La disconnessione nazionale

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Vuoto propositivo e politico di fronte all’emergenza e ai possibili rimedi

Porre attenzione alla condizione del Paese in questa stagione devastata dalla pandemia, dalle limitazioni e dai condizionamenti necessari alla sicurezza e alla salute, mentre le speranze di un vaccino si affacciano alla nostra quotidianità ma richiederanno tempi molto lunghi per considerare raggiunta la salvaguardia dell’intera popolazione, costringe a prendere atto di quello che possiamo tentare di definire come lo stato della nostra comunità nazionale.

La prima impressione è quella di una paese sospeso a troppe domande senza risposta; la seconda è che il governo e  la politica  – malgrado l’estrema condizione di emergenza – non abbiano l’esatta consapevolezza della posta in gioco. Non sono in discussione i molteplici interventi attuati sino ad ora, lo sforzo di far muovere un sistema pubblico ed un’economia da troppo tempo ripiegata su se stessa, sarebbe ingeneroso. Tuttavia è palpabile la distanza tra le finalità da perseguire e i rimedi predisposti. Una condizione che deriva da un dato per così dire ontologico della situazione: manca una vera visione nazionale, una visione di sistema ma soprattutto un sentire condiviso e comune sulla strada da far imboccare all’intero paese.

E’ l’assenza di coesione nazionale il vero problema, la mancanza di forze politiche che abbiano visione e sensibilità nazionali vere e proprie. Assistiamo ad una sorta di disconnessione nazionale. Una crisi profonda della quale l’esecutivo e lo stato del Parlamento e delle forze che ne fanno parte, sia di maggioranza che di opposizione sono più il risultato che la causa. Anche se la crisi della politica e le risposte immaginate dagli italiani hanno dato pessima prova di sé. Il panorama peraltro rischia di complicarsi ulteriormente considerando che l’attuale fotografia del governo, della coalizione giallorossa, nonché delle opposizioni non corrisponde più al reale sentire degli italiani. E’ elemento evidente al di là delle analisi e delle proiezioni statistiche. Il governo, il premier, i partiti alleati, tutto è fuori quadro e nessuno è in condizioni di immaginare quale possa essere il vero sentire degli italiani, dopo poco meno di un anno tra poche settimane dall’inizio della crisi pandemica e delle sue devastanti conseguenze economiche e sociali. Ferite che nessuno degli attori attuali è in grado di guarire.

La prova della politica, vecchia e nuova è sconfortante. La stessa dialettica se così si può definire tra leader, esponenti, gruppi parlamentari sembra asfittica, incapace di analizzare i fattori cruciali della crisi e delle sue possibili conseguenze ed ovviamente dei rimedi. Lo stato dei rapporti tra gli stessi alleati appare afasico da un lato, tristemente consueto dall’altro. Le stesse parole usate, i concetti per contrastare le visioni altrui sembrano prese di peso dal vecchio armamentario di sempre. E stupisce e non può che preoccupare che lo stesso movimento cinquestelle appare una forma caleidoscopica e deformante della solita politica, quella delle correnti, dei gruppi, delle divisioni. Con l’aggravante che i pentastellati non sono mai stati strutturati come un partito e non hanno mai accettato forme organizzative altrui, essendo nati per sconfiggere la partitocrazia. Risultato raggiunto in certo senso, ma al prezzo di spezzare la loro stessa capacità di essere qualcosa di coeso e coerente.

Ad aggravare la situazione e a complicare il quadro dei rapporti con l’Unione Europea che costituisce l’unico elemento di traino per tentare una svolta finalmente strutturale per il nostro sistema paese, è la debolezza del partito democratico, lo stato di lotta permanente con Italia Viva e persino con il gruppo di Calenda. Il Pd appare in crisi nella sua capacità di coagulare e di essere riferimento, anche se la consumata capacità di gestione politica permette di tentare il tutto per tutto per arrivare alla svolta dell’elezione del nuovo capo dello Stato. Si può dire che questo sia l’unico collante per l’intero centrosinistra al punto che nel dibattito politico si fa chiaro riferimento a questa fase da condurre rimanendo al governo. Non certamente una prova di visione politica, ma certamente di tatticismo e gestione dell’esistente. Il vizio d’origine del partito, insomma, nato per riunire due antiche tradizioni politiche e non per creare un nuovo polo aggregatore continua a pesare e non aiuta il paese.

Sul fronte dell’opposizione, nonostante numericamente sia maggioranza nel paese, non sono rose e fiori e qui la disconnessione riguarda il mutamento di rapporti di forza. Il traino leghista rimane ma ha perso smalto, la Meloni raccoglie consensi sempre più ampi ma non può ancora considerarsi guida della coalizione, Forza Italia naviga a vista e gioca su diversi scenari con l’occhio anch’essa alla partita del Quirinale che potrebbe vedere il partito dell’ex cavaliere quale elemento moderatore e anche determinante per un’elezione che sia il più possibile segno di unità e condivisione di fronte alle sfide immani che l’Italia deve affrontare per tornare ad esercitare il ruolo che le spetta nell’Unione e nella politica internazionale. Un ruolo che la Brexit in qualche modo favorisce ridando centralità al nostro peso economico nell’Unione senza la Gran Bretagna.

Le opportunità da cogliere sono molteplici e le possibilità di un rilancio del paese reali e praticabili. Ma serve una guida politica ed un governo che sappiano interpretare questa sfida, non certo una conduzione alla giornata e soprattutto ragionieristica o notarile. In una parola senza anima! Altrimenti la disconnessione aumenterà e con essa peggiorerà lo stato del paese! Una visione di medio e lungo periodo, un’azione da portare avanti con coraggio e disinteresse di parte e non il cicaleccio attuale su possibili nuove formule, nuovi equilibri, nuove alleanze. Questa è la vecchia politica e non ci porta da alcuna parte, anzi ci continua a portare dove siamo: in una palude! 

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