Il senso della misura

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Lo stile del premier Draghi e l’ansia del mondo dell’informazione

E’ di tutta evidenza e non ci vuole un fine analista per accorgersi di come sia cambiata la fotografia della politica e del rapporto del nuovo esecutivo con i cittadini e con il mondo dell’informazione. Senza clamore e passo dopo passo stiamo assistendo ad una vera mutazione genetica indotta dal costume personale del presidente del Consiglio. Draghi, si sa non ha profili social e nelle sue prime e parche esternazioni ha sottolineato come il governo parlerà sulle cose fatte e non si soffermerà sui dibattiti sulle possibili cose da fare. Come a dire che indicate le priorità e le linee di indirizzo, l’azione dei ministri e delle amministrazioni sarà improntata ad un severo contegno e ad una continenza verbale e fattuale.

Basta solo questa prima constatazione per indurre, come sta avvenendo una riflessione a tutto campo per chi nel mondo dell’informazione era ormai abituato a ben altro scenario. Analisti e commentatori avevano sottolineato il modus indicato dal premier ma con un po’ di sufficienza. Ed argomentato sulle probabili ed evidenti difficoltà di condurre un’analisi politica come sempre sino ad ora. La realtà si è mostrata più difficile del previsto.

La prima impressione è acustica. Il silenzio del lavoro dell’esecutivo è assordante. Le notizie con il contagocce e soprattutto esclusivamente nella comunicazione ufficiale di provvedimento già assunti e dunque da diffondere ai cittadini. Esempio lampante le nuove disposizioni per l’emergenza pandemica. Accanto a questo silenzio, la rarefatta atmosfera intorno alle scelte prima dei ministri, poi dei sottosegretari e domani quelle dei manager e tecnici pubblici che dovranno gestire la partita più complessa e cruciale dell’utilizzo dei fondi europei per la sanità, la ripresa, la transizione ecologica. Nulla trapela, nessuna indiscrezione è possibile, nessun gossip è palpabile.

Esempio di questa nuova gestione della cosa pubblica la sostituzione del responsabile per l’emergenza virus, il super commissario Arcuri. Senza un’indiscrezione, senza una voce fuori luogo, detto e fatto il ruolo è stato attribuito ad un generale dell’esercito esperto di gestione complessa e in zone di guerra o di gravi emergenze mondiali. Nessuno ha potuto sapere e far sapere prima la decisione della rimozione e dell’insediamento nel nuovo responsabile. Non un vezzo, ma un preciso e chiaro messaggio alla rissosa e scalmanata costante di ogni atto della politica sin qui concepita. Un modus che sta producendo, proprio per assenza e non per eccesso potremmo dire, un evidente cambiamento nella stessa comunicazione su giornali, emittenti e via dicendo. Al di fuori dei social dove il Premier non è presente, il resto della comunicazione è entrato in una sorta di condizione assistita dove domina il senso della misura; quella indotta dal costume proprio del presidente del Consiglio.

Il proseguimento dell’azione del governo porrà la necessità di una interlocuzione con le forze sociali oltreché dei partiti e dei movimenti politici, ma è abbastanza evidente che la musica per così dire non cambierà molto. E’ una vera sordina quella che appare in atto, non per sottostima dei problemi, ma forse per consapevolezza della loro complessità e gravità.

Un altro elemento di rilievo: la politica da settimane è assente sulle prime pagine. Si parla qua e là della crisi dei cinquestelle, dei dilemmi del Pd, delle tensioni nel centrodestra di governo e di opposizione, di quali saranno i cambiamenti futuri, ma tutto appare come sullo sfondo, in un piano diverso, come se per il premier e la sua squadra per così dire non vi sia il tempo di occuparsi di tali questioni. Uno iato evidente dunque laddove il passato ci ha fatto vivere in “presenza”, tutte le varianti delle crisi interne ed esterne dei partiti, i confronti aspri tra i leader, le strategie vere, presunte, palesi e sotterranee. Tutto questo è sempre lì, immutabile nella sua colorita complessità, ma per il momento sembra non aver nulla a che fare con l’esercizio dell’azione dell’esecutivo al quale partiti e movimento sembrano aver delegato l’azione senza per il momento presentare una sorta di conto per l‘appoggio senza condizioni peraltro assenti per impossibilità di porle. Un rovesciamento epocale, insomma che come la pandemia sta mutando il rapporto dei cittadini con la cosa pubblica, la politica, l’economia e chi più ne ha più ne metta.

Nei primi giorni, per il mondo dell’informazione vi era attesa sul dopo, ora siamo nell’angosciosa ricerca di qualcosa da dire e soprattutto che abbia un senso. E’ come se la baruffe, i distinguo, i battibecchi infiniti cui si era abituati giorno dopo giorno, la mediatizzazione di ogni questione, siano implosi in un attimo, quando Draghi ha sintetizzato in estrema sintesi la distanza siderale del suo approccio da quello sino a ieri divenuto consuetudine. Dal parlare al fare, senza troppe parole e senza troppi giri di parole soprattutto. La gravità delle scelte e delle cose da rimettere in sesto è tale che forse l’attuale silenzio aiuta almeno a riflettere. Per gli italiani un cambio di passo mai accaduto sino ad ora con il quale misurarsi in vista di quel “ritorno” della politica una volta superata l’emergenza.

Con la chiara sensazione che – aggiungiamo per fortuna in certo senso – nulla sarà più come prima! Una pausa forse importante per riportare la dignità del paese e della sua classe dirigente al livello che spetta per esercitare nuovamente un ruolo di impulso e di cambiamento democratico nel consesso europeo e globale!  

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