La politica in crisi di identità

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Partiti e movimenti alla ricerca del senso delle cose

Il governo Draghi sta lentamente ma pragmaticamente entrando nelle sue funzioni misurandosi con emergenze, crisi che da decenni affannano il paese e questioni immanenti ed incisive come l’emergenza pandemica. Il tratto distintivo è apparso evidente nelle dichiarazioni al paese che il premier – lontano dalla spettacolarizzazione del palazzo – ha inteso dare quasi rompendo il suo personale riserbo e la conclamata intenzione di parlare di cosa si fa e si è fatto e non di cosa si potrebbe fare. Ma anche in questa concessione la linea tracciata nel presentarsi al Parlamento ha trovato conferma. Prova ne sono le misure sanitarie che vengono confermate e accentuate ma, tutto questo, dando ad esse una motivazione che non lascia spazio a congetture, retropensieri, manovre, intrallazzi.

E’ il costume politico in senso lato che è cambiato e a differenza del passato non consente né perdite di tempo né giri di walzer. Il duro monito ad una casa farmaceutica inadempiente fatto proprio dall’Unione Europea mostra chiaramente il cambio di passo e il trasferirsi nella politica e nell’azione di governo di quel mix di severità e moral suasion della quale Draghi ha dato prova nei suoi nove anni alla guida della banca centrale europea. Se la moneta unica e il sistema comune hanno retto dalla crisi del 2008 in poi lo si deve proprio a quel modo di essere. Non tutto è stato salvato ma molto di quello che lo è stato serve a rimettere in piedi quel che rimane dopo decenni drammatici ed oggi con la crisi pandemica che per molti aspetti rischia di trasformarsi in crisi di sistema sociale ed economico a livello globale e non solo nazionale. Anche se la nostra crisi appare paradigmatica ed affrontarla potrebbe dare risposte ampie a livello mondiale.

Se questo è il quadro – tracciato in modo molto semplice – di riferimento, a nessuno sfugge che la politica nazionale sia al centro di una sorta di bufera, di rivolgimento epocale e che insieme alla pandemia il paese stia affrontando un passaggio cruciale dal quale si capirà che paese potremo essere domani, nel futuro prossimo.

Il punto di non ritorno, il nocciolo della crisi è certamente il Pd. Anche se i mutamenti in atto incidono sulla posizione, sui richiami teorici e ideali di ogni altra forza. Il perché di questo punto di partenza è nei fatti che stanno affannando il centrosinistra e quella che nonostante tutto ne è l’espressione politica più rilevante ancorché in crisi profonda. Sin dalla sua nascita il Pd è stato frutto di un accordo di compromesso tra due idealità del recente passato, comunque del dopoguerra, ancorate ai principi democratici e repubblicani, ma divise dal modo di analizzare e concepire la rappresentanza politica, dei territori e dell’Italia tutta. Condivisione dei fini in certo senso, ma con divisione sui metodi e soprattutto con qualche remora di fondo sull’altro, sul compagno di strada. In una prima fase quel che restava del Pci mutando nome e politica si avvicinò alla tradizione cattolica e dell’ex sinistra dc e pian piano anche ad altre aree politiche minori che portarono alla stagione alternata per così dire di Veltroni e poi di Rutelli, entrambi interpreti consapevoli dei due corni della fiamma antica e per questo compresi  e sostenuti anche a livello elettorale per un lungo tratto. Sono state poi le frizioni dell’area ex comunista a immettere sempre più input critici e di scenario, mentre proprio quest’area perdeva il contatto con i sindacati e il mondo del lavoro dando origine alla scissione di Rifondazione e dell’estrema sinistra. Fenomeni la cui analisi richiederebbe interi tomi enciclopedici.

Dovendo però stare con i piedi per terra da quella fase si è avviato una vera disconnessione tra le due parti originarie, con rimescolamenti anche pragmatici e non ideologici, che hanno portato al cambio di premier che abbiamo conosciuto prima Prodi e D’Alema, poi Letta e Renzi, sino alla pagina bersaniana che ha avviato un ulteriore pagina. In questo caso la componente ex comunista ha cercato di svincolarsi da quella ex cattolica e di fronte alla crisi esplosa con l’irruzione del cinquestelle di spostare il baricentro verso sinistra nell’ipotesi fallace che i pentastellati fosse parte dell’area politica loro propria e in uscita critica. Una sfida impossibile considerando la confusione che da sempre ha agitato il movimento e che ne ha impedito a tutt’oggi una chiara definizione sia politica che di schieramento, a parte i tentativi personali dell’ex premier Conte di presentarsi come garante di questa nuova possibile alleanza e la consueta e ormai non comica ma agghiacciante performance del guru di candidarsi alla guida del Pd.

In mezzo l’irruzione del centro destra con l’esecutivo gialloverde poi la crisi e quello giallorosso, sino alla soluzione istituzionale ormai inevitabile impressa dal capo dello Stato con il richiamo al livello nazionale dell’emergenza e delle scelte da fare.

Una fase che per il Pd è cruciale per la sua stessa esistenza per come lo conosciamo, ecco allora che forse in nome di un’antica consuetudine si è tornati a parlare di Enrico Letta come traghettatore vero un nuovo approdo. Un ritorno però verso quella tradizione politica che si voleva sostanzialmente controllare senza consentirgli di avere peso. Una sconfitta bruciante per molti, un allontanarsi dall’idea della sinistra mai abbandonata, per molti altri un bagno di realismo dove un federatore è certamente più adatto ed augurabile che non unire i propri destini con il caos a cinque stelle con il risultato di salvare un’esperienza fallita e probabilmente al capolinea per quel che ne abbiamo visto sinora e di condannare senza appello vere tradizioni politiche ancora in grado di interpretare e rappresentare il paese senza avventure e  populismi di ogni ordine e grado per così dire.

Se la parentesi del governo Draghi porterà consiglio e darà modo a partiti e movimenti di capire chi sono e che cosa vogliono essere nei confronti del popolo italiano sarà una stagione feconda, se dietro il paravento del premier ognuno continuerà la piccola e propria campagna di bottega, sarà un disastro. Non solo per coloro che lo faranno, ma proprio per gli italiani che da tempo chiedono chiarezza, serietà, capacità di decisione e linee condivise per far ripartire il sistema ormai da decenni inceppato da veti, ostracismi, distinguo che alla prova della storia recente mostrano tutta la loro pochezza ed inadeguatezza! 

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