Gli eroi dimenticati di una guerra perduta

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Nel Risorgimento le gesta di chi combatté lealmente anche se dalla parte avversa

Invitato presso una libreria nel centro di Roma per un dibattito che aveva per tema il Risorgimento, trovai relatori molto preparati con analisi approfondite sugli avvenimenti che hanno segnato la nostra storia. L’unico neo della serata fu il solito slogan di paragonare il valore dell’esercito piemontese (tutt’altro che encomiabile in molte situazioni) contrapposto alla viltà dell’esercito di borbonico di Francesco II.

In realtà, più che i soldati, come storicamente accertato, furono molti dei loro comandanti che si vendettero al “nemico”, la truppa nella sua quasi totalità rimase fedele al proprio re come dimostra il numero delle migliaia di soldati che non vollero prestare giuramento a Vittorio Emanuele e preferirono il carcere duro.

Quando presi la parola, senza fare inutili polemiche vecchie di oltre di centosessant’anni, volli raccontare però, tra i tanti episodi, l’eroico comportamento tenuto proprio dall’esercito di “Franceschiello’, come veniva chiamato in modo dispregiativo, durante la strenua difesa della fortezza militare di Civitella del Tronto, nel teramano.

Una resistenza che dette filo da torcere ai piemontesi per quasi sei mesi. Una storia che merita di essere ricordata per dimostrare almeno che non tutti i soldati borbonici erano dei vili.

Veniamo allora ai fatti antecedenti.

Dopo la caduta della fortezza di Gaeta, il re Francesco II di Borbone si arrese il 13 febbraio del 1861 alle truppe piemontesi per riparare poi in esilio a Roma sotto la protezione del papa Pio IX.

Con questa vittoria e la conquista del Regno delle due Sicilie si poteva finalmente proclamare il Regno d’Italia e incoronare Vittorio Emanuele II come il primo re della nascente nazione, anche se, per completezza, mancavano ancora Roma e il Veneto per proclamare la vera Unità della nazione.

Per questo giorno fatidico, fu decisa la data il 17 marzo, alla presenza oltre che di tanti uomini e donne illustri che avevano combattuto per questo sogno unitario, anche del corpo diplomatico, dunque, uno scenario internazionale che dava prestigio al nuovo Regno sabaudo.

Peccato che rimaneva un piccolo problema ancora da risolvere.

Tutti i possedimenti dei Borboni, come abbiamo detto, erano stati conquistati, solo che a circa seicento chilometri da Torino, in una piccola cittadina nel teramano in Abbruzzo, Civitella del Tronto. Le ultime frange dei soldati di re Francesco II si erano asserragliate per difendere la grande Fortezza che sovrastava il paese, risalente al pieno rinascimento. Gli uomini che difendevano questo ultimo avamposto borbonico erano circa seicento soldati ‘napoletani’ che non si erano arresi ai piemontesi avendo giurato fedeltà alla causa dei Borboni e alla loro patria: il regno delle due Sicilie.

Inizialmente, da parte dei comandanti e dello stesso Cavour, si pensò che doveva essere una passeggiata per il neo-esercito unitario conquistare Civitella e la sua fortezza, non immaginando che dà lì a poco sarebbe stato il loro peggior incubo durato ben 6 mesi.

La difesa della Fortezza era iniziata il 10 settembre del 1860 con la rivolta ‘spontanea’ in Abruzzo e la caduta di Teramo.

Davanti a questa situazione non più difendibile, il comandante militare della provincia abruzzese esortò i suoi soldati di schierarsi al fianco del nuovo governo e ad arrendersi poi ai vincitori piemontesi.

La proposta fu ritenuta irricevibile dagli assediati che decisero di resistere trasformando di fatto questo piccolo paese nel teatro dell’ultima battaglia tra l’esercito borbonico e quello sabaudo.

Il drappello all’interno del forte era composto da circa 650 uomini, tra cui anche molti volontari fedeli alla corona borbonica.

Nonostante tanto coraggio avevano a disposizione solamente 20 vecchi cannoni, 3 obici, 2 mortai e da un pezzo di antiquariato, una colubrina rinascimentale di bronzo a canna lunga e sottile, oltre i fucili dei soldati, ma con scarse munizioni e con questo armamento aspettarono il giorno della battaglia.

E il giorno fatidico arrivò il 26 ottobre con lo sparo dei primi colpi di cannone da parte dei piemontesi e l’allestimento di un poderoso assedio.

Con questa forza militare schierata intorno alla Fortezza, per i comandi piemontesi la sua resa era ormai cosa fatta.

Ancora pochi giorni e davanti alla imponente macchina da guerra piemontese, i soldati borbonici avrebbero lasciato pacificamente le loro postazioni e così finalmente anche l’ultima bandiera del Re di Napoli sarebbe stata ammainata per sempre.

Purtroppo per loro, i soldati borbonici resistevano ad oltranza senza alcuna voglia di arrendersi.

Così, tra un bombardamento e l’altro insieme a numerosi assalti, era passato già un mese e mezzo dal primo cannoneggiamento contro il Forte e tutto era rimasto come prima.

Torino, intanto, non poteva permettersi una tale brutta figura agli occhi delle cancellerie straniere che guardavano a loro volta alla nascente Italia con qualche entusiasmo, ma ancora con molti dubbi.

Arriviamo così al 6 dicembre senza ancora un nulla di fatto per gli assedianti mentre per gli assediati, rinchiusi nella Fortezza, la situazione si faceva sempre più drammatica di giorno in giorno; i feriti che aumentavano, la scarsità di munizioni e di cibo, cominciavano le prime crepe nella volontà di resistere a qualsiasi costo, vista la sorte dell’accerchiamento di lì a pochi giorni, dagli spalti potevano infatti vedere l’esercito piemontese rafforzarsi con circa tremila uomini ben armati e con cannoni moderni.

Nonostante questa situazione drammatica era fallito ogni tentativo di resa da parte dei borbonici e la risposta piemontese non si face attendere. I bombardamenti delle mura della Fortezza diventavano sempre più martellanti, insieme a numerosi assalti sempre respinti.

Cavour era ormai impaziente, voleva chiudere al più presto la faccenda a qualsiasi costo, giacché di lì a poche settimane ci sarebbe stata la proclamazione del Regno d’Italia davanti al mondo una macchia come Civitella non era ammissibile.  

Intanto, ancora nel campo degli assediati, insieme ai tanti problemi, si aggiunse, come abbiamo ricordato, la caduta dell’altra Fortezza, quella di Gaeta, dove era riparato con la famiglia il re il Francesco II.

Cosa fare davanti ad una situazione ormai senza scampo?

La situazione si faceva drammatica tra i soldati con dissidi tra chi, come il comandante Giovine, vista l’impossibilità di resistere, voleva accettare una resa onorevole ed immediata e quelli che volevano continuare a combattere per l’onore militare capeggiati dal sergente di artiglieria Domenico Messinelli.

Prevalse ampiamente quest’ultimo e l’assedio continuò suscitando anche l’ammirazione della stampa straniera con grave disappunto di Cavour.

Ma l’eroismo non poteva certo cambiare le sorti della battaglia.

Il 15 febbraio l’esercito sabaudo, grazie a nuovi e moderni cannoni appena arrivati da Torino, cominciò un altro duro bombardamento ancora più violento che distrusse in parte i bastioni della potente Fortezza, ma nonostante il cumulo di macerie, gli scarsi approvvigionamenti e l’avvicinarsi anche lo spettro della fame, i combattenti resistevano in maniera sbalorditiva.

I soldati e i loro comandanti non si arrendevano ancora, quando attraverso gli stessi piemontesi arrivò loro una lettera autografa del re Francesco II nella quale pur riconoscendone il loro valore invitava i suoi soldati ad arrendersi per non creare nuovi lutti.

Gli uomini rifiutarono l’ordine del loro sovrano con la scusa che nessuno di loro ne conosceva la sua vera firma e continuarono nella difesa di quello che ormai era diventato un simbolo della resistenza del Sud contro ‘l’invasore’ piemontese.

Intanto il giorno 17 marzo era arrivato il Regno d’Italia era stato proclamato, nonostante che ancora sulla fortezza di Civitella sventolasse la bandiera dei Borboni, insomma un vero scacco per il re Vittorio Emanuele. Davanti ad una tale situazione, come era stato fatto notare anche da alcune Cancellerie europee, ormai non si poteva indugiare oltre.

Il 20 marzo, a tre giorni dalla proclamazione del Regno d’Italia, divenne per Civitella il giorno del giudizio.

I piemontesi, fin dalle prime luci dell’alba, iniziarono violenti bombardamenti tanto che alla fine furono contati 7.860 proiettili pari a 6.500 kg di polvere da sparo.

A questo punto, con poche munizioni e con tanti feriti allo stremo delle forze, alle ore 11 di quello stesso giorno il maggiore Raffaele Tiscar, vicecomandante del Forte, firmava dopo sei mesi di resistenza la capitolazione congiuntamente al ten. col. Pallavicini per la parte sabauda.

Due ore dopo però, in spregio ad ogni “onore militare”, veniva fucilato, senza processo dai vincitori con l’accusa di non essersi arreso insieme al tenente Messinelli, al pari grado Zopito e a padre Zilli, il cappellano militare dei borbonici, reo di aver incoraggiato i soldati a resistere.

A rovinare la vittoria dei piemontesi però, sul punto più alto della rocca, sventolava ancora la bandiera dei Borboni, difesa da un piccolo manipolo di irriducibili fedeli al loro re, ma fu, ovviamente, tutto inutile.

In breve, anche con la complicità di alcuni traditori, i piemontesi riuscirono ad entrare nella rocca superiore conquistandola definitivamente.

Gli eroici ultimi difensori di Civitella del Tronto vennero catturati e deportati, inoltre lo stesso giorno venne ammainata per sempre la anche bandiera borbonica e issato finalmente il tricolore con lo stemma sabaudo. La Fortezza era caduta, ma non certo l’onore di chi la difese fino all’ultimo.

Alla fine del mio racconto la sala era ammutolita, ma ebbi la soddisfazione che coloro che avevano definito poco prima i soldati napoletani dei vili con ironico appellativo di “Esercito diFranceschiello’ nei successivi interventi lo definirono l’esercito borbonico, il che mi sembrò una specie di piccolo risarcimento per quei valorosi che avevano difeso l’onore della propria patria anche se dalla parte perdente.

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