Dimissioni

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Ancora una volta, siamo costretti a tornare su un vocabolo, questa volta dimissióni, che nel contesto nazionale costituisce una costante e non certo un vanto, quanto invece un sintomo del grave stato di crisi endemica che caratterizza il nostro paese. Se infatti dare le dimissioni può essere segno di dignità e di rispetto nel nostro ambito più spesso esse sono una sorta di escamotage per uscire da impasse e veti. Una volta si minacciavano e non si davano, oggi spesso si danno senza minacciarle. Ma la sostanza resta la stessa.

Le dimissioni del premier dopo la formale apertura della crisi di questo inizio di 2021 se formalmente legate alla consuetudine e corretta parlamentarizzazione della crisi stessa, sono più che altro il segno evidente di un gioco delle parti e di un corto circuito politico frutto delle contraddizioni insanabili che hanno segnato la nascita dell’esecutivo senza un reale accordo programmatico e linee chiare di percorso. Si può forse dire che l’unico punto evidente è forse proprio la decisione di dare le dimissioni. Forse, se essa tende ad un reale chiarimento, il più logico riguardando le basi stesse di una coalizione senza collante e condivisione convincenti.

Torniamo alla parola, per approfondirne il senso. Non vi è dubbio che da almeno due decenni il termine sia il motivo conduttore di ogni confronto, scontro, polemica, dialettica politica. Si potrebbe quasi dire che ogni giorno qualcuno chieda le dimissioni di qualcun altro, che si invochino le dimissioni, che si chiedano le dimissioni, che si diano le dimissioni (più raro!).
Le dimissioni sono in sostanza divenute il senso stesso di ogni azione, atto, percorso sociale, politico, economico e via dicendo. Per qualcuno sono un atto di debolezza, per qualcun altro un atto di coraggio, per altri sono un necessario gesto che prenda atto della situazione. Ancora ci si dimette per difendere la propria onorabilità, per provocare qualche cosa nell’ambito del proprio incarico o lavoro.

In sostanza l’atto del dimettersi sembra quasi divenuto un must, un obbligo sociale indipendentemente dalle ragioni, opportunità, significati, che esse possano avere o rivestire! Una deriva assolutista che ha reso un atto estremo, una sorta di strumento politico, facendone dimenticare il valore originario, il senso di una decisione sofferta, legata a vicende delle quali si riconosca la fondatezza, oppure si ravveda l’opportunità di rassegnarle, darle, a favore della chiarezza di un contesto nel quale vengano sollecitate o si ritengano opportune e coerenti.
In origine, dal punto di vista linguistico il termine deriva dal verbo latino dimittere ossia mandare via, licenziare. Singolare che all’origine l’atto in sé fosse visto come il risultato di una decisione esterna, altra, rispetto al soggetto/destinatario della stessa. Nel concreto, poi, si è trasformato in un atto cosciente e collettivo o individuale ma attivo, non passivo come in origine. Così il dimettere o il dimettersi da un impiego, da una carica, da un pubblico ufficio.

Nel diritto del lavoro, le dimissioni, se volontarie, costituiscono un recesso unilaterale del prestatore di lavoro dal contratto di lavoro a tempo indeterminato; ma esistono anche quelle d’ufficio, ormai desuete ed in via di scomparsa perché sostituite con l’istituto della decadenza, disposte dalla pubblica amministrazione in seguito a un comportamento dell’impiegato cui l’ordinamento annette la presunzione che esso voglia abbandonare il servizio.

Quelle al quale la storia politica nazionale ci ha poi abituato, quasi all’eccesso, sono le dimissioni del governo, quelle che è obbligato a rassegnare un esecutivo in carica, quando una delle Camere abbia negato la fiducia o anche quando dissidî interni o altre ragioni ostacolino la funzionalità del gabinetto o rendano opportuna una sua diversa composizione. Se poniamo lo sguardo alla realtà politica nazionale, negli ultimi anni, decenni, si può agevolmente registrare che il dare le dimissioni o essere costretti a darle, sia divenuto un elemento della lotta politica, quasi un succedaneo del ricambio generazionale o della necessità di rinnovamento delle istituzioni.

Oggi, poi, tra impossibili palingenesi etiche e presunte guide infallibili proprie dei momenti di smarrimento, l’istituto delle dimissioni ha subito e sta subendo l’ennesima metamorfosi recuperando un vecchio motivo: si chiedono le dimissioni di questo o quel ministro, di questo o quel politico di partiti avversi per creare le condizioni di crisi o di potenziale crisi a favore del “nuovo” o di quello che si pretende tale!
Una sola cosa continua a non avvenire, se non molto di rado: che si diano, vengano richieste o si scelgano come strada personale; le dimissioni quasi mai avvengono in un quadro chiaro di responsabilità o di assunzione di responsabilità.
Resta sempre qualcosa di inespresso, di non spiegato, di poco chiaro. Questo malgrado gli alti lai di qualcuno e i dissennati evviva di qualcun altro!

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