Ultimo appello lotta al climate change

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E l’Italia a che punto è?

Nonostante non sia ancora finito, sappiamo già che, per l’Italia, il 2020 è stato uno degli anni più caldi mai registrati, con un’anomalia termica che si è mantenuta a +1° rispetto alla media. E le previsioni per i prossimi anni non sono rassicuranti: si parla di un aumento della temperatura fino a +2° entro il 2050 e, nello scenario peggiore, +5° alla fine del secolo. Quindi estati sempre più calde, periodi di siccità sempre più gravi, forte diminuzione delle piogge invernali (con conseguente scarsità idrica in estate), aumento degli eventi meteo estremi e delle notti tropicali (cioè con temperatura superiore a 20°).

Il tutto con un costo elevato per la popolazione: non solo incrementi di mortalità per cardiopatie ischemiche, ictus, nefropatie e disturbi metabolici da stress termico e aumento delle malattie respiratorie, ma anche costi economici pari all’8% del Pil entro il 2100.

Di fronte a rischi di questo genere, cosa sta facendo l’Italia? Come se la cava il Belpaese nei vari settori legati all’ambiente?

Il primo, con maggiore urgenza di intervento, è quello delle emissioni inquinanti. Nel 2018 il 18% delle stazioni di monitoraggio ha rilevato un superamento delle emissioni di PM10, il 75% se si calcolano i livelli limite indicati dall’OMS perché non si abbiano conseguenze sulla salute. L’Italia è molto indietro rispetto alle direttive europee nel campo, con una percentuale del 15,6% di riduzione delle emissioni rispetto ai livelli del 1990, a fronte del 20% previsto per la fine di quest’anno e del 55% nel 2030. Per raggiungere quest’ultimo, sarà necessario tagliare altre 94 milioni di tonnellate di CO2. Un obiettivo non da poco.

Considerato che la vasta maggioranza delle emissioni inquinanti proviene dai processi di produzione dell’energia, risulta fondamentale la transizione verso fonti rinnovabili. Un processo nel quale il nostro Paese è in vantaggio rispetto agli obiettivi europei: il traguardo del 17% di energia rinnovabile da raggiungere entro il 2020 è stato già conseguito nel 2014. Questo valore, però, nasconde differenze regionali non indifferenti: si va dall’83% della Valle d’Aosta al 7,8% della Liguria, passando per il 47,8% della Basilicata e il 13,5% della Lombardia.

Cattive notizie anche dal fronte della produzione e dello smaltimento dei rifiuti: ogni italiano produce in media 500 kg di rifiuti all’anno, una quota in costante crescita nell’ultimo periodo. Di questi, il 58% finisce nella raccolta differenziata: una percentuale discreta, ma ben lontana dal 65% che avremmo dovuto raggiungere già nel 2012. Lo spettro regionale è, anche in questo caso, molto ampio: passa, infatti, dal 73,8% del Veneto al 29,5% della Sicilia. Rispetto allo smaltimento, il 28% dei rifiuti subisce procedure di recupero della materia, come il riciclaggio, ma non troppo diversa è la percentuale (20%) dei rifiuti che finiscono in discarica, sebbene quest’ultima si sia ridotta di più della metà nell’ultimo decennio.

Per quanto riguarda la mobilità sostenibile, la tendenza, nel mercato mondiale delle automobili, è quella a spingere verso motori elettrici, specialmente dopo lo scandalo del Diesel gate. Le conseguenze di quest’ultimo si sono fatte sentire in Italia solo a partire dal 2017, quando hanno iniziato a calare le immatricolazioni di veicoli diesel: lo scarto, però, è stato assorbito per il 76% dalle auto a benzina, in un mercato dove, comunque, i motori a combustibili alternativi sono ancora in gran parte rappresentati da Gpl/metano e, in percentuale minore, dall’ibrido “leggero” (un piccolo motore elettrico affiancato da un motore a combustione termica quasi sempre in funzione).

Se si tralascia la mobilità privata e ci si concentra su quella pubblica, si ottiene un quadro simile, con timidi passi avanti ma ancora molta strada da fare. Infatti, nonostante ci siano comuni virtuosi come Milano, che nel 2018 ha investito 844,40 euro per abitante nel settore, la rete dei trasporti pubblici italiani è ancora sottosviluppata rispetto agli altri Stati europei. Basti pensare alle linee metropolitane: l’Italia conta 234 km di linee, mentre la sola città di Madrid 290.

Di tutt’altra sostanza il settore dell’agricoltura, dove il biologico è una realtà in forte crescita: si è assistito, nel corso di meno di un decennio, a un incremento del 75,8%. Sicilia, Puglia e Calabria sono sul podio per valore assoluto di estensione terriera dedicata alla coltivazione biologica e contribuiscono a portare l’Italia al terzo posto in UE, dopo Francia e Spagna. Ma se la terra può vantarsi di questi risultati gloriosi, il mare non se la cava altrettanto bene.

Si stima che negli ultimi anni le temperature superficiali del Mediterraneo siano aumentate di circa 2°, attirando specie tipiche di zone più calde e mettendo a rischio l’equilibrio degli ecosistemi e la salvaguardia della biodiversità, in un ambiente messo già a dura crisi dall’inquinamento da plastica e dalla pesca distruttiva. In più, nonostante il 90% delle acque costiere di balneazione sia di stato eccellente per quanto riguarda lo stato qualitativo (relativo alla contaminazione fecale), è diffusa la presenza di sostanze inquinanti nelle acque marino-costiere. Senza contare il record di rifiuti a riva: la media italiana ammonta a ben 130 oggetti (principalmente plastiche monouso) ogni 100 metri di spiaggia.

Per concludere, una nota amara sul settore della salvaguardia della grande varietà di piante e animali presenti sul territorio nazionale. L’Italia è caratterizzata da altissima biodiversità e elevatissimi tassi di endemismo, che però sono minacciate da diversi fattori: perdita e degrado degli habitat, inquinamento, introduzione di specie esotiche potenzialmente invasive, frammentazione del territorio e consumo di suolo. Per dare qualche numero, sono minacciati il 23% dei mammiferi, il 19% dei rettili e il 36% degli anfibi.

Per far fronte a questo problema, l’Italia aderisce a numerose convenzioni internazionali per la salvaguardia della biodiversità. Una delle più importanti è quella che ha dato vita alla Rete Natura 2000, per la conservazione a lungo termine degli habitat naturali e semi-naturali e delle specie selvatiche di flora e fauna minacciate o rare a livello comunitario. Grazie a questo programma, il 19,3% del territorio nazionale è coperto da siti inseriti nella rete, che vanno a integrare le 843 aree protette terrestri già esistenti.

Il quadro complessivo è scoraggiante, seppur in un’analisi superficiale come quella appena condotta. È chiaro, però, che ci sia un’unica via percorribile per uscire da questa situazione e provare a invertire le tendenze: quella del Green Deal europeo. Solo la collaborazione internazionale, supportata da un serio impegno da parte di tutti gli Stati, può avere conseguenze efficaci e significative.

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