Sotto il segno del Covid

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Politica, economia, salute, vita sociale e personale. Una realtà sospesa

Non è certamente una modifica dello zodiaco quella che proponiamo con queste righe di riflessione, ma appare evidente che questa silenziosa e insidiosa proteina che chiamiamo virus, sta segnando e ha già segnato in modo pesante le nostre esistenze. La congiunzione per così dire astrale di esso con la nostra biologia ci sta condizionando molto più di quella presunta influenza degli astri sulle nostre vite con la quale, nella lettura dei giornali o delle riviste ed ora sul web ci distraiamo immaginando cose positive o meno del nostro umano percorso. Non è vero ma ci credo l’atteggiamento in maggior voga tra tutti noi.

Ecco allora che il titolo scelto assume la sua giusta caratura. Sono diversi e tutti importanti gli aspetti che questo “segno” sta portando dinanzi a noi. Al di là della cronaca e della quotidiana battaglia per comprendere l’ennesimo dpcm e le sue indicazioni sulle quali dovrà poi aprirsi a tempo debito un corso di riflessione ed approfondimento, assistiamo ad una lunga e non del tutto chiara e pacifica parentesi della nostra vita democratica. Da quasi un anno, il luogo della rappresentanza e della sovranità popolare, il Parlamento, vive a singhiozzo. Decreti, provvedimenti, misure che incidono sulla nostra vita e sul nostro futuro dovrebbero passare attraverso l’attenta e severa analisi delle Camere che a loro volta dovrebbero ascoltare la voce del paese. Non occorre essere cattivi pensatori o scettici per non rendersi conto che in questa emergenza che si protrae il grande assente è proprio il Parlamento. I decreti passano, i voti di fiducia si rincorrono inseguendo l’emergenza, ma in tutti è palpabile il senso di distanza che le Camere trasmettono al Paese. Non è un buon segnale e neppure un buon auspicio per il futuro. Certe direzioni una volta prese sono difficili da modificare. E dunque con l’emergenza sta passando una sorta di modifica sostanziale dell’equilibrio dei poteri costituzionali. Prima gli esperti se ne occuperanno, meglio sarà per tutti. La tecnocrazia ancorché emergenziale non è positiva per la vita democratica e per le sue forme di espressione.

Sul fronte della salute, ovviamente, esprimendo la massima fiducia nelle istituzioni mediche, infermieristiche e in tutte le articolazioni di un mondo complesso come quello della sanità, vale lo stesso ragionamento. Anche qui, la ragionieristica gestione non aiuta alla comprensione di un fenomeno che, al netto dell’emergenza, è tutto di natura sociale, impatta direttamente la nostra vita. E se è vero che l’imperativo è stare soprattutto bene, è altrettanto vero che ritrovarsi sani in un sistema che non ci considera altro che pazienti, destinatari di pratiche mediche e di medicine, o semplici esecutori di misure che a stento comprendiamo, è sistema che manifesta tutta la sua criticità. Chiarezza, semplicità ed efficacia vanno di pari passo, soprattutto di fronte alle immagini di sanitari bardati come nel film “virus letale” a cospetto di corpi dimagriti, esausti e sovente, purtroppo, anche intubati. Alle tre parole di prima va unita anche l’umanità che medici e infermieri spargono a piene mani con tutti i sensi visibili, lo sguardo, la parola, le mani gentili e riguardose.

Inutile dire, ma serve comunque, a questo punto che lo nostra vita personale incapsulata nelle maglie strette dei sistemi di sicurezza da adottare impatta senza mezzi termini sul nostro equilibrio mentale, visivo, di sentimenti, di atteggiamenti, di relazioni e che la vita sociale che di incontro e di scambio si sostanzia viene devastata. Lo sforzo costante di ovviare a questo con i sistemi che la tecnologia ci offre per incontrarci, guardarci, parlarci è certo positivo e va sostenuto, per non perdere la speranza, ma occorre fare attenzione che non diventi sistema. Già molti accorti osservatori cominciano a segnalare gli effetti negativi della scuola via internet, dello smart working, della telemedicina. Tutti strumenti impagabili certo che se mancassero sarebbe ancor più dura. Ma pensando al dopo, al futuro anche prossimo, che cosa ci regalano o rischiamo di regalarci? Una società profondamente modificata, fatta di piccole isolate caselle racchiuse in un fotogramma che dopo il click di chiusura ci lasciano inesorabilmente soli. E’ di questa solitudine che dobbiamo tutti cominciare a farci carico, soprattutto coloro che riescono ancora ad affrontarla con piglio. Una pattuglia che con il tempo potrebbe assottigliarsi!

Insomma, il segno del covid ci sta regalando una realtà complessiva sospesa in un presente senza passato e senza apparente futuro. Un dato esistenziale complesso da comprendere ma i cui effetti deleteri sono abbastanza chiari a tutti noi quando non possiamo per sicurezza stringerci la mani, darci un pacca sulle spalle, abbracciarci, baciarci come si faceva una volta, quando il segno del covid non spandeva i suoi nefasti effetti sulle nostre giornate. Giornate dove il rumore dei mezzi dell’uomo, dalle auto, alle strutture industriali, alle attività di ogni genere fa sentire la sua presenza. Quello che manca – sono rimaste solo le scuole aperte all’uscita a fare la differenza – sono le voci delle donne, degli uomini, dei bambini. Un silenzio a volte inquietante che nelle ore del coprifuoco diviene agghiacciante. Un silenzio esterno per ora ma che rischia di divenire interno, dentro di noi, parte della nostra vita.

E’ il segnale più pericoloso dell’avvento della tecnocrazia che portata avanti senza umanità ci porta dritti alla sua conseguenza, all’universo concentrazionario mirabilmente effigiato da George Orwell. Sembra fantasia, fantascienza, rischia di divenire una spaventosa e irrimediabile realtà. Svegliamoci prima che sia troppo tardi! 

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