Basta con la dittatura del politically correct

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Una dittatura dell’omologazione che uccide la libertà del pensiero

Quando in futuro qualche storico studierà il nostro attuale periodo, probabilmente ci prenderà per pazzi, siamo, infatti, in una società continuamente in corsa, ma senza una vera meta, un po’ come navigare a vista seguendo i nostri istinti primari.

Parole come ideali, progetti, visioni per il futuro sono del tutto assenti nel lessico odierno, mentre il mondo diventa sempre più complesso.

In questo contesto dobbiamo aggiungere un corollario al nostro mondo e che silenziosamente, ma non per questo meno invadente, influenza sempre di più le nostre scelte.

Da anni viviamo in una dittatura apparentemente con lo scopo di resettare tutta la nostra storia, il nostro linguaggio, le nostre tradizioni e ripulirle con un nuovo concetto ideale con il cosiddetto politically correct dove ogni parola deve essere misurata, controllata ed analizzata per trovare eventuali pregiudizi di tipo razziale, etico, orientamento sessuale, età, religione, disabilità e tutte quelle categorie considerate discriminate.

Tutto corretto e giusto, solo che, da una idea potremmo definire di semplice buona educazione, si corre il rischio di imporre e non di consigliare, questo codice comportamentale con il rischio che chi non accetta questa visione del tutto personale, neanche se fosse le Tavole della Legge, viene socialmente eliminato come antisociale e spesso messo ai margini della società come impresentabile. 

Una situazione assurda, purtroppo, come spesso capita, da una idea di buon vivere sociale, il politically correct è divenuto il nuovo modo di pensare che ha invaso il mondo come una tenaglia dove, sempre ‘democraticamente’, si deve pensare solo in una maniera: “Io ho sempre ragione e tu hai sempre torto” e senza possibilità d’appello per le proprie ragioni.

Così, nell’anno appena trascorso, abbiamo visto, seguendo l’ideale del politically correct, una battaglia contro la cultura di un passato definito razzista.

In nome della lotta alla discriminazione dei tempi passati, sono state abbattute statue, cambiato nome alle vie dedicate a personaggi illustri, arrivando ad abbatterne le statue. Un esempio tra i tanti, quelle dedicate a Cristoforo Colombo con la giustificazione che essendo stato il primo scopritore, dunque, conquistatore dell’America, di conseguenza responsabile morale per i secoli successivi della distruzione di intere comunità autoctone.

Ogni commento a questa stupidità metterebbe chiunque al loro livello, dunque meglio andare avanti e tornare al concetto dell’uso di un vocabolo.

La battaglia per cambiare i termini non è solo mutare il linguaggio, ma anche la storia sul quale si è innestato.

È una rivoluzione non solo di pensiero, ma di trasformazione della propria mente con una visione collettiva inserita nella odierna globalizzazione anche ideologica che in un pericoloso indifferentismo culturale, finisce per non conoscere più la propria storia e le sue radici.

Come ricorda profeticamente Orwell, a proposito di questa rivoluzione lessicale, dopo aver distrutto il linguaggio di una nazione, possiamo ricostruire a nostro modo la storia, vivendo, così, in un continuo inganno.

Recentemente, in questa follia delle idee, c’è stata anche la dura contestazione ad uno dei massimi rappresentanti della nostra civiltà, Dante Alighieri, il Sommo poeta.

La notizia della condanna del “ghibellin fuggiasco” è apparsa in questi giorni sulla stampa di tutto il mondo, essendo Dante un patrimonio dell’umanità, chiedendo che la sua opera venga addirittura epurata, tolta come materia di insegnamento ed eliminando di fatto un caposaldo alla nostra cultura occidentale e non solo italiana.

La censura è stata decretata dal Comitato per i diritti umani, Gerush ‘92, una organizzazione non governativa e no profit, la cui attività si svolge nel più rigoroso politically correct elaborando e realizzando i progetti per i diritti fondamentali dell’uomo e contro ogni forma di razzismo o di fobia per il diverso, dando poi anche la patente di legittimità democratica come nel caso di Dante.

Ma quali sono le accuse precise mosse al poeta?

È presto detto, nella sua Divina Commedia ci sono evidenti riscontri di antisemitismo e l’islamofobia, per non parlare di omofobia e del sessismo, ma dimenticando colpevolmente il contesto storico medievale in cui è vissuto Dante e se poi qualcuno ha fatto presente la sterminata simbologia, i contenuti teologici e storici della suo immenso lavoro culturale, nulla da fare. La condanna è una condanna e non si discute.

A conclusione di questa ‘brillante’ ricerca sull’opera dantesca, scopriamo, dopo così, dopo quasi ottocento anni, essere un lavoro dell’ingegno umano altamente diseducativo per le giovani generazioni che si pone contro tutti i concetti di eguaglianza e di democrazia, vera conquista della modernità, come se quest’ultima, permettermi una considerazione personale, così intesa fosse un valore addirittura morale con la quale confrontare i propri valori e non un semplice spazio temporale.  

Così facendo, però, non ci si accorge che si sta distruggendo ogni forma di pensiero storico sulle cui basi poggia la nostra civiltà.

Colpendo Dante, si colpiscono, come in un tragico gioco del Domino, anche tutti i libri sacri, i capolavori della poesia, del pensiero, della politica e quant’altro ha creato ciò che chiamiamo civiltà e tutto per sostituire ogni autentico riferimento culturale solamente per far regnare, sul “nuovo mondo” in divenire, la nuova ignoranza, ma attenta al politically correct.

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