Ristoro

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Il vocabolo sul quale poniamo l’attenzione è tornato di recente di attualità nell’ormai inesauribile casistica dei dpcm e dei decreti governativi resi necessari dalla pandemia e ormai strumento semplice di amministrazione senza doversi misurare, se non in un secondo momento con il Parlamento.

Dunque ristoro. Seguendo come consuetudine il dizionario questo termine derivato dall’omonimo verbo, indica generalmente secondo l’antica tradizione il compenso o il risarcimento. Ancora l’azione di ristorare le forze del corpo o quelle dello spirito, il fatto di ristorarsi o di venire ristorato. Così il ristoro si applica al cibo, al sonno, al riposo in  genere, alle fatiche, ai travagli oppure come passaggio liberatore dal male; Il ristoro si può avere, si può trovare, ricevere, ma si può anche dare, offrire, porgere: Peraltro in senso autoreferenziale ci si può concedere il ristoro. Esistono poi per estensione i posti di ristoro, o i punti di ristoro intendendosi con essi il locale, o l’impianto spesso provvisorio, destinato in stazioni, porti e aeroporti, o in occasione di raduni collettivi e simili, a offrire cibi, bevande e generi di conforto a viaggiatori. Una volta appariva elettivo per i militari, gli emigranti, i pellegrini, i lavoratori in transito. Per ottenerlo ovviamente occorreva rivolgersi ai servizi ad esso destinato come quello, ad esempio, istituito sui treni a lunga percorrenza e svolto sia da personale che passa nelle varie vetture, sia in una carrozza appositamente attrezzata (carrozza o vettura ristoro).

Di ristoro, come spesso per le parole dai significati complessi, si parla anche in senso figurato e in questo ambito ci si riferisce al sollievo psichico, al conforto morale o spirituale.  Come sostantivo esso indica ciò che vale a ristorare fisicamente o spiritualmente, pensiamo a qualcosa di fresco sotto il sole o al contrario di caldo al freddo dell’inverno. Oppure al valore consolatorio di parole, espressioni, riferimenti che si usano spesso per aiutare qualcun altro.  Nell’età aragonese, e fino al primo Ottocento, si chiamavano ristori peraltro i terreni del Tavoliere pugliese coltivati a cereali durante l’estate e assegnati, in ottobre, ai pastori transumanti dell’Abruzzo.

Molti i possibili sinonimi del vocabolo come conforto, sollievo, requie, riposo, tregua, o ancora, nel senso di sollievo spirituale l’aiuto, il conforto, la consolazione; oppure il refrigerio, la requie, il toccasana.

Come si vede e come sempre ci troviamo dinanzi a parole che l’uso nel tempo pone al centro di molti e differenti contesti nei quali assume un valore specifico e significativo.

Nelle ultime settimane di questo secondo drammatico round della pandemia, nelle parole del governo e dell’amministrazione si è cominciato a parlare per semplicità lessicale di ristori, ovvero aiuti sostanziosi e generalizzati nei confronti delle categorie produttive più colpite dalla crisi economica che la emergenza sanitaria sta portando con sé e che non sembra avere soluzioni immediate o a breve termine, ma porre domande cogenti su strategie, scelte da condividere, passaggi stretti da compiere come paese per rimettere in moto il sistema e riavviare uno dopo l’altro tutti i comparti e le molteplici sfaccettature delle quali è composto il nostro apparato produttivo.

Nulla da eccepire, sino a prova del contrario e neppure per il risultato che si cerca di perseguire e che complice l’emergenza viene atteso dai cittadini con crescente preoccupazione. Va però sottolineato che con un sistema pubblico che tranne rare eccezioni sta mostrando crepe, ritardi e disfunzioni ad ogni passo nella direzione del recupero, sua comprensibile porre l’attenzione anche sul termine, certo non dei più felici. Ossia, le necessità dei cittadini, delle imprese sono urgenti e ciò che arriva è in gran parte già ipotecato dalle necessità. Se aggiungiamo i ritardi il quadro si complica ancora.

Quel che ancora non si vede con chiarezza, al di là del recupero, del sostegno all’esistenza, dell’aiuto per non chiudere, è la strategia di fondo. Ascoltiamo sempre parole di grande responsabilità sull’utilizzo di tutti gli strumenti a disposizione per rimettere in moto il paese e salvaguardarne il tessuto produttivo, però all’atto pratico continuiamo a vedere risorse crescenti e mai viste in passato convogliate soprattutto a tamponare le situazioni, a dare sollievo immediato, a scelte di bilancio che privilegiano la crescita del debito per far fronte agli impegni, ad aiuti tout court insomma.

Quel che non si vede è invece il disegno complessivo, il nuovo ruolo che l’Italia dovrà svolgere nell’Europa uscita dalla pandemia e nel mondo dove gli equilibri stanno cambiando e in modo tanto veloce da non essere assolutamente facile seguirne il percorso. E tuttavia, poiché il nostro paese viene da due decenni di lenta crescita, di ristagno e di perdita strutturale, oltreché di crescenti appetiti e ipoteche di altri paesi anche vicini sulle nostre eccellenze, forse dovremmo avvertire quella scintilla di genio italico che sollevi il paese e ne incoraggi le scelte verso obiettivi più alti di quelli di sperare la crisi attuale. Il nostro ritardo è strutturale e senza decisioni strategiche rischiamo di restare al palo. Qualche scelta va fatta e qualche direzione va presa e tutto questo deve avvenire avendo chiaro il fine comune: ridare slancio alle risorse umane, materiali e immateriali delle quali ancora disponiamo e che, stranamente, in mani altrui fanno faville e segnalano anche se per interposta persona o nazione la nostra riconosciuta capacità di fare avanguardia con solide radici nel grande passato che è la risorsa forse più strategicamente primaria della quale disponiamo!  

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