Ultima spiaggia?

 -  - 


L’ora di Draghi. Enorme la responsabilità sulle spalle dell’ex presidente della Bce

La mattina di oggi 3 febbraio, cominciata con un atto consueto, l’arrivo di un personaggio incaricato di formare un governo dal presidente della Repubblica, costituisce in realtà uno spartiacque storico nella vita stessa della nostra collettività nazionale. Come spesso accade le grandi trasformazioni, i grandi cambiamenti, i passaggi storici avvengono con piccoli gesti, consuetudini che sembrano immutabili. Ma quella di oggi è una svolta epocale le cui conseguenze si manifesteranno nei prossimi giorni  e mesi, anche al di là della figura e della persona di chi oggi è stato incaricato dal capo dello Stato: il prof. Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea, colui che a livello internazionale è ricordato con il soprannome di mister  Euro o, meglio ancora, come colui che ha salvato la moneta unica e con essa il grande e cruciale spazio economico comune che rende rilevante la presenza dell’Europa nello scenario mondiale. Quella di oggi può a buona ragione essere indicata per l’Italia come l’ultima spiaggia, prima di una crisi istituzionale e un tracollo economico senza appello. Questa la vera posta in gioco, al di là dei tatticismi, egoismi e particolarismi emersi sino all’ultimo secondo di questa crisi e culminati con la resa del tentativo del presidente della Camera, Fico .

Come sempre, mentre scriviamo, la ritualità della situazione si manifesta con l’accettazione (solo in parte scontata per pura cortesia istituzionale) con riserva del mandato conferito. A questo incarico così importante si attagliano le parole che Draghi ha pronunciato dopo l’incontro con Mattarella e nelle quali annuncia l’accettazione con riserva e pone alcuni punti del suo prossimo cammino rivolto al

“Con grande rispetto mi rivolgerò innanzitutto al Parlamento, espressione della volontà popolare. Sono fiducioso che dal confronto con i partiti e i gruppi parlamentari e dal dialogo con le forze sociali emerga unità e con essa la capacità di dare una risposta responsabile e positiva all’appello del presidente della repubblica”. Le prime parole che interpretano la sua azione.  “La consapevolezza dell’ emergenza richiede risposte all’altezza della situazione ed è con questa speranza che rispondo all’appello” di Mattarella e ringrazio il presidente della Repubblica per la fiducia che mi ha voluto accordare”.

Parole solo in parte scontate e rituali. Draghi ha poi aggiunto: “È un momento difficile. “Vincere la pandemia, completare la campagna vaccinale, offrire risposte ai cittadini, rilanciare il Paese sono le sfide che abbiamo di fronte. Abbiamo a disposizione le risorse straordinarie dell’Ue, abbiamo la possibilità” di operare “con uno sguardo attento alle future generazioni e alla coesione sociale”.

In queste poche righe una sintesi ragionata dell’impegno che attende un possibile nuovo esecutivo e la gravità dei passaggi da affrontare. Come sempre e con grande misura nessun proclama, nessuna apodittica frase auto celebrativa, soltanto il senso profondo del valore e del peso che ci si assume per cercare di portare il paese fuori di una crisi non soltanto legata all’emergenza sanitaria, ma appesantita da una crisi economica che viene da troppo lontano e che ha avuto soltanto nel tempo risposte parziali, transeunti, prive di una logica, di una connotazione strategica e che la pandemia ha soltanto portato alla luce. I nodi irrisolti, le crisi rinviate, le riforme sempre annunciate e mai compiute presentano il conto e questa volta senza alibi. O si va avanti nell’unica strada possibile o sarà il baratro!

La scelta, quasi obbligata del presidente Mattarella, è l’esatta risposta alla sua richiesta al Parlamento e ai partiti una volta scoppiata la crisi: ricercare la convergenza per un governo di alto profilo, svincolato da ogni connotazione politica e che tuttavia dia per quanto possibile continuità nell’affrontare l’emergenza in corso. Non un contentino politico a qualcuno ma bensì il richiamo non secondario a far si ché scelte, decisioni siano ponderate e coerenti con quel che di positivo si è avviato in questi anni pur con due governi opposti e una fase ultima che necessariamente portava ad un terzo esecutivo.

Smarrita la strada de parte dei leader e da partiti e movimenti ecco la scelta complessa ma dettata da semplice realismo e saggezza, questa sì per il bene del Paese, cui tutti si richiamano ragliando nel vuoto. E portando come accaduto l’Italia alla vigilia di un voto disastroso anche se esercizio di democrazia in una fase che non può vedere solamente un cambio di maggioranze, ma scelte coerenti con i fini ultimi: salvare il Paese e rimetterlo in moto. Voto rinviato per ora.

Quale sarà la risposta della politica. I primi accenni di una possibile rissa già ci sono e primo fra tutti quello che erroneamente continua ad essere definito il partito di maggioranza relativa. In realtà un movimento, un insieme di individualità eccentriche e senza un vero disegno: i cinquestelle, oggi allo sbando. La prima parola, senza tentennamenti è venuta dal guru in ombra sino ad oggi che ha tuonato sull’onda del vaffa consueto, appoggio a Conte e nessun appoggio del M5S a Draghi. Almeno un punto di chiarezza. Il movimento antisistema che nel sistema per tre anni

si è”sistemato” alla grande, si perdoni la ripetizione, afferma l’unica cosa che potrebbe salvarne la sorte elettorale lasciandone un resto, ma almeno coerente.

Accanto alla crisi pentastellata e allo smacco di Conte che minaccia ritorni e sfracelli con grande senso dello Stato, la confusione del Pd. Dopo essersi legato mani e piedi ai cinquestelle nella speranza vana di un’alleanza strategica, svillaneggiando Renzi ed Italia Viva che pur hanno segnalato (al netto delle aspirazioni dell’ex premier toscano) quali nodi non potevano essere risolti alla carlona o contro qualcuno, ora per il partito democratico si annuncia una nuova stagione di fibrillazione. Pensare di privilegiare la sola eredità ex comunista del partito, unita a una sorta di mediazione perenne di democristiana memoria, ha prodotto uno sfacelo politico e un ridimensionamento elettorale che non sembra per ora reversibile. Sostenere Draghi appare ora non una scelta consapevole, ma una strada obbligata e con fervore per evitare l’altro scoglio/obiettivo che si staglia all’orizzonte: agganciare il semestre bianco evitando elezioni che porterebbero il centrodestra al governo del paese e alla conseguente scelta del nuovo inquilino del Colle. Una iattura per i democratici vista come un elemento irrinunciabile per il quale fare anche patti con il ….. diavolo. 

Ma la decisione del Quirinale scompiglia anche le carte nel centrodestra. Per Forza Italia dopo le numerose pronunce di Berlusconi la via del sostegno appare l’unica percorribile per rientrare in gioco in modo responsabile ed alto, mettendo in difficoltà gli alleati tra i quali è in corso una guerriglia per la leadership. La Lega deve riuscire a rimenare elemento centrale dell’alleanza e per assumere responsabilità di governo non può che dichiararsi morbida verso la soluzione Draghi sempre richiamando la democrazia del voto come unica via di uscita. Come dire che il realismo di Giorgetti equilibra il populismo temperato di Salvini. Il vero nodo è invece Fratelli d’Italia dove la legittima aspirazione della leader Giorgia Meloni, sostenuta dalla crescita elettorale deve mediare la posizione sostanzialmente antieuropeista nelle parole con la necessità del realismo opportuno per mantenersi nel gioco e immaginare il governo, quando dovesse essere.

Insomma, da oggi il Paese e la sua politica si trovano ad imboccare il canale di Beagle e a dover attraversare e doppiare capo Horn, ovvero il peggiore degli scenari per chi sa navigare, superato il quale si potrebbe raggiungere l’oceano “pacifico” per così dire, rimanendo nella descrizione marinara!   

5 recommended
bookmark icon
Aspetta un attimo...

Sottoscrivi la nostra newsletter

Vuoi essere avvisato quando pubblichiamo nuovi articoli? Inserisci il tuo nome e il tuo indirizzo e-mail.