Gli oceani al varco del cambiamento climatico

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Inquinamento, scioglimento dei ghiacciai, surriscaldamento globale: le masse oceaniche del nostro Pianeta sono nel bel mezzo di circoli viziosi antropogenici

L’“origine degli dei” o l’“origine di tutti”: così Omero definiva la divinità fluviale Oceano, dotata di inesauribile potenza generatrice. L’importanza degli ecosistemi oceanici per tutte le forme di vita terrestri, anche per quelle che sembrano più distanti, non è da sottovalutare: l’esistenza umana, tra le altre, è strettamente dipendente da un loro corretto funzionamento e viene da essi influenzata in molti più modi di quanti ne si possano immaginare.

I problemi nascono nel momento in cui i cicli vitali oceanici vengono compromessi, innescando una serie di conseguenze a catena. Oltre all’innalzamento del livello dei mari, causato da diversi fattori problematici, oggi gli oceani stanno diventando più caldi, più acidi e più poveri di ossigeno. La responsabilità della nostra specie, all’interno di questo contesto, è preponderante.

Tanto per iniziare, il tasso di riscaldamento degli oceani è più che raddoppiato negli ultimi trent’anni. Ciò sta provocando, a tutti i livelli, uno spostamento delle specie marine verso gli strati d’acqua più profondi, in cerca di condizioni di vita più consone. Negli abissi, dove gli effetti del cambiamento climatico potrebbero, secondo le stime, accelerare fino a diventare sette volte più rapidi nella seconda metà di questo secolo (e il peggio è che un netto taglio delle emissioni non farebbe la differenza), saranno gli organismi autoctoni, abituati ad un ambiente molto stabile dal punto di vista termico, a risentirne maggiormente.

L’oceano svolge una fondamentale funzione di regolazione climatica: basti pensare che, grazie alle sue capacità di assorbimento, quello che noi viviamo sulla Terra è solo il 10% del reale calore che abbiamo causato tramite le nostre emissioni. Le masse oceaniche hanno infatti assorbito circa il 90% del calore in eccesso intrappolato dalle emissioni di gas serra e un terzo dell’anidride carbonica emessa dalle attività umane dagli anni ’80.

Questo dato è di vitale importanza strategica: si stima infatti che proteggere almeno il 30% degli habitat oceanici potrebbe portare alla riduzione del 20% delle emissioni di carbonio necessarie per limitare a 1,5 gradi l’aumento delle temperature globali rispetto ai livelli preindustriali, cioè per realizzare gli obiettivi degli Accordi di Parigi.

L’oceano non si limita ad assorbire il calore, ma funziona come una vera e propria pompa di carbonio biologica: ogni anno trasferisce 1000 milioni di tonnellate di carbonio dall’atmosfera ai suoi abissi. Tramite la fotosintesi, i fitoplancton (piccoli organismi vegetali acquatici) assimilano anidride carbonica; quando questi muoiono, parte dell’anidride carbonica viene trasportata sui fondali; se invece vengono mangiati da altre creature, viene trasferita in diversi strati dell’ecosistema oceanico.

Si parla, in questo senso, di carbonio blu, per riferirsi al processo di assimilazione dell’anidride carbonica presente in atmosfera. L’UNESCO ha calcolato che 50 dei suoi siti marini protetti contengano 5 miliardi di tonnellate di CO2 e altri gas serra. I tre principali si trovano in Australia e sono responsabili dell’assimilazione di due miliardi di tonnellate di CO2, accumulate in migliaia di anni.

Si trova nella Grande barriera corallina la più grande riserva di carbonio blu al mondo: 1,8 tonnellate di CO2. Si stima che ecosistemi di questo genere possano assorbire CO2 30 volte più velocemente delle foreste pluviali; ciononostante, sono sottoposti a un vasto numero di minacce di origine antropica, tra cui la maggiore è il cambiamento climatico.

La capacità dell’oceano di assorbire CO2 è infatti strettamente collegata alla sua temperatura, che a sua volta si lega a un’altro fenomeno, quello dell’innalzamento del livello del mare. Quest’ultimo fenomeno, infatti, oltre ad essere causato per il 65% dallo scioglimento del ghiaccio continentale, è dovuto per il 35% anche all’espansione termica dell’acqua marina.

L’espansione termica è un fenomeno fisico derivante, appunto, dall’innalzamento delle temperature e connesso anche all’incidenza sempre maggiore di eventi estremi, legati a fenomeni metereologici come le alte maree e le tempeste.

Lo scioglimento dei ghiacciai (continentali, non marini: il ghiaccio marino è composto da acqua marina ghiacciata e non contribuisce all’apporto di acqua aggiuntiva in caso di scioglimento) è un fenomeno allarmante riscontrabile soprattutto in Canada, Antartide e Groenlandia, ma legato anche alla rapidissima scomparsa dei ghiacciai perenni montani.

Secondo alcune previsioni, entro fine secolo andremo incontro a un innalzamento del livello del mare di 45-81 cm nello scenario peggiore. Nel nostro Paese, ciò significa che saranno a rischio di inondazione 5.500 km2 di pianura e oltre metà della popolazione italiana.

Gli oceani, infine, subiscono le conseguenze di due circoli viziosi di retroazioni, detti anche cicli di feedback climatici, responsabili dell’accelerazione del riscaldamento globale. Il primo riguarda l’albedo, vale a dire la frazione di energia solare riflessa dalla Terra rispetto a quella incidente. L’albedo media terrestre è in calo a causa dello scioglimento dei ghiacciai e delle nevi perenni, che sono le principali superfici riflettenti e che a loro volta vedono la propria estensione diminuire a causa dell’aumento delle temperature.

Il secondo tocca il permafrost. Man mano che la temperatura terrestre aumenta, il permafrost si scioglie, e non solo negli strati superficiali (scioglimento stagionale), ma anche negli strati più profondi e più antichi (scioglimento strettamente connesso al riscaldamento globale). Il carbonio intrappolato nel permafrost viene rilasciato sotto forma di gas metano, che contribuisce a riscaldare l’atmosfera. Più l’atmosfera si riscalda, più il permafrost si scioglie.

I servizi ecosistemici che l’oceano ci fornisce, primi fra tutti l’assorbimento di gas serra e del calore in eccesso prodotto dalle emissioni antropiche, sono processi chiave per la nostra stessa sopravvivenza. Se l’oceano non è in buone condizioni, tutti i cicli naturali ad esso connessi si corrompono e scatenano una serie di conseguenze estremamente dannose per l’intero Pianeta. L’oceano non è solo vittima dei cambiamenti climatici, può essere una soluzione: mantenerlo in buona salute non è un’opzione, ma un’inevitabile necessità.

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