10 anni dopo la primavera araba

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Il miraggio della democrazia in Egitto e la democrazia incompiuta in Tunisia

Egitto

Dopo la “Rivoluzione dei gelsomini”, avviata in Tunisia alla fine del 2010 a seguito del suicidio del fruttivendolo Mohamed Bouazizi, il 25 gennaio 2011 iniziava in Egitto la rivoluzione egiziana che avrebbe dovuto traghettare la nazione dal regime autoritario a quello democratico.  

Milioni di egiziani, stanchi della corruzione dilagante a livello governativo, dell’essere privati dei propri diritti umani, degli arresti e dei sommari processi alle donne che in qualche modo avevano influenza sui social media, si riversarono nella piazza Tahrir, rinominata dopo la rivoluzione “piazza della liberazione” per manifestare contro Hosni Mubarak e tutto il suo governo, contro un regime che aveva creato sotto-occupazione e disoccupazione, una sanità collassata, continue forme di persecuzione e intimidazione e detenzioni spesso totalmente arbitrarie.

Nell’Egitto di quell’epoca la donna, vero pilastro della famiglia, veniva spesso mortificata nella sua dignità e rappresentava di fatto l’elemento debole e di facile sottomissione della società, vista come oggetto più che come soggetto. Un Paese in cui la popolazione chiedeva il riconoscimento dei diritti umani, perché senza tale riconoscimento non si può avere la libertà e senza libertà non potrà mai esistere la vera democrazia.

Il giornalista Khaled Diab il 17 gennaio del 2010 sull’edizione internazionale di “The Guardian” scriveva un articolo, dal titolo “Il mio piano per un Egitto democratico – Con la giusta leadership, l’Egitto potrebbe sbarazzarsi del nepotismo e della disuguaglianza per diventare una società prospera ed egualitaria”, e nel corso dell’articolo evidenziava che «Al fine di contrastare e invertire il crescente fondamentalismo religioso e il conflitto comunitario, avrei scavato le radici, piuttosto che sminuzzare violentemente la crescita. Un pesce marcisce dalla testa in giù, quindi è importante lanciare una seria campagna per sradicare la corruzione, prima dai vertici della società».

A tale data la disuguaglianza economica in Egitto era cresciuta molto e c’era l’assoluta necessità di riequilibrarla per evitare l’insurrezione della popolazione.

La prima fase della post-rivoluzione

La prima fase di questo processo di transizione doveva cominciare subito dopo la rivoluzione, proprio col riconoscimento dei diritti civili e politici della popolazione, fino ad imboccare la direzione della vera democrazia con l’indizione di elezioni libere, corrette e competitive.

Purtroppo, nel 2013, solo dopo due anni dall’inizio di quella che doveva essere la nuova era post-rivoluzione, un colpo di Stato ha riportato il Paese sotto un nuovo regime militare, a cui ha fatto seguito una disoccupazione dilagante e una crescente povertà. Secondo la Banca mondiale il 32% della popolazione vive oggi al di sotto della soglia di povertà, contro il 16% del 2011. Il Paese si è ritrovato in un nuovo e più pesante oscurantismo e da quel periodo, secondo Human Rights Watch in Egitto «Le forze di sicurezza del ministero dell’Interno e la National Security Agency (NSA) hanno fatto sparire con la forza, arrestato arbitrariamente e torturato dissidenti, compresi i bambini (…).
Gli egiziani nel 2020 hanno continuato a vivere sotto la dura morsa autoritaria del governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi (…).
Decine di migliaia di critici del governo, inclusi giornalisti e difensori dei diritti umani, rimangono imprigionati con accuse motivate politicamente, molti in detenzione preventiva a lungo termine. Le autorità hanno spesso utilizzato accuse di terrorismo contro attivisti pacifici e molestato e arrestato parenti di dissidenti all’estero

Una testimonianza dell’operato di tale regime viene offerta a noi italiani anche dalla scomparsa di Carlo Regeni avvenuta il 25 gennaio del 2016, a 5 anni dalla rivoluzione, il cui processo per la ricerca della verità è ancora in corso e la cui verità avrà difficoltà ad emergere probabilmente anche a seguito dei rapporti commerciali esistenti tra Italia e Egitto.

La repressione della libertà sta raggiungendo oggi livelli inimmaginabili, ignorando qualsiasi appello internazionale, sia da parte di governi, che di associazioni umanitarie.

I sogni di democrazia svaniti

L’entusiasmo dei primi mesi è durato poco e il Paese si è risvegliato dopo un meraviglioso sogno di libertà. I governi di altri Paesi, che hanno temuto una simile rivolta interna, hanno adottato velocemente misure precauzionali e approvato frettolosamente leggi e disposizioni che hanno allentato le redini che avevano posto alla limitazione dei diritti umani dando maggiore libertà al popolo, anche se in parte si trattava di una mera illusione. Ciò è bastato per evitare il proseguire degli effetti della primavera araba e l’innescarsi di una rivoluzione interna, se non di una vera e propria guerra civile. Una mossa sicuramente intelligente e strategica che ha ottenuto un risultato positivo da accreditare agli effetti della “Rivoluzione dei gelsomini”. Una rivoluzione che, comunque, aveva sicuramente inciso sulle coscienze degli abitanti e sulle modalità governative di diversi Paesi. Un esempio, e non è il solo, ci è stato fornito dal Marocco, dove nuove norme e disposizioni, ancorché leggere, hanno rappresentato comunque e rappresentano ancora una concessione sui diritti umani che è stata apprezzata dal popolo ed evitato così una quasi sicura ulteriore rivoluzione.

L’effetto della primavera araba, paradossalmente, ha avuto dei riflessi negativi sulle fasce sociali più deboli facendo loro rimpiangere i precedenti Capi di Stato che erano stati deposti dopo essere stati messi in stato di accusa in genere per casi di corruzione e per mancato riconoscimento dei diritti umani.

L’Egitto, purtroppo, non è riuscito ad arrivare neanche alla fase iniziale della scelta degli uomini validi che potessero fare da guida nel nuovo cammino, poiché la rivoluzione non ha avuto neanche il tempo di provare a mettere in atto le azioni miranti al raggiungimento di una primordiale forma di governo democratico. La rivoluzione ha solo lasciato morti e diritti umani ulteriormente calpestati, forse, in qualche Paese, in maniera più drastica di quanto avveniva prima della rivoluzione, in maniera anche sfacciatamente aperta e chiaramente osservabile da parte di tutto il mondo senza alcun timore, quasi a dimostrazione di una forma di incontestabile del potere governativo.

In Egitto oggi non basta neanche la presenza di associazioni internazionali di donne, che ostentano libertà e pieni diritti, perché è legittimo dubitare anche sulla reale libertà delle loro azioni. Infatti, non si spiegherebbe la loro libertà di agire e di promuovere azioni per i diritti delle donne se poi, nello stesso Paese in cui operano, tali diritti sono messi al bando.

Ciò nonostante è nostro dovere aiutare queste associazioni perché in un tessuto sociale così arido si possa sperare che vengano alimentate nuove iniziative per una crescita della coscienza collettiva del rispetto di tali diritti.

L’Egitto dovrà trovare un gradimento interno da parte della popolazione, non dovuto alla paura della repressione, ma alla consapevolezza che vengano varati programmi che mirino alla maggiore libertà individuale col pieno riconoscimento dei diritti umani.

Tunisia

La primavera araba, purtroppo, fino ad oggi nulla ha prodotto di positivo nei Paesi interessati le cui popolazioni sono allo stremo delle loro forze. I popoli che hanno inneggiato alla rivoluzione sono oggi immersi in un vero disastro economico e sociale, ad eccezione, anche se solo in parte, della Tunisia dove, pur nelle grandi evidenti difficoltà sociali che sta attraversando, si vede un barlume di speranza per il raggiungimento di un regime democratico, un obiettivo che potrà avverarsi solo attraverso una nuova presa di coscienza da parte della popolazione e magari cercando di recuperare, se è ancora recuperabile, ciò che di buono c’era nel vecchio regime, rimettendo in movimento le persone che, pur sotto un regime totalitario, davano riscontri positivi per la crescita sociale, culturale ed economica del Paese.

Tra gli errori del nuovo governo

Forse in Tunisia l’errore più grande, nell’immediato periodo post Ben Ali, è stato quello di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”.

Il significato di tale espressione viene chiaramente riportato da Khaled Guezmir, sul quotidiano indipendente della Tunisia «Le Temps» del 28.1.2021, dove, disquisendo sull’abbandono della tutela ambientale da parte del Governo tunisino, così ha scritto: «Ben Ali, mi dispiace parlarne ancora, perché non sono mai stato uno dei suoi seguaci più ferventi se ne era reso conto quando ha creato questo famoso Ministero dell’Ambiente. Uno dei suoi parenti, il signor Mehdi Mlika, accusato di tutti i mali, ha avviato una politica ecologica e lo sviluppo degli spazi verdi. Da qui il concetto di “città giardino”, di viali dell’ambiente e questi nuovi parchi di Nahli e Montplaisir, bloccati di colpo dopo la Rivoluzione.

La stupidità umana ci ha fatto associare il vecchio regime alla corruzione, all’autoritarismo e così via, senza mai fare lo sforzo di salvaguardare le cose buone e la continuità dello Stato, dove il progresso e la crescita sono stati possibili … E sono stati possibili in termini di ambiente!

Signori politici, signori governanti … volete seppellire il “vecchio regime” … Bene, fate meglio di lui!»

Un grave errore è stato cioè l’avere annullato quelle capacità operative che avevano dato lustro al Paese, ancorché facenti parti del vecchio regime. Ad esempio, sono state messe da parte alcune particolari professionalità che, attraverso seri interventi politici, avevano fatto assurgere il Paese a simbolo del rispetto e della tutela dell’ambiente, con ammirazione da parte dell’Europa e del mondo intero e, assieme a loro, sono stati ignorati quanti si erano adoperati per l’approvazione di norme che tutelano, ancor oggi, i diritti delle donne e che avevano inserito il Paese nell’ambito di un forte gradimento internazionale ed europeo in particolare.

Siamo adesso in una fase pericolosa del lungo cammino verso la democrazia, infatti, tra i Paesi della primavera araba, la Tunisia, che sembra avere raggiunto un avanzato stato di transizione verso il regime democratico, ha una popolazione stanca e con enormi difficoltà economiche che potrebbero indurre in forti ripensamenti e ad un ritorno al passato. L’avviso è dato dalle continue manifestazioni di piazza contro il governo, soprattutto da parte dei giovani. Questo pericolo potrebbe essere scongiurato con nuove elezioni che allontanino gli estremismi, con la nascita di un governo moderato che possa avere un maggiore gradimento internazionale per una veloce ripresa dello sviluppo economico.

Le nuove speranze

La Tunisia, allo stato attuale, ha un governo fortemente determinato dal Movimento Ennahdha, con 54 deputati al Parlamento su 217, con a capo Rached Ghannouchi ed è considerato l’unico Paese che ha avuto successo nella sua transizione democratica tra gli altri stati arabi della “primavera araba”, tra cui Egitto, Yemen, Siria e Libia.

Ma è vero? La Tunisia può realmente considerarsi oggi un Paese con piena democrazia? Leggendo la stampa locale e quella internazionale le cose sembrano un po’ diverse.

Abir Moussi, donna ben determinata nelle sue azioni, presidente del Destourien Libre Party (PDL) che ha attualmente 16 deputati in Parlamento, è diventata uno dei politici più importanti della Tunisia, risultando dai sondaggi in forte crescita. Il suo partito sembra uno dei favoriti per le elezioni legislative anticipate e ciò pare sia dovuto principalmente al suo inneggiare contro gli islamisti, contro i quali si è fortemente opposta durante il primo anno della legislatura attuale.

Era un membro del Rassemblement Constitutionnel Démocratique (RCD), il partito di Ben Ali, pertanto facilmente intuibile che possa essere considerata una nostalgica del vecchio regime. I suoi programmi sono in chiara antitesi con quelli dell’attuale governo e non nasconde i suoi legami con gli Emirati Arabi Uniti che dimostrano di avere una visione conciliante dell’Islam e l’organizzazione di grandi conferenze interreligiose, mentre il Movimento Ennahdha risulta vicino ai governi del Qatar e della Turchia che, assieme all’Iran, costituiscono il principale fattore di destabilizzazione e d’insicurezza nella regione e di sostegno finanziario al fondamentalismo dei Fratelli Musulmani in Occidente, compresa l’Italia. Verso il Qatar, in ragione degli enormi investimenti economici fatti in Europa e negli Stati Uniti, non pare che ci siano reazioni negative da parte dell’Occidente.

Nell’intervista rilasciata il 28.1.2021 al quotidiano “La Repubblica” Abir Moussi rivolge un’accusa pesante sia alle pressioni che, nel suo Paese, vengono fatte sulla giustizia, sia ai finanziamenti illegali che vengono concessi dal Qatar e dalla Turchia. Alla domanda che le è stata posta su quale fosse la via d’uscita per la Tunisia, ha così risposto:

«Noi abbiamo un programma preciso, ma tra i primi punti, il più importante, per uscire dalla crisi è chiudere del tutto con l’Islam politico. La situazione di oggi è frutto delle loro politiche, loro non credono nello Stato, lo vogliono sostituire. Abbiamo sentito persino l’offerta con cui proponevano di schierare i giovani militanti accanto alla polizia, contro i dimostranti

Infatti, Ennahdha, ancorché considerato un partito islamico moderato, restando sempre legato ad un Islam che condiziona la politica nazionale, promuove azioni che non sembrano trovare il gradimento nella massima parte della popolazione.

Riflessioni finali

Per i due popoli, egiziano e tunisino, si evidenziano due probabili destini diversi nel post-rivoluzione legati in parte all’influenza dei Paesi dello stesso mondo arabo che li sostengono e in parte alla tensione interna esistente nei rispettivi Paesi che sembra strettamente legata soprattutto alla guerra tra gli islamisti e quelli che vogliono il rispetto dei diritti umani.

Se la popolazione egiziana, sotto l’attuale regime fortemente sostenuto dalla Turchia e dal Qatar, non sembra al momento sperare in alcun segno di reale cambiamento, ben diversa sorte potrebbe avere il popolo tunisino.

Ma allora cosa è mancato alla primavera araba per avere un reale successo? E perché è svanito l’entusiasmo iniziale che, oltre la Tunisia, l’Egitto e la Libia, aveva coinvolto anche altri Paesi musulmani quali lo Yemen e il Sudan?

In quel periodo l’effetto domino aveva fatto sorgere l’illusione che le tirannie erano comunque facilmente estirpabili e soprattutto aveva fatto sorgere il convincimento o forse l’illusione che nessun tiranno poteva ormai sentirsi sicuro, anche grazie all’attuale mondo dell’informazione che si è talmente evoluto da potere sfuggire che le reazioni delle popolazioni sfuggano, in un primo momento, ai più fitti e severi controlli dei governi totalitari, facendo coì aumentare la libera circolazione dell’informazione, ancorché a forte rischio della libertà personale di chi la pratica.

La via verso la democrazia non è semplice e ha bisogno di alcune fasi obbligatorie perché si raggiunga una democrazia stabile:

  1. occorrono elezioni libere con una libertà garantita e non illusoria e senza l’Islam politico per bloccare la potenziale crescita del fondamentalismo religioso;
  2. occorre l’emanazione di leggi per il riconoscimento dei diritti umani, senza distinzione di sesso, e con le donne aventi gli stessi diritti degli uomini compresa la libertà di espressione e di coscienza;
  3. occorre una riorganizzazione, un rafforzamento e il massimo sostegno delle istituzioni pubbliche, e in particolare del parlamento e della magistratura, per garantire un’efficace separazione ed un vero equilibrio di poteri e porre fine alla cultura della paura e dell’intimidazione;
  4. occorre una chiara politica programmatoria per soddisfare le esigenze di tutti i cittadini, compresi quelli delle minoranze;
  5. occorre una seria politica sulla sicurezza per stimolare e agevolare gli investimenti stranieri.

In Egitto le elezioni del 2020 hanno confermato il regime militare con una forte maggioranza, ma, allo stato attuale, manca il rispetto dei diritti umani, dunque manca la libertà, restando così solo il miraggio di una vera democrazia.

In Tunisia, dove già le leggi emanate sotto il regime di Ben Alì riconoscevano alle donne pari dignità degli uomini, in attesa delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento si assiste ancora a una democrazia incompiuta.

Dopo questa breve analisi è spontaneo chiedersi cosa possono fare i cosiddetti Stati democratici contro la così vistosa violazione dei diritti umani. Certamente non possono interferire nella politica interna di uno Stato straniero, ma potrebbero, anzi dovrebbero porre attenzione alla vera destinazione di alcuni prodotti commerciali. Non dovrebbero, ad esempio, continuare attività commerciali riferite agli armamenti militari con Paesi che calpestano i diritti umani. L’Italia, a tale scopo, dovrebbe fare applicare pienamente quanto previsto nell’art.1, comma 6, punto d) della legge 9 luglio 1990, n. 195, in armonia del quale l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti dell’uomo”.

 «L’etica non ammette mediazioni o negoziati. Il contratto per la fornitura militare all’Egitto è una violazione anzi una negazione di un principio fondamentale della democrazia: non fare affari con regimi totalitari. È un atto inaccettabile per chiunque creda nella democrazia ed è uno schiaffo per chi come i familiari di Giulio Regeni hanno avuto da quei regimi sofferenze e lutti».

È quanto ha chiaramente affermato don Luigi Ciotti in una recente campagna per il disarmo aderendo alla campagna promossa da varie associazioni tra cui Amnesty International per bloccare l’invio di armamenti all’Egitto retto dall’attuale regime.

Le difficoltà, le incertezze e gli insuccessi dei popoli che hanno partecipato alla Primavera Araba sono dipese e dipendono ancora soprattutto dalle lotte interne di potere giustificate da aspetti religiosi. L’Egitto e la Tunisia ne sono un esempio, anche se con caratteristiche differenti. E se oggi il processo verso una democrazia è ad uno stato più avanzato in Tunisia, ciò lo si deve soprattutto alle condizioni differenti dei due Paesi nel periodo pre-rivoluzione, sia in relazione alle leggi già emanate per il riconoscimento dei diritti umani, sia in relazione alla coesistenza nello stesso Paese di popolazioni di diversa religione e alla loro pacifica convivenza.

Desidero pensare, e spero di non illudermi, che la Primavera Araba possa avere influito anche su nuovi positivi equilibri che si stanno formando tra il mondo arabo e quello occidentale, con una rivisitazione delle interferenze esistenti nel mondo arabo tra Stato e Islam. Questo potrebbe indirettamente influire anche su una auspicabile prossima distensione anche tra lo Stato d’Israele e lo Stato di Palestina.

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