Amazzonia: il pianeta verde

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Un’estensione di 6,7 milioni di chilometri quadrati, abitata da 305 tribù indigene, circa un milione di persone. La fauna consta di 427 specie di mammiferi, 1300 di uccelli e 378 di rettili, oltre ad 100mila invertebrati. E poi la flora con oltre 390 miliardi di alberi e 16mila specie conosciute che ne fanno la foresta pluviale più grande del Pianeta, solcata dal corso d’acqua più lungo e possente con i suoi 7000 chilometri di lunghezza. E’ l’Amazzonia, l’ecosistema più importante della nostra fragile Terra che da solo immagazzina da 90 a 140 miliardi tonnellate di CO2 l’anno, contribuendo in maniera indispensabile all’azione di riequilibrio dell’inquinamento prodotto dall’attività umana.

Questi numeri dovrebbero destare il massimo senso di rispetto da parte dei paesi che politicamente si spartiscono il suo territorio, ed invece il più importante di questi, il Brasile, sembra adottare ogni giorno misure che ridimensionano il suo territorio, incentivando il disboscamento intensivo e consentendo alle multinazionali lo sfruttamento delle immense riserve di materiali preziosi che le acque ed il suolo custodiscono.

Secondo rilevamenti satellitari, nel periodo compreso da agosto 2019 e luglio 2020 sono stati abbattuti nell’Amazzonia brasiliana oltre 11mila alberi per fare spazio ad allevamenti intensivi di  bestiame, con un incremento del 9,5% rispetto all’anno precedente. Una politica promossa dal Presidente conservatore Jair Bolsonaro, artefice del disastro ambientale che sta contribuendo alla morte di migliaia di indios sterminati dalla pandemia. Una strategia decisa a tavolino, affinchè le comunità indigene si assottiglino sempre di più e non costituiscano un ostacolo ai piani di sfruttamento intensivo.

In questa direzione va la decisione del governo brasiliano, approvata lo scorso febbraio, di autorizzare l’utilizzo di 67 nuovi pesticidi in agricoltura, di cui 10, secondo la stessa agenzia per la salute brasiliana Anvisa, siano da considerarsi altamente tossici per gli esseri umani, mentre per l’Istituto per l’Ambiente sarebbero almeno 53 quelli con potenzialità nocive per la fauna e la flora. Una massa di sostanze altamente inquinanti che sono destinate ad incrementare l’impatto pernicioso su un territorio che nel solo 2020 si è ridotto di 20mila chilometri quadrati di cui 13mila solo in Brasile.

Che la responsabilità di questa situazione risieda nelle logiche di potere dell’amministrazione Bolsonaro, lo conferma anche la decisione del Ministro dell’Ambiente Riccardo Salles che ha proposto la riduzione di 334 aree di protezione ambientale gestite dall’Istituto di Conservazione Chico Mendes, territori abitati da popolazione indigene. L’ennesima tragedia che si è abbattuta in questo sventurato anno sulle comunità autoctone, che stanno pagando un prezzo altissimo a causa della pandemia Covid-19, avendo un sistema immunitario meno ibridato rispetto al resto della popolazione, che li rende maggiormente esposti alla malattia.

Secondo le ricerche effettuate dall’Istituto Evandro Chagas con sede a Belem, città situata nel cuore dell’Amazzonia, sarebbero oltre 220 i tipi di virus che si stanno diffondendo nella foresta pluviale, 37 dei quali in grado di causare malattie negli esseri umani e 15 con il potenziale di scatenare nuove epidemie. L’incidenza della pandemia infatti sta decimando migliaia di persone nelle zone più interne del Brasile, che stanno facendo registrare un tasso di mortalità superiore del 150% rispetto al resto del Paese.

La decimazione delle comunità indigene rappresenta un crimine contro l’umanità come ha sottolineato Papa Francesco lo scorso anno nell’esortazione apostolica “Cara Amazzonia”, un documento redatto dopo il lavoro di studio da oltre 100 padri missionari che vivono nella regione e che hanno consultato 87mila persone appartenenti alle varie tribù. La tutela dell’Amazzonia è il banco di prova del mondo, ha sottolineato Antonio Spadaro, direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”, e questa terra rappresenta una cassa di risonanza globale, sia biologica sia politico-economica sia socio-religiosa. Salvare l’Amazzonia con la sua biodiversità e  la sua popolazione significa dunque salvare il Pianeta, un impegno che deve essere condiviso da tutti, prima che sia troppo tardi.

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