Cicerone, Catilina e l’euro

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A vent’anni dall’entrata nell’Euro siamo ancora più poveri

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”, “Fino a quando abuserai, Catilina, della nostra pazienza?”
È l’inizio della famosa arringa che Cicerone pronunciò, davanti al Senato di Roma contro le malefatte di Catilina, l’uomo che nessuno in città osava criticare.

Oggi, in questa strana Europa, ci vorrebbe un Marco Tullio Cicerone per denunciare tutte gli errori dell’euro in diciannove anni dalla sua entrata in vigore e ventidue dalla sua istituzione, ma ogni critica verso questa moneta diventa un vero e proprio tabù. Si può contestare Dio, ma l’’Euro no.
Ogni dibattito sull’argomento viene censurato al grido di sovranista, populista, qualunquista e perché no, anche fascista che non guasta mai.

Oggi con il Coronavirus questo tema sembra essere stato messo un po’ in sordina eppure il problema c’è ed sempre più grave.
L’Italia, non è certo un segreto per nessuno, è quella che ne è uscita da questa esperienza con le ossa rotte non sapendo gestire politicamente la moneta unica e sottovalutando i pericoli per la nostra economia. Oggi, come era prevedibile, ne paghiamo le conseguenze con scelte scellerate, facendo scendere il nostro Paese dal podio di potenza industriale a divenire un problema per la stabilità dell’Europa stessa, aggravata da una mancanza cronica di produttività, guarda caso da vent’anni, proprio dall’entrata dell’euro.

Una coincidenza? Andiamo allora con ordine.

All’inizio dell’entrata nella moneta unica europea, Romano Prodi, allora capo del Governo e fautore tra i più accesi dell’entrata nell’ Eurozona, dichiarava, frase che andrebbe scolpita oggi sui muri di tante aziende o fabbriche italiane, che con la nuova moneta avremmo tutti lavorato di meno e guadagnato di più.
Ormai, si diceva, la vecchia “liretta” andava in soffitta con tutte le sue svalutazioni di moneta debole per entrare finalmente nella grande e ben più solida Unione Europea.

Peccato che con la cosiddetta “liretta” eravamo il quinto Paese industriale al mondo – vera fantascienza per le nuove generazioni – mentre adesso, con l’euro, siamo con le pezze sul di dietro e nel prossimo futuro saremo ancora fortunati se potremmo averle.
Non c’è male come successo economico, continuando così chissà dove saremo nei prossimi vent’anni.
Abbiamo in questi anni adottato una folle politica di decrescita e di delocalizzazione a beneficio di altre e più agguerrite nazioni europee, come la Francia e la Germania, con un continuo depauperamento dell’intero comparto industriale del Paese, insomma, ci siamo venduti l’argenteria di casa, per il classico piatto di lenticchie.

Una ricerca della Fondazione Bruno Buozzi, circolo culturale indipendente paragonabile all’area della sinistra moderata, ha svolto una ricerca sulla faciloneria, diamogli questo termine, dei rappresentanti politici dei vari governi di centro-sinistra (non che gli altri siano stati migliori, ndr) i quali, con grande entusiasmo, verso la fine degli anni ‘90 negoziarono una svalutazione della lira eccessiva nei confronti dell’unità di conto europea (ECU) che avrebbe definito i cambi nel triennio precedente la nascita dell’euro nel 2002.

La lira, ricordiamolo, era ritenuta una valuta politicamente privilegiata grazie al ricorso delle cosiddette “svalutazioni competitive” e nazioni come la Germania avevano timore che l’Italia potesse, anche nell’ambito euro, ricorrervi per ampliare la sua quota di commercio estero sul Pil, negli anni ’90 non superava il 25%, a tutto svantaggio dei tedeschi.
La storia ha dimostrato tutto l’opposto.

La Germania, ormai è notorio, ha beneficiato di un euro svalutato relativamente al suo potenziale competitivo, così l’Italia ha pagato una moneta del 20-25% sopravvalutata rispetto al reale forza della lira.
Come se ciò non bastasse, abbiamo accettato in maniera a volte suicida regole europee funzionali solo al mercantilismo tedesco e alla svalutazione interna del lavoro, irrigidite dalla moneta unica.
Tutti elementi che hanno portato Berlino a vincere la competizione europea anche perché avversari come noi, diciamolo sommessamente, si sono dimostrati assai scarsi, insomma, per fare un paragone, hanno segnato il goal a porta vuota, senza portiere.

Le critiche maggiori a questa impalcatura della moneta unica è stata denunciata inizialmente da economisti americani come, solo per fare un esempio, dal premio Nobel Joseph Stiglitz, fino ad arrivare ai giorni nostri anche nel vecchio Continente, sempre meno convinti che l’euro ci farebbe più ricchi perché, se la matematica non è un’opinione, i dati economici, purtroppo, parlano chiaro.

Le varie critiche vengono un po’ da tutti gli schieramenti politici, escluso il Pd che ha assunto il ruolo di ‘cane da guardia’ di questa moneta, il problema è rivedere la struttura della moneta in ambito europeo fin dal suo concepimento quando venne commesso l’errore dannoso, ormai ampiamente condiviso, per il quale si è costruita la casa dell’Unione europea partendo dal tetto e non dalle fondamenta.

In qualsiasi società la moneta è il coronamento di una serie di adempimenti che debbono essere fatti con innanzi tutto la determinazione dei propri confini, uniformando le leggi e i trattati politici ed economici evitando forma di concorrenza spregiudicata all’interno della compagine europea da vero e proprio ‘paradiso fiscale’ verso le aziende di Paesi membri e qui l’elenco sarebbe lungo, solo per citarne i più esposti, Irlanda e Lussemburgo.

Ciò che viene ribadito da anni da molti osservatori, sia politici che economici, è di non avere ancora il concetto di continente – nazione dove il problema di uno Stato diventa di tutti, come in qualsiasi organo vivente.
Prendiamo, ad esempio, il nostro corpo: se il fegato sta male il resto degli altri organi non possono ignorarlo, devono intervenire curandolo subito e bene, altrimenti è tutto il corpo e non solo il fegato che va in rovina.

Lo stesso discorso è per le politiche industriali ed economiche dei Paesi europei. Alzi la mano chi vede un progetto nel quale tutti si sentono partecipi per il bene comune europeo, invece ognuno, specie quelli che oggi si sentono forti, fanno come gli pare, non sapendo che la barca è una e se va a fondo, non solo l’Italia, tutti, senza esclusione, ci seguono e senza scialuppe.
Ma questi sono concetti che a quanto pare sono talmente semplici che ancora rimangono di difficile comprensione nei piani alti di Bruxelles.

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