maggiore di 1, risultando, come si dimostra, pari al quadrato dell’ingrandimento angolare dello strumento; ciò spiega per esempio perché con un cannocchiale si riesca a vedere in pieno giorno le stelle, invisibili a occhio nudo.

Sempre in tema di chiarezza, nel senso più vicino al nostro approfondimento la parola può essere accostata a linearità, ovvero l’essere lineare; in senso figurato come dirittura, rettitudine morale, o in qualche particolare uso scientifico e tecnico: in matematica, dimostrare la linearità di una funzione, in elettronica di un amplificatore.  In linguistica, il principio di linearità formulato da F. de Saussure, per il quale la lingua, diversamente da altri tipi di codice, consente la costruzione di messaggi che si sviluppano linearmente, nel tempo, e che, pertanto, non sono percepiti nelle loro parti simultaneamente.

Riavvicinandoci al senso più alto del significato, è indubitabile che l’autorevolezza di un messaggio, il valore cogente di una disposizione tanto più sono efficaci quanto più sono chiari e lineari. Ogni complicazione, ogni difficoltà che si genera infatti indebolisce il messaggio e mina alla base la sua efficacia.

Nella attuale situazione sanitaria, in attesa di risposte cliniche e vaccinali, ormai prossime ma ancora non utilizzabili in termini di massa, è evidente che se persino la necessità personale di protezione dal virus attraverso i dispositivi previsti e/o l’utilizzo di accortezze come l’igiene delle mani e via dicendo, trovano resistenze in larghi strati dell’opinione pubblica, se i messaggi di gravità scontano un’immediata reazione quasi allergica quasi si trattasse di imposizioni non fondate o frutto di esercizio di potere coercitivo, vuol dire che qualcosa va migliorato, meglio ancora che qualcosa non funziona.

Innegabile la opportunità di  mantenere alta l’attenzione sulla pericolosità del contagio e sulle difficoltà crescenti del sistema sanitario, tuttavia una sovraesposizione mediatica quale quella alla quale assistiamo con il giornaliero bombardamento delle cifre dei contagi del giorno, la curva di crescita, gli indici che denotano accelerazioni o rallentamenti, invece di produrre atteggiamenti responsabili, risultano sempre più indigesti ai cittadini che si sentono messi nell’angolo dalle misure progressive di lockdown senza capire spesso il senso complessivo delle indicazioni che vengono fornite.

Cittadini, abbiamo detto, non sudditi  o semplici recettori delle disposizioni. Non che di fronte alla paura si debba necessariamente indurre il panico, ma la farraginosità delle disposizioni, la complessità di interpretazioni delle norme di dpcm e decreti successivi, i rimandi alle disposizioni di legge sui quali si basano, al comune italiano che lavora per vivere e non ha tempo di fare sinossi giuridiche, non servono. Il trionfo del burocratese, il burocratico sciorinare le cifre non aiuta a comprendere. La confusione tra centro e periferia non aiuta a chiarire. Ed ecco i comportamenti difformi, le disattenzioni, i rischi corsi anche solo per sfida verso i pubblici poteri. Atteggiamenti non accettabili e riprovevoli e da sanzionare. Ma per assumersi la colpa si deve capire bene quali sono i termini, anche se dall’alto della giurisprudenza si dice che “ignorantia … non excusat”, ovvero che le leggi si rispettano anche senza conoscerle bene. In democrazia un dubbio sorge spontaneo. Per chi governa dovrebbe essere evidente l’impulso a rendere semplici, chiare, lineari, comprensibili le norme delle quali si chiede il rispetto. Senza paternalismo e senza burocratica indifferenza alle difficoltà di comprensione!

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