La strada smarrita

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La crisi, le dimissioni del governo, le consultazioni. Troppi nodi, poche soluzioni

Le prossime ore, i prossimi giorni, ci diranno quale strada imboccherà la crisi di governo e se la scelta di Italia Viva di staccare la spina all’esecutivo giallorosso si confermerà oppure no! I tempi decisi dal Quirinale, dopo la salita del premier al Colle, la chiusura della fase di consultazioni venerdì prossimo, ci lasciano soltanto la possibilità di un’analisi presuntiva su quello che potrebbe verificarsi.

L’angolo di possibili soluzioni parte ovviamente dalla richiesta del presidente della Repubblica di arrivare ad un governo coeso, ampio, fatto di condivisione degli immani problemi del Paese si trova dinanzi e sulla necessità di usufruire in modo deciso, rapido ed efficiente dei fondi europei posti a disposizione dell’Italia. Risorse mai viste nei tempi recenti, in buona parte libere da pesi ma che devono essere impiegate secondo precise linee, cronoprogrammi stretti e destinazioni verificate. Non siamo di fronte ad un regalo o da una pioggia di denaro da utilizzare ad libitum, ma di una messe di investimenti possibili, cruciali per rivitalizzare e modernizzare il nostro sistema ossificato e burocratizzato.

A fronte di questa premessa, le risposte alle quali assistiamo non lasciano molto tranquilli. Si parla, si sparla, di condivisione ma ad ogni passo sembrano prevalere letture di parte, esclusioni a priori, durezze varie, personalismi senza costrutto e senza futuro per tutti noi. La gravità della pandemia, l’impatto devastante che sta avendo e non solo da noi sulla società, sul sistema produttivo, sulla sanità non ammettono atteggiamenti come quelli che vediamo manifestarsi e, soprattutto, non prevedono soluzioni come quelle di “europeisti; costruttori….” e via dicendo. Queste sono e saranno sempre foglie di fico, permetteranno di vivacchiare ma non di governare e a che prezzo potremmo saperlo solo dopo.

Quello che serve a tutti noi e al paese nel suo insieme è una scelta di responsabilità nazionale, l’unica in grado di tranquillizzare l’Europa. Non la solita Europa che ci critica e sanziona, ma quella che ci tende la mano e ci chiede rigore e chiarezza. E rigore e chiarezza dovranno essere alla base delle nostre risposte.

Anche qui, evidente, appare la distanza dalle parole che si sentono e quelle che servirebbero. Ogni giorno qualcuno ribadisce …. mai con quelli, mai con quegli altri, questo sì e questo no…. . Non il migliore dei modi per procedere. Serve uno sforzo all’altezza della situazione. Il premier va certo sostenuto nella fase attuale da chi ha governato con lui, ma se questo sostegno non basta occorre porsi qualche domanda e soprattutto e subito dopo pensare come sia possibile con lui o senza di lui, trovare una soluzione. Non servono a nulla vagheggiamenti come quelli di una sua lista o altre amenità necessarie a passare il tempo e fare ammuina. Va chiarito se esistono le basi perché la sua funzione, quella sino ad ora esercitata in una difficile fase come quella della pandemia, possa continuare sulla base di un programma serio, cadenzato, di alto profilo, all’altezza delle richieste del Quirinale e del paese che da esso trae serenità e indicazioni senza tentennamenti.

Tutti siamo necessari, nessuno è indispensabile. Questo il punto, forse per lo stesso premier dimissionario è il momento di misurarsi con questo assunto e magari proprio su questa analisi trovare il modo di proporre una soluzione adeguata ai tempi e alle attese. Perché il tempo passa inesorabile e le soluzioni devono essere rapide pena rallentamenti se non decadenza degli stessi aiuti ai quali tutti pensano e ai quali si aggrappano come fossero una manna dal cielo. Sono invece risorse importanti  da non buttare via o sprecare senza criterio. Sono un aiuto formidabile alla ripresa del paese e a dare forza alla sua economia ancora vivace nonostante i colpi subiti e in molti settori all’avanguardia.

Non sono necessari proclami, ostracismi, tatticismi, salvatori dell’ultimo minuto, ma la chiarezza che viene dalle domande, tante è vero, ma semplici nella loro essenza che il paese pone: salute ora immanente, lavoro, investimenti in infrastrutture in un paese in evidente declino sulle direttrici che fanno la differenza, nel rispetto non solo formale ma fatto di scelte sostanziali e prospettiche verso la cosiddetta transizione verde che non è fare  la raccolta differenziata o non solo, ma prevedere in che modo e con quale orizzonte si intende fornire energia pulita al sistema, alle famiglie, senza pagare un dazio continuo, inesorabile e inaccettabile ai ritardi accumulati per troppi anni. Non siamo soli, tutta l’Europa affronta la transizione, ma i nostri ritardi, le nostre debolezze, il nostro essere legati alle scelte anche irragionevoli e condizionanti dei fornitori esterni, mettono una palla al piede ancor prima di cominciare. Anche qui scelte strategiche richiedono chiarezza e immediatezze, imboccare una strada e seguirla.

A nessuno sfugge che queste scelte le dovrebbe fare il paese nel suo insieme, condividendo rischi e prospettive, partendo da un assunto comune e liberamente accettato. Veti incrociati, visioni contrapposte, mediazioni senza fine, favoritismi scriteriati non solo non dovrebbero aver valore, ma essere respinti con forza.

Il premier, a conclusione delle consultazioni, dovrà decidere con l’alto consiglio del presidente Mattarella, se è in grado di proporre simili soluzioni svincolate dalle segreterie di partiti e movimenti e se su queste avrà il più largo appoggio possibile. Altrimenti, e non è un vaticinio sin troppo semplice la strada è soltanto una: chiedere agli italiani come creare questa condivisione nazionale e dare ad esso la risposta politica auspicabile!

Solo così, la strada che è stata smarrita potrebbe essere ritrovata. Il tempo non aiuta e l’orologio corre, anche quello della storia che in frangenti come questi fa la differenza!

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