Azzardo

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Come spesso accade, a dire il vero un po’ troppo spesso, la realtà supera la fantasia o l’intuizione di chi prova a mettere insieme i pezzi del puzzle impazzito che è divenuta la politica italiana. Un puzzle certo derivato anche dalla crisi mondiale in atto, e non solo pandemica come le recenti vicende negli Usa mostrano con chiarezza, ma che dal genio italico mutuano certamente innovazioni e colpi di teatro in altri luoghi estranei.

Ecco, dunque che la parola scelta è azzardo. Non siamo i soli ad averne avuto il sentore ma è uno di quei casi nei quali essere in compagnia nell’analisi, conforta. Intanto sempre come è consuetudine analizziamo il termine. Deriva dal francese hasard che trae origine più antica nel vocabolo arabo volgare az-zahr ossia il dado, il simbolo stesso del caso. Nei tempi antichi il termine indicava proprio e in esclusiva il gioco dei dadi che si svolgeva fra un banchiere e vari giocatori; stabilita la posta, il banchiere gettava i dadi per fissare i punti da tenersi dai giocatori e quelli del banchiere; se, durante lo svolgimento del gioco, i dadi scoprivano un punto assegnato ai giocatori, questi perdevano. Dunque pura scommessa, impossibile tentativo di forzare il destino, e alla base di una serie di giochi e divertimenti successivi, si pensi alla roulette, al baccarat, e via dicendo dove ricorre il fine di lucro, e la vincita o la perdita è interamente o quasi interamente aleatoria, l’abilità avendovi importanza trascurabile, come sottolinea il dizionario. Quindi ancora, sinonimo di caso, di sorte. Per estensione il significato si è poi esteso al rischio, al cimento, ovvero a confronto senza indicazioni preventive, per così dire.

Quanto appena indicato si collega e si confà all’esercizio di un ruolo come quello di chi governa un paese o collabora a questo governo? La prima risposta sarebbe no, certamente. Eppure la storia del mondo, quella dei regni, degli imperi, oggi più in piccolo degli stati piccoli e grandi, troppo di frequente si lega a veri e propri giochi (pensiamo all’espressione giochi di potere o giochi di ruolo e via dicendo)

Si sente dire di continuo che la responsabilità di governare una società, una nazione, deve essere legata a saldi principi, all’interesse del popolo che si rappresenta. Questo almeno nelle realtà che definiamo democratiche o improntate a principi di democrazia.

Ma quando il popolo non riesce bene a capire chi e perché sta facendo qualcosa nell’ambito al quale ci riferiamo, vuol dire che qualcosa non funziona. Non può essere che nella stagione in cui la pandemia sta esercitando tutto il suo pesante e tragico carico, sia la casualità a dare il là alle decisioni. E soprattutto non può essere il calcolo che sappiamo fallace nel semplice azzardo e che facilmente si trasforma in un gioco al massacro.

Dinanzi a quello che ci regala la quotidianità italiana, la ormai evidente crisi politica e governativa, appare chiaro che l’affidarsi al caso o fingere di farlo, il dipingersi come vittime del caso altrui per così dire, diviene non giustificazione ma precisa responsabilità politica ed essendo in gioco il destino dell’intero paese e di un’intera collettività nazionale, il peso di un comportamento siffatto diventa ancor più grave.

Difficile dire chi azzarda e chi no, chi lancia il dado e chi ritira la mano, chi gioca per giocare e chi lo fa per altri motivi ovviamente non molto commendevoli.

Il dato più critico è però che tutto questo accada in un momento particolare, globale ed italiano; e dove il caso Italia e la sua soluzione possono essere emblematici della possibilità di rovesciare in positivo una comune tragica circostanza, la statura delle persone dovrebbe essere misurata su parametri di chiarezza, stabilità, capacità di tenere la barra dritta e non guardare ad alcun particulare ma al valore generale per il quale si è chiamati agli incarichi più alti. La riottosità di compagni di strada non può divenire comodo alibi per non affrontare i nodi strutturali che sono alla base delle fibrillazioni tra i partiti. La differenza tra un leader di governo che ha chiaro il quadro di riferimento e non deflette e chi si lascia spingere dai venti che soffiano da ogni parte, appare evidente ai nostri occhi dove nessun vero tentativo di fermare la crisi è stato fatto e ancora una volta si pensa di appoggiarsi a presunti responsabili che assomigliano più ai becchini che stazionano davanti alle abitazioni in attesa di notizie certe sulla dipartita di qualcuno. E che assicurano il loro contributo che nelle condizioni date dovrebbe far rabbrividire.

Certo, l’azzardo continuo di chi vuole portare a casa qualcosa non aiuta, ma non far nulla per far si ché alla fine “chi la dura la vince (forse)” e perde la pazienza l’avversario, non ha certo i connotati di una gestione accurata del potere. E’ piuttosto il classico tirare a campare che decine e decine di governi del paese hanno vissuto. Una fotografia tragica di un sistema che non riesce a riequilibrarsi e si rifà non solo nei modi, ma nelle parole che drammaticamente ascoltiamo ogni giorno, alle stagioni di quella prima repubblica che appariva defunta potrebbe anche con le ventilate scelte proporzionaliste elettorali, tornare in auge, rinascere dalle proprie ceneri.

Ecco allora che qualcosa si spiega. Il premier araba fenice di sé stesso prima che dei propri referenti, continua il cammino che fu del mitico volatile, tentando a tutti i costi di continuare a rinascere dai propri resti! Un azzardo certo, ma che interessi contrapposti sembrano favorire come se in lui fosse l’ultima spes!

Non andiamo molto bene e in queste condizioni andremo ancora peggio!   

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