Condivisione

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Esistono parole, verbi, sostantivi o aggettivi, la cui sorte è quella di rappresentare in un certo senso tutto l’universo di possibilità e opportunità dell’essere sociale dell’umanità. L’essere vivente della specie umana, ma ormai si sa anche nel mondo animale è così, manifesta sin dai primi atti una natura sociale, una necessità di entrare in relazione con l’altro. Parliamo naturalmente della media dei comportamenti escludendo da un lato chi volutamente vuole isolarsi e chi per ragioni cliniche o mentali segue percorsi diversi e che portano all’isolamento o alla difficoltà di socializzare.

E’ assai chiaro che una di queste parole sia condivisione. Ovvero, l’atto del condividere, il risultato del condividere, o con termine meno gradito spartire insieme qualcosa.  Siamo dinanzi ad un atto, un comportamento in cui la socialità esprime nel modo più alto la sua natura. Si può condividere in pratica qualsiasi cosa, anche un sentimento, un sentire generico declinato poi secondo le specifiche caratteristiche di ognuno. Oppure beni divisibili e via dicendo.

L’epoca che viviamo, quella che anche “grazie” alla pandemia sta diventando per così dire “virale” ci ha aperto gli spazi della condivisione nell’immensa prateria della rete. E’ nel web che le condivisioni raggiungono ormai la forma più incidente sulla persona, considerando che anche se non si vuole condividere si rischia di “essere condivisi” con tutti i rischi oggettivi che ne derivano e che vanno al di là, molto al di là, del valore informatico, di accesso e utilizzo contemporaneo di risorse comuni da parte di programmi o utenti diversi, o come trasmissione e uso in comune di immagini, testi, video, ed oltre!

Nel momento presente, nel nostro paese al quale rivolgiamo la nostra attenzione si fa un gran parlare della necessità di una visione comune e condivisa delle scelte da fare, superando steccati, ostracismi, particolarismi in vista del bene comune. Ed è proprio questo il terreno che vogliamo sondare. Seguendo lo sviluppo dottrinario e di uso dei termini, “intorno al concetto di commons, bene comune, si stanno articolando da tempo riflessioni e dibattiti, non ultimo quello su una appropriata definizione, che risulta dai confini un po’ labili e va in parte a confondersi con quella di bene pubblico. Si tratta di beni di interesse comune, fruibili senza restrizioni – aspetto che ne muterebbe automaticamente lo status – dai membri di una comunità, che li gestisce, facendo in modo che il ‘consumo’ da parte di uno dei soggetti non renda meno accessibile il bene stesso agli altri soggetti interessati. Applicato ad esempio tendenzialmente alle risorse ambientali, il concetto riguarda anche la cultura e le conoscenze in generale…. Si tratta di tecnologie relative ai settori cruciali della salute, dell’acqua, delle energie pulite, dell’agricoltura: ambiti nei quali si è abusato dell’istituto del brevetto, al punto che sistemi efficienti per gestire questioni ambientali o farmaci salvavita non sono entrati in circolazione perché minacciavano consolidati interessi commerciali”. Qualcosa ci viene subito alla mente ora che in tutto il mondo è scoccata l’ora del vaccini contro la pandemia. 

Se si fa un po’ di attenzione discende da quanto detto, naturalmente se condiviso ma anche in contrapposizione, che condivisione e condividere presentano un dato ontologico per così dire che è nella stessa forma della parola che richiama il decidere insieme l’utilizzo di un qualcosa.

Per condividere poi occorre anche qualcosa di altro. Non si può condividere se uno dei due o più ipotetici soggetti, non ne vogliono sapere. Dunque si può avere condivisione solo a conclusione di un attento lavoro di analisi e di esame senza veti contrapposti. Qualsiasi se, qualsiasi ma, sono ostativi all’atto in sé, così come qualsiasi condizione venga posta preventiva alla condivisione. E’ altrettanto chiaro che non si può condividere ad ogni costo oppure negando le proprie idee perché si cadrebbe in un’acquiescènza in sostanza un consenso tacito o non pienamente espresso; una condiscendenza inerte, remissiva. E in nome del libero arbitrio non accettabile o potremmo dire non condivisibile.

Esiste dunque un altro livello di analisi, quello della condivisione parziale, settoriale, o in senso più nobile sui grandi valori di riferimento da tutti accettati e praticati. Ed è questa la prova alla quale stiamo assistendo nel nostro paese, in uno dei momenti più difficili sia in termini sanitari che economici. Dopo le vacche grasse, la spensieratezza, il debito senza limiti, oggi un piccolo composto organico che ha cambiato le nostre esistenze, ci sta mettendo dinanzi alla sfida: riuscire a delineare, definire, e poi costruire passo dopo passo una visione del paese che sia di esso realmente pur in presenza della estrema varietà nazionale. Un fine ultimo di condivisione dell’essere  in questo paese e lavorare per renderlo migliore. Ognuno con le sue idee, con le sue convinzioni, persino con i suoi limiti, ma con l’onesta attitudine a fare la propria parte, rinunciando a qualcosa in modo consapevole se eccentrica rispetto alle necessità cogenti e magari da rinviare ad un futuro prossimo più favorevole.

Esiste tra le forze politiche questa attitudine, questa capacità? Il tentativo del presidente incaricato Draghi si sta misurando e si misurerà con questa realtà e nei prossimi giorni sapremo il risultato speriamo positivo di questa chiamata alla responsabilità.

Una cosa è certa: siamo dinanzi all’ultima spiaggia. Dopo, in caso di voto, ci sarebbe solo la confusione e la babele delle accuse e delle controaccuse, ovvero lo spettacolo indegno che da decenni sta affossando la nostra Italia!

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