Per un diritto alla riparazione e non obsolescenza

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Un sommovimento globale chiede responsabilità da parte delle aziende e reclama il diritto di riprendere possesso dei propri beni, riparandoli

Secondo il rapporto delle Nazioni Unite “Global E-waste Monitor 2020”, dall’Europa provengono 12 dei 53,6 milioni di tonnellate (Mt) di rifiuti elettronici prodotti a livello globale nel 2019: una media di 7,3 chili a testa per ogni abitante del Pianeta, che nel caso degli europei è più che doppia – 16,2 kg – e per gli italiani ancora più alta, 17,2 chili ciascuno. Un ammasso di rifiuti che ha raggiunto, alla fine dell’anno, il peso equivalente di tutti gli europei adulti e che potrebbe sfiorare i 74 Mt entro il 2030.

Nel mondo, solo l’8,6% delle risorse utilizzate in un anno viene oggi reimpiegato nell’economia. Nel caso specifico dei rifiuti elettronici, le stime parlano di un 40% effettivamente riciclato in Europa. Il paradigma “produzione – consumo – smaltimento” del modello economico lineare attuale ha portato a triplicare in meno di cinquant’anni l’estrazione globale annuale di materie prime, passando dai 27 miliardi di tonnellate nel 1970 ai 92 miliardi di tonnellate nel 2017.

L’obsolescenza programmata dei dispositivi elettronici, ovvero la politica commerciale adottata dalle aziende produttrici allo scopo di accorciare la vita naturale di un prodotto, è sfruttata spesso come motore dell’economia, in quanto spinge il consumatore ad acquistare ciclicamente nuovi prodotti per sostituire quelli vecchi, ormai inservibili e irreparabili. Il design industriale è focalizzato sulla producibilità: introdurre nel mercato nuovi beni aderenti agli standard di qualità rapidamente e al minor costo possibile, senza preoccuparsi delle esternalità ambientali e sociali negative.

Il risultato è che in media uno smartphone viene sostituito ogni 2-3 anni, mentre una stampante desktop svolge la sua attività per un tempo effettivo di sole cinque ore e quattro minuti. E se non è la meccanica che si inceppa, il dispositivo viene superato dai suoi stessi software di funzionamento, che all’ennesimo aggiornamento non sono più supportati dai vecchi modelli (la cosiddetta obsolescenza prematura). Oppure risulta molto difficile da riparare, come l’iPhone assemblato con viti Pentalobe, incompatibili con i normali cacciaviti, o il Kindle dai componenti di plastica incollati tra di loro, impossibile da smontare.

La realtà è che, sebbene ci sia ogni sorta di garanzia per il consumatore, quando si è costretti a mandare un prodotto in assistenza, la scelta tra riparazione, sostituzione e rimborso non è ugualmente conveniente. Ed è anche vero che il problema non può essere risolto individuo per individuo, sebbene si tratti di una situazione per la quale non mancano gli appelli all’azione: secondo un sondaggio Eurobarometro, il 77 per cento dei cittadini UE preferirebbe riparare i propri dispositivi elettronici piuttosto che sostituirli e il 79 per cento pensa che i produttori dovrebbero essere obbligati a rendere “più facile la riparazione dei dispositivi digitali o la sostituzione delle singole parti”.

L’obsolescenza programmata è, del resto, un fenomeno molto più datato di quanto si possa pensare: il primo caso risale a circa cent’anni fa, quando i produttori di lampadine ad incandescenza fecero cartello e decisero di ridurre la durata della luce, portandola da 2500 a 1000 ore. Contro tali processi agisce l’ecodesign, vale a dire l’ideazione di oggetti d’uso o servizi con un approccio responsabile, che tenga conto anche del benessere dell’ambiente e della società. Materiali riutilizzabili, biodegradabili, riciclabili e non tossici, che assicurino la maggiore durata possibile del prodotto.

A livello globale cresce sempre più la richiesta di applicazione del right to repair, il diritto alla riparazione, che include ma non si limita a: accesso ai pezzi di ricambio, know-how e formazione professionale dei riparatori, professionisti e non, servizi di riparazione diffusi, garanzie di sicurezza sui prodotti, tutela della proprietà intellettuale, strumenti finanziari che rendano la riparazione competitiva nella scelta del consumatore e, ultimo ma non meno importante, indice di riparabilità dei dispositivi. Quest’ultimo, un cui prototipo è appena entrato in vigore in Francia, consiste in un vero e proprio punteggio, da 1 a 10, apposto sull’etichetta, che tiene conto di fattori quali la facilità di smontaggio, la disponibilità dei mezzi di ricambio, la reperibilità di istruzioni per la riparazione, la durata degli aggiornamenti software.

In Italia, il processo di smaltimento dei RAEE (rifiuti elettrici ed elettronici) passa attraverso due canali: i centri di raccolta comunali e le catene di vendita dei prodotti, che, secondo le direttive europee, sono tenute a ritirarli. Attualmente, sono sul tavolo due proposte di legge, entrambe a firma M5S: la prima proprio sul diritto al riuso e alla riparazione, che punta a portare fuori dal ciclo dei rifiuti i beni riparabili e riutilizzabili; la seconda per il contrasto all’obsolescenza programmata, anche grazie a un sistema di incentivi alle imprese. Secondo il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, “sono oltre 230mila le posizioni di lavoro che ora occorrerebbero per i cosiddetti riparatori”.

Non mancano neanche le iniziative a livello comunitario. Lo scorso 25 novembre il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione “Verso un mercato unico più sostenibile per le imprese e i consumatori”, con la quale i deputati invitano la Commissione ad assicurare ai consumatori il diritto alla riparazione, rendendo le riparazioni più accessibili, sistematiche e vantaggiose.

A partire dal mese corrente, data di entrata in vigore della direttiva, telefoni, tablet e laptop saranno sottoposti all’elaborazione di standard tecnici per la riparazione e la sostituzione dei loro componenti, affiancandosi quindi a quelli già esistenti per computer, televisori, lavastoviglie e lavatrici. Gli obiettivi sono quelli di rendere più facile lo smontaggio dei prodotti e favorire la reperibilità delle parti di ricambio. Secondo Robert Nuij, caposettore per l’Efficienza energetica dei prodotti della Commissione Ue, “il risparmio totale atteso sarà di circa 130 TWh all’anno entro il 2030. In pratica l’equivalente del consumo energetico annuo dell’Irlanda”. La speranza è che la Commissione approvi nel 2021 l’indice di riparabilità per tutti i dispositivi elettronici.

La risoluzione del problema e-waste non può non passare, però, da una maggiore consapevolezza diffusa dell’estensione del problema. Oggi l’efficienza energetica media degli elettrodomestici e dei dispositivi elettronici non giustifica sostituzioni a breve termine. Per esempio, nel caso specifico dei notebook – ma un ragionamento simile vale per televisori e smartphone -, se anche il nuovo modello di notebook usasse il 10% in meno di energia rispetto al vecchio, dovrebbe, secondo i calcoli dell’Oeko Institut di Friburgo, essere utilizzato per almeno 80 anni per compensare l’energia consumata per la sua produzione.

Varie associazioni internazionali impegnate nel settore chiedono a gran voce che si reimpari a riparare i propri dispositivi. Perché questo sia possibile, è necessaria una maggiore diffusione delle competenze e degli strumenti di riparazione. È nato ad Amsterdam nel 2009 il network dei Repair Cafés, oggi 1300 nel mondo: luoghi dove le persone si ritrovano per riparare i propri dispositivi domestici, dai computer alle biciclette, passando per i capi di abbigliamento. Un altro strumento diffuso a livello internazionale è iFixit, un wiki-sito con informazioni su come riparare i propri dispositivi tecnologici che è anche una community globale e un e-shop per acquistare strumenti di riparazione.

Se l’impegno dal lato consumatore è più che presente, manca ancora una regolamentazione unitaria della responsabilità dei produttori. Nella maggior parte dei paesi europei, compreso il nostro, lo smaltimento dei rifiuti elettronici si basa sul principio EPR (Extended Product Responsibility), che assegna ai fabbricanti la responsabilità dell’intero ciclo di vita di un prodotto. Nel caso di produttori di elettronica che non hanno sede in Europa, però, il principio perde applicazione. Giganti come Amazon e Apple andrebbero, secondo molti, resi responsabili della raccolta, del riciclo e della riparazione dei propri prodotti. La regolamentazione delle grandi piattaforme non è sicuramente impresa facile, ma è un passo più che necessario se si vogliono realmente invertire le tendenze.

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