La fine della moneta e i rischi per la democrazia

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Un cambiamento non solo finanziario, ma anche sociale

Grande novità nel mondo degli acquisti e addio per sempre alla cara, vecchia moneta.

In maniera sempre più ampia, infatti, si sta diffondendo la possibilità di pagare con la carta di credito tutto anche un tazzina di caffè al bar.

È il Cashless, un termine inglese che, nonostante la lingua italiana abbia circa 150 mila vocaboli, usiamo per provincialismo culturale e che in questo caso significa semplicemente “senza contanti”.

Dunque, senza moneta cartacea o metallica, ma solo elettronica o carta di credito, in modo tale che tutta la nostra giornata economica sarà tracciabile in ogni suo aspetto e, allora, addio alle spese in nero e la relativa evasione fiscale, questoalmeno secondo i fautori del Cashless, sempre che il prestatore d’opera, dall’avvocato all’idraulico, dica la fatidica frase: “Se le faccio fattura paga 1000 euro, in nero sono 700 euro”. Sfido chiunque a non essere allettato dalla proposta.

Tanto più che se la spesa è personale la fattura non se la può scaricare e l’IVA non la può recuperare.

Sono problemi di carattere attuativo che il governo conosce perfettamente ed allora, per incentivare l’uso delle carte di credito e modernizzare il Paese, grazie ad un sistema digitale semplice, sicuro e veloce – sto scherzando ovviamente – ha ideato il Cashback, altro termine inglese per dire “soldi indietro”.

Un sistema con il quale possiamo ottenere un rimborso pari al 10% usando la carta di credito fino ad un massimo di 300 euro l’anno o meglio fino a 150 Euro a semestre con almeno 50 pagamenti e il rimborso massimo per singola transazione sarà di 15 Euro. Perlomeno è ciò che leggo dai siti specializzati su internet.

Probabilmente in corso d’opera ci saranno dei ripensamenti o aggiustamenti così da renderlo più invitante per il consumatore. È il primo passo necessario per chi vuole la cancellazione della moneta come l’abbiamo conosciuta finora.

Tuttavia, come in tutte le novità, anche in questo caso si creano i “pro” e i “contro” a questa iniziativa.

Prendiamo, ad esempio, i “contro” che denunciano, tra l’altro, il rischio per i cosiddetti ‘analfabeti informatici’, tra cui molti anziani, insieme a quella ampia fascia non inserita nel mondo del lavoro che non ha dimestichezza con la tecnologia informatica, dove per accedere, anche se può sembrare una sciocchezza, non è facile per chi è digiuno di computer dato che gli occorrerebbe iscriversi ad una app con tutto quello che ne consegue.

Il che finisce con l’essere, come se quanto sinora detto non bastasse, un ulteriore peso burocratico specialmente per le piccole o micro-imprese, proprio in un momento di profonda crisi in tutti i settori produttivi.

A questo bisogna aggiungere un problema anche per le persone o famiglie meno abbienti, perché per avere una carta di credito debbono avere per forza un conto corrente in banca altrimenti escono fuori dal giro economico non potendo acquistare neanche il pane. E poi ci sono i poveri, e ce ne sono sempre di più, i quali debbono anch’essi andare in banca per avere accesso ad un Pos, la macchinetta che permette di contabilizzare le carte di credito, per poter ricevere l’elemosina e verificarne così la tracciabilità della carità.

Una norma che crea problemi non solo dal punto di vista economico, ma, ci permettiamo di osservare, anche ai valori costituzionali della democrazia, alle libertà individuali e, dunque, nei confronti dei cittadini.

I fautori della fine della moneta affermano, invece, che sarebbe un toccasana per l’economia perché viene intaccata finalmente la corruzione che si avrebbe con il contante e anche l’evasione fiscale con tutte le attività illegali che si possono commettere, anche se ancora oggi la maggior parte delle transazioni è svolta con il contante.

Le colpe, se tali sono, si debbono certamente ad una arretratezza digitale, ma anche al pasticcio legislativo che dalla riforma ad oggi, in soli 15 anni, ha cambiato ben otto volte la soglia ai trasferimenti in contanti.

La fine della moneta potrebbe essere, ancora per i suoi fautori, una svolta vantaggiosa, tutto ancora da dimostrare, se associate, ovviamente, ad una serie di riforme e controlli che ne assicurino i vantaggi, nonostante la mancanza in termini di privatezza, come abbiamo accennato sopra, che non è certo cosa da poco per una società democratica, ma c’è un problema forse ancora più complesso da dover tenere a mente: una grande fetta di italiani lavorano a tutt’oggi in nero e, anche se la cosa non è certo giustificabile, un cambiamento immediato porterebbe sul lastrico migliaia di famiglie, allora, come avvisano molti economisti, bisogna agire ‘cum grano salis’ per non creare ulteriori sconquassi nella nostra già disastrata economia.

Comunque, per comprendere il valore di questa scelta economica, bisogna andare indietro nel tempo, almeno di 100 anni, ricordando uno dei suoi primi fautori: era russo e si chiamava Vladimir Ilic Uljanov, per gli amici Lenin.

Nella sua visione assai concreta aveva compreso che tra la circolazione della moneta e il capitalismo c’era un rapporto simbiotico, uno rafforzava l’altro, quindi la limitazione della prima inevitabilmente metteva in crisi il secondo.

Di conseguenza, un problema al di là della contingenza economica, anche ideologico.

L’idea della definitiva sostituzione della moneta con un sistema di registrazione contabile controllato dallo Stato, a quei tempi non c’erano certamente le carte di credito, era diventata tra i comunisti sovietici una vera idea ossessiva.

Questi ultimi, veri promotori, come la storia ci ha insegnato, di libertà e democrazia (sic) avevano la mania per la tracciabilità in modo da tenere sotto controllo tutta la società e l’avversione per ogni forma di commercio autonomo che sopravviveva con la circolazione libera della moneta.

L’idea di tracciabilità come innovazione sociale e lotta al crimine finanziario, nel secondo dopoguerra fu attuato come elemento di controllo sociale su vasta scala da un altro Stato comunista, la Ddr di Eric Honecker (la Repubblica Democratica Tedesca) anch’essa famosa per la sua libertà e democrazia.    

Insomma, un modello di controllo sociale che senza voler fare del complottismo a buon mercato, in nome della lotta all’evasione tributaria, si incrementa enormemente il controllo dello Stato dove i suoi residenti di fatto diventano sudditi, come avvenne nella già ricordata Ddr, con l’abolizione della sfera privata di cittadino.

Forse è il caso di mettere su una ipotetica bilancia l’immediato guadagno per lo Stato con la tracciabilità finanziaria e sull’altro piatto ciò che perde il cittadino che, in nome della lotta all’evasione fiscale, ad esempio, rischia la sua libertà e da cittadino torna ad essere un suddito,  ma questa volta non più di un re, ma di una serie di oligarchie.

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