Morto un Trump se ne fa un altro

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Il nuovo presidente Joe Biden trova un America dolorosamente divisa

Finalmente il 20 gennai 2021, Joe Biden ha giurato come il 46° presidente degli Stati Uniti d’America.

Con questa acclamazione va alla presidenza di quella che per pochi anni ancora, forse, rimane la più grande potenza economica e militare del pianeta – Cina permettendo – un democratico del gruppo dei Obama’s boys, anche se si avvicina agli ottant’anni; ma è lo spirito che conta; con Biden torna finalmente la democrazia e la libertà di una nazione schiacciata, offesa e umiliata dall’ impresentabile Donald Trump.

Fin qui il mantra delle forze ‘antitrumpiane’ che da sempre hanno visto questo outsider miliardario scalare la vetta del potere a stelle e strisce senza il loro consenso.

Che Trump con i suoi atteggiamenti da boss, il modo di parlare spesso sprezzante, il cambio del suo staff presidenziale come ai tempi del reality per la tv dove lo stesso Trump valutava i concorrenti per un lavoro di responsabilità manageriale, insomma, non si può certo dire che l’uomo sprizzi simpatia da tutti i pori o abbia creato quel clima di apertura al dialogo, doti essenziali per governare, anzi, quando ha ritenuto di avere ragione si è sempre intestardito ancora di più.

Era lui solo al comando e basta.

Oggi, l’ex presidente vive una damnatio memoriae dopo la sconfitta elettorale e i noti fatti della irruzione di suoi presunti sostenitori nel Campidoglio di Washington.

Ormai è peggio di un appestato e vedrete che fra poco definiranno Trump ancheil “male assoluto” del Terzo Millennio, come i grandi dittatori del secolo scorso, in modo che se qualcuno dovesse anche solo per sbaglio elogiare qualche iniziativa del fu presidente sa cosa lo aspetta anche per lui si aprirebbe la strada dei nuovi reietti.

Con questi presupposti, ora che inizia un nuovo capitolo per la Casa Bianca, bisogna chiedersi cosa è stata veramente la presidenza Usa di questi quattro anni.

Rispondere non è facile, specialmente se si tolgono gli slogan, le frasi fatte, le battute per ridicolizzarlo, le critiche su alcuni aspetti personali e sulla sua politica, così, ciò che emerge di questa presidenza è quanto mai contraddittorio; solamente agli inizi dello scorso anno tutti gli analisti finanziari e politici, anche della parte avversa, avevano decretato la sua vittoria per il secondo mandato addirittura a mani basse, purtroppo per lui è scoppiata l’epidemia che onestamente non ha saputo gestirla al meglio con troppe contraddizioni e con tutte le conseguenza disastrose per il Paese.

Comunque, al di là della pandemia, la domanda che sorge spontanea è: se un uomo così ridicolizzato ha avuto la possibilità per pura fortuna di vincere la presidenza la prima volta, come poteva pensare di ripetere il successo, addirittura vincendo, questa volta con una maggioranza schiacciante, il secondo mandato? Chi è che l’avrebbe votato?

La risposta è l’America, quella vera, fuori dai giochi dell’establishment radical chic, quella che con le politiche economiche dei democratici si era ritrovata a vivere in condizioni sempre più precarie e  ciò che è peggio per un americano, senza prospettive per il futuro, creando di fatto, ai margini del potere, cittadini di serie B che si domandavano, senza bisogno di analisi profonde o di complicati algoritmi, perché l’America, la Grande America, stava lasciando la sua politica di superpotenza mondiale non solo militare, ma anche economica, ad altri e in questo caso i beneficiari erano i cinesi ai quali è stato concesso addirittura di acquistare quasi la metà del debito pubblico americano e, altra scelta suicida, trasferire la grande industria manifatturiera made in Usa, sempre in Cina contribuendo ad impoverire il ceto medio e operaio americano, prime vittime  della fallimentare delocalizzazione. 

Nessuno ha mai ascoltato questa gente, anzi i loro problemi erano completamente silenziati dai grandi opinion leader, ma soprattutto dalla politica che non dava risposte.

Poi, come a volte accade nella storia, per un miracolo, è spuntato un uomo ricco e potente che ha detto una parola magica American first”, l’America prima di tutto, una vera pazzia che solo la tracotanza di Trump poteva cavalcare, contro il perbenismo democratico che aveva condotto la nazione in queste condizioni.

Si disse subito che si era insediato alla Casa Bianca un esaltato, tanto che, pochi giorni dopo la sua elezione i grandi soloni del giornalismo Usa, seguiti in maniera pedissequa dai colleghi esteri, soprattutto europei, avevano decretato che con un uomo del genere l’economia sarebbe sprofondata e l’America, chissà poi perché, sarebbe diventata pure guerrafondaia accendendo guerre in tutto il mondo.

In sostanza una specie di Dottor Stranamore, il famoso personaggio del film di Stanley Kubrick.

Invece, appena pochi giorni dopo la sua elezione, già alle prime aperture della Borsa di New York le grandi imprese hanno creduto in lui, tanto che per ben tre anni la Borsa ha macinato un successo dietro l’altro, grazie ad una economia autenticamente liberista e non da rapina capitalista, ma soprattutto ha saputo ridare fiducia a quel ceto medio ed operaio che aveva perso ogni speranza.

Un buon risultato confermato anche dai suoi più acerrimi detrattori, dove per la prima volta dopo decenni, la disoccupazione era scesa dal 8% al 3%.

Il trumpismo cominciava a guadagnare consensi molti di più di quanti avuti nella sua prima elezione a presidente.

A differenza di Obama, aveva cominciato a chiudere una serie di teatri di guerra ancora aperti, ma ormai inutili per gli interessi americani, non ha venduto per decine di miliardi armi all’estero, ha aperto negoziati con il famigerato dittatore della Nord Corea Kim- jong – un, ha posto agli europei, senza alcun fair plein diplomatico, l’aut aut di dover cominciare a difendersi da soli e non stare sempre sotto l’ombrello Usa’.

I progetti ambientalisti per lui, poi, uomo d’affari, puzzavano di ideologia e non di verità scientifiche e di mercato, per questo non ha ratificato i trattati di Parigi, ha tenuto in scacco l’Iran e il suo progetto nucleare, ha fatto il miracolo di far riconoscere Israele dai Paesi del Golfo, un avvenimento impensabile solo all’inizio dello scorso anno, ma messo in sordina perché l’artefice era stato lui, per non parlare poi del problema che ha posto per vietare l’entrata dei migranti clandestini negli Usa, innescando la polemica sul famoso muro per dividere la sua nazione dal Messico, suscitando scandalo anche presso la Santa Sede (Per la cronaca in queste ore il problema dei migranti è stato riconfermato anche Biden. Ndr). Si potrebbe continuare, pur tra luci ed ombre, a discutere sul suo operato, ma la cosa più importante della sua presidenza è stato certamente il conflitto commerciale con la Cina, la quale si era avvantaggiata, come abbiamo già accennato, grazie ad una serie di trattati ormai superati dai fatti.

Il Dragone rosso, infatti, non era certo più il Paese in via di sviluppo entrato nel Wto (World Trade Organization) negli anni ’80.

La Cina, con una politica accorta, ha saputo attirare ben presto investitori stranieri grazie al basso costo del lavoro; alle dimensioni enormi della propria economia e l’elevato tasso di risparmio privato, senza dimenticare l’altro valore aggiunto per chi voleva investire: la sua stabilità politica perché, essendo una dittatura comunista, scioperi, diritti salariali, libertà personali erano assolutamente vietati.

Una vera spinta per chi ha voluto investire nel gigante asiatico aprendo la via alla sua grande espansione economica e ora anche militare, con tutti i gravi problemi di stabilità sociale che ci portiamo dietro e chissà ancora per quanto.

Per la prima volta, dunque, dopo decenni, la Cina si è trovata un ostacolo davanti alla sua travolgente economia, il “pazzoTrump ha sfidato Pechino minacciando sanzioni o blocchi commerciali se non si rivedevano i trattati in maniera equa per gli Stati Uniti.

Una scelta che gli ha creato non poche fratture con il grande capitale non solo americano, ma internazionale che in Cina aveva ormai avviato importanti affari.

Se questo è uno dei problemi internazionali che si troverà a dover affrontare subito Biden, un altro, non meno complesso, è l’America divisa in due in maniera assai decisa.

Trump, nonostante la sconfitta, ha ottenuto oltre settanta milioni di voti da gente che ha creduto nella sua politica e che non è detto che si lasci convincere di aver commesso l’errore di votarlo, anzi, i segnali sono assai diversi e bisognerà vedere quali saranno, in proposito, le prossime mosse del neo presidente.

Infine, permettetemi una chiosa finale. Il nuovo presidente è stato acclamato anche in Vaticano, a differenza del suo predecessore, perché cattolico, ma soprattutto per la sua visione politica cara a questo pontificato come l’ecologia e i temi prettamente sociali, peccato che Biden è un cattolico sui generis, infatti è anche promotore da anni di una campagna abortista che propone addirittura la morte del feto oltre i tre mesi di vita.

Una battaglia che, ricordiamolo, ha visto Trump schierarsi apertamente contro, ma questo è irrilevante per papa Bergoglio, l’importante è che Biden abbia sconfitto Trump, il resto gli può essere pure perdonato.

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