Inquinamento zootecnico: dobbiamo smettere di mangiare carne?

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Allevamenti intensivi: un’industria inefficiente, inquinante, insostenibile. Ma passare a diete plant-based non è necessariamente la soluzione

The Hidden Death, “la morte nascosta”: è il titolo del progetto fotografico pluripremiato di Tommaso Ausili; un progetto nato nel 2009 per esplorare il mondo dei macelli italiani e per sensibilizzare il pubblico sul tema dell’industria della carne. “Le fettine [di carne, ndr] non crescono sugli alberi”: così il fotografo romano sintetizza il concetto a un’intervista per Vice. Scatti forti, diretti, non di aperta denuncia ma sicuramente efficaci nel ricordare che sono altri a procacciare il cibo che ogni giorno finisce sulla nostra tavola. Non esserne direttamente responsabili non significa, però, che non dovremmo interrogarci sulle modalità con cui questo avviene.

Nel mondo, ogni giorno, 150 milioni di animali vengono uccisi a scopo alimentare. Spesso si tratta di maiali allevati industrialmente in uno spazio medio di 1 m2, oppure di polli che lo stesso spazio lo occupano in nove.

Il problema peggiore, però, risiede nell’utilizzo delle risorse: l’industria della carne è, da questo punto di vista, un sistema di produzione del cibo altamente inefficiente. È responsabile del 14% delle emissioni inquinanti globali e del 30% di quelle di metano. Le monocolture che producono i mangimi animali hanno un alto impatto sulla biodiversità e sulla salute del terreno. Per non parlare delle risorse idriche: la produzione di un hamburger di manzo da 150 g consuma fino a 2350 litri di acqua. Numerose sono, infine, le denunce per le scandalose condizioni di lavoro, contratto e alloggio di migliaia di lavoratori del settore.

La pandemia da covid-19 ci ha resi consapevoli di un’altro rischio ambientale strettamente connesso con il mondo degli allevamenti intensivi: la diffusione di zoonosi. Alla base, le nostre interazioni scorrette con il mondo animale e lo scarso impegno nella salvaguardia della biodiversità. Nonostante gli scrupolosi standard igienici previsti per l’allevamento e il macello di animali, malattie come tubercolosi bovina, brucellosi, influenza aviaria, campylobacter e salmonella sono state introdotte proprio attraverso gli allevamenti intensivi.

Ogni anno vengono macellati in Europa 7,5 miliardi di animali, per un volume d’affari di 120 miliardi di euro. L’UE destina 28 miliardi di euro (un quinto del suo budget annuale) agli allevamenti, finanziamenti confermati nella recente riforma della PAC (Politica Agraria Comune), approvata, tra l’altro, anche da tutte le forze politiche italiane. Una riforma che, pertanto, non prende in considerazione né i fondamenti del Green Deal, né gli obiettivi per la biodiversità 2030, nè, tantomeno, la strategia Farm to Fork, ideata per ripensare il modello di alimentazione europeo.

Qualche barlume di speranza, però, sembra brillare ancora. Si chiama Horizon Europe il nuovo programma 2021-2027 destinato alla ricerca e all’innovazione: 10 miliardi di euro saranno assegnati alla ricerca innovativa sugli alimenti, sulla bio-economia, sulle risorse naturali, sull’agricoltura, sulla pesca, sull’acquacoltura e l’ambiente e sull’uso delle tecnologie digitali applicate anche al settore agro-alimentare. È previsto per il 2021 anche il Vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari.

Nutrire il pianeta senza alterare in modo irreversibile gli ecosistemi: dovrebbe essere questo l’obiettivo principale delle iniziative internazionali nel settore agro-alimentare. Sebbene, infatti, a livello dei singoli le possibilità di riduzione dell’impatto ambientale spaziano dal passaggio a una dieta vegetariana, vegana o plant-based alle prime sperimentazioni di carne coltivata in vitro, riversare la responsabilità sul singolo consumatore è sbagliato sia dal punto di vista teorico che pratico.

Dal punto di vista teorico, perché sottintende una colpevolizzazione del singolo e una sua responsabilità che, invece, risiede totalmente dal lato del produttore e del legislatore. Dal punto di vista pratico, perché i prodotti non animali dipendono ancora dalla coltivazione del terreno e il settore agricolo non è esente da malfunzionamento e insostenibilità ambientale.

Basti considerare che, secondo la FAO, un terzo del cibo prodotto a livello mondiale non raggiunge nemmeno le nostre tavole. L’agricoltura industriale è la maggiore minaccia per l’86% delle 28000 specie a rischio estinzione ed è, in generale, un modello economico che non funziona: si stima che gli agricoltori producano già cibo sufficiente a sfamare 10 miliardi di persone, ben più dei 7,3 attuali abitanti della Terra, ma, nonostante ciò, nel 2019 quasi 690 milioni di persone nel mondo hanno sofferto la fame.

Cambiare le abitudini del singolo consumatore, comunque, non sarebbe sufficiente. Lo strumento più potente nelle nostre mani è il voto, che deve essere indirizzato verso quei politici che promuovono scelte sostenibili e cambiamenti reali. Al di là di questo, la palla rimbalza a lato del produttore, o, ancora meglio, della comunità internazionale, perché promuova un profondo rinnovamento dell’intero sistema produttivo.

È necessario, in questo senso, ricercare un equilibrio tra agricoltura, allevamento e i diversi utilizzi dei suoli. Che, nel concreto, significa innanzitutto diversificare allevamenti, coltivazioni e usi dei terreni, adattandoli alle variazioni della durata delle stagioni di crescita, delle ondate di calore e della variabilità delle precipitazioni, per migliorare la capacità del suolo di trattenere il carbonio. Inoltre, finanziare ricerche tecnologiche che consentano di ridurre le emissioni. Infine, promuovere l’approccio agro-forestale di gestione del territorio, per ridurre l’erosione del suolo e migliorare l’umidità e la ritenzione delle sostanze nutritive.

Si tratta di interventi a monte del processo produttivo, che potrebbero essere abbinati a valle all’introduzione delle etichette di impatto ambientale sugli alimenti in vendita nei supermercati, per aiutare il consumatore a orientare le proprie scelte in una direzione sostenibile. Nel complesso, un processo lungo, tortuoso e irto di ostacoli. Ma necessario.

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