Vincenzo Tiberio scopritore dei principi della penicillina

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L’ italiano che ha dato un grande contributo alla lotta contro le infezioni

Per chi si trovasse in Molise, nei pressi del paese di Sepino, dovrebbe fare visita al cimitero locale, non perché ci siano opere d’arte o sepolti illustri personaggi del mondo della politica, dell’arte o dello sport, ma forse qualcuno certamente più importante per il suo contributo alla medicina per la lotta alle infezioni.

Nel cimitero troverete solo una semplice tomba a parete dove una vecchia lapide recita solamente: “Dottore Vincenzo Tiberio, maggiore medico Reale Marina, Sepino 1/5/1868 – Napoli 7/1/ 1915”.

In realtà dietro tanta semplicità si cela uno dei primi scopritori sull’importanza delle muffe in medicina base dell’odierna penicillina, il farmaco perfezionato poi da Alexandre Fleming che per la sua scoperta negli anni ’40 ottenne meritamente il premio Nobel che ha salvato dal dopoguerra ad oggi milioni e milioni di persone.

Il nostro medico di Sepino scoprì il concetto di penicillina ben trent’anni prima del celebre medico inglese e in proposito recita bene una lapide posta per onorarlo nel suo paese: Primo nella scienza, postumo nella famae quel ‘postumo nella fama’ si aggiusta perfettamente al nostro, infatti, solo trent’anni dopo la sua morte, quasi per caso, il tenente colonnello Giuseppe Pezzi trovò, nel 1947, in un archivio di medicina militare, la pubblicazione di una ricerca scientifica scritta appunto dal Tiberio sulle le muffe battericide.

L’ufficiale Pezzi, accortosi dell’importanza dello studio fece in modo di diffondere questa ricerca con lo scopo di dare fama, anche se postuma, al suo collega militare.

Inizialmente venne pubblicato solo un articolo dal titolo: Un precursore delle ricerche sugli antibiotici”, ma solo poche persone specificatamente del settore ne vennero a conoscenza; egli, infatti, ebbe poco successo rimanendo uno scienziato che per quanto grande, per varie ragioni della vita, non ebbe la fortuna di altri ricercatori.

Vincenzo Tiberio era nato a Sepino da una famiglia benestante del luogo, il padre notaio e la madre proveniente da una famiglia agiata; purtroppo, la serenità di quella casa finì ben presto giacché, pochi anni dopo la nascita del secondo figlio, la mamma, a causa di una grave malattia, morì lasciando il giovanissimo Vincenzo che allora aveva appena sette anni orfano insieme al fratellino.

Una situazione difficile che convinse il padre a convolare a nuove nozze con una nobildonna del paese; fortunatamente fu un matrimonio felice sia per lui e sia per i suoi due figli che videro in questa donna una nuova madre, tanto che Vincenzo chiamò con il nome di lei la sua prima figlia, Rosa.

Fin da giovanissimo, il nostro dimostrò una grande capacità nell’applicarsi agli studi che lo portarono ad ottenere con il massimo dei voti la maturità classica a Campobasso.

Portato quasi naturalmente per la medicina si iscrisse all’Università di Napoli presso la facoltà di chirurgia andando a vivere ad Arzano presso degli zii.

Durante questi anni ebbe modo di conoscere una sua cugina, Amalia Teresa, di cui si innamorò follemente tanto da sposarla.

Prima di completare gli studi accademici fu attratto dalla nuova scienza per quei tempi, che studiava il mondo dell’igiene, dei virus, dei batteri e le malattie che da esse potevano causare. Riuscì ad entrare in un mondo scientifico ancora sconosciuto e in questo nuovo ambiente apprese le tecniche di laboratorio batteriologico e chimico e, nonostante questo gravoso impegno, proseguì brillantemente i suoi studi universitari tanto da laurearsi un anno prima e con il massimo dei voti.

Durante la sua permanenza ad Arzano ebbe quel colpo di genio che lo fece diventare un antesignano degli studi sulla penicillina, notò, infatti, che in un pozzo dove si raccoglieva l’acqua piovana usata per bere, l’umidità creava sul bordo della cisterna uno spesso strato di muffa, per cui era necessario ripulirla periodicamente.

Stranamente ad ogni pulitura del pozzo, gli abitanti della casa avevano forti dolori allo stomaco, ma, cosa molto strana, non accadeva nei periodi in cui erano presenti le muffe.

Da questo semplice episodio, ebbe la prima intuizione di un collegamento tra la presenza di funghi e la crescita dei batteri patogeni nell’organismo umano.

Sottoposta questa intuizione ad una attenta verifica sperimentale, Tiberio riuscì a dimostrare come l’azione terapeutica delle muffe fosse legata ad alcune sostanze presenti in esse, dotate di azione battericida.

Proseguendo ancora negli studi, riuscì ad isolare alcune di queste sostanze e a sperimentarne l’effetto benefico, non solo in vitro, ma anche su cavie e conigli, fino ad arrivare alla preparazione di una sostanza con effetti che possiamo definire antibiotici.

Per i suoi studi in laboratorio aveva curato su terreni di coltura dei ceppi di funghi, ricavandone un estratto acquoso dai singoli funghi che gli permise di studiare la loro azione su alcuni batteri, quali il bacillo del tifo, il bacillo del carbonchio e vari ceppi di stafilococco.

I risultati della sua ricerca, raccolti nella già citata pubblicazione, gli consentirono di osservare che: “nella sostanza cellulare delle muffe esaminate sono contenuti dei principi solubili in acqua, forniti di azione battericida.” 

In questo lavoro sono descritti in maniera che possiamo definire moderni, il metodo di preparazione del terreno di coltura e di prelevamento del liquido dalle piastre, le caratteristiche chimiche ed organolettiche del liquido e le tecniche di studio.

Con una laurea importante e con la conoscenza del mondo dei batteri si iscrisse al corso di Igiene Pubblica per aspiranti Ufficiali Sanitari, che ben presto lo videro anche aiuto professore, avendo ricevuto la carica di Assistente Volontario.

Appena trentenne pubblicò il suo primo lavoro scientifico, intitolato “Esame chimico microscopico e batterioscopico di due farine lattee italiane” sulla prestigiosa rivista “Annali dell’Istituto d’Igiene sperimentale dell’Università di Roma” e poco tempo dopo divenne assistente ordinario, con nomina annuale rinnovabile, nell’Istituto di Patologia Medica Dimostrativa.

In questi anni, come se le giornate fossero di quarantotto ore, assunse l’incarico di redattore presso la rivista altamente scientifica de “La riforma medica”, curando ben 180 articoli, molti tradotti da lui dal francese, sulle novità mediche nel mondo.

Fu questa esperienza che lo portò a studiare e analizzare in maniera ancora più dettagliata le proprietà delle muffe pubblicando uno studio che proseguiva le ricerche già avviate da studiosi come Roberts e Duschesme “Sugli estratti di alcune muffe” dove Tiberio individuò con sicurezza e non più solo teoricamente, il potere altamente battericida di alcune particolari tipi di muffe anticipando di almeno trent’anni, come abbiamo accennato, gli studi di Alexandre Fleming sulla penicillina. 

Ma Tiberio non era solo un uomo da microscopio a tavolino era anche un uomo d’azione. Nel 1896 vinse il concorso per Ufficiale medico della Regia Marina, e senza esitazione abbandonò una promettente carriera universitaria per quella militare.

Ebbe il battesimo del fuoco partecipando agli scontri nell’isola di Creta tra greci e turchi dove l’Italia, insieme ad altre potenze come Francia, Germania e Inghilterra, svolse un ruolo di pacificazione. Tiberio ebbe il compito, come ufficiale medico, di occuparsi della disinfestazione degli alloggi dei marinai e della bonifica della rete idrica, piena di pericolose infiltrazioni per la potabilità dell’acqua, molti infatti erano i casi di tifo accertati sull’isola insieme a casi di paratifo e dissenteria.

Un impegno che gli valse il riconoscimento del governo greco, ma anche dei turchi che videro in lui un vero medico con il solo obiettivo di curare i malati di qualsiasi nazionalità.

Nel dicembre del 1900, su sua richiesta, fu imbarcato sulla cannoniera “Volturno” diretta in missione a Zanzibar dove dovette curare una epidemia di vaiolo scoppiata sull’isola, intervenendo anche questa volta sulla disinfettazione dell’acqua scarsamente potabile, curando, inoltre, numerosi casi di malaria e malattie legate a una dieta scarsa di vitamine che comportava, tra l’altro, molti casi di beri-beri.

Svolse ancora missioni in Libia dove organizzò la direzione infermieristica a Tobruch potendo sperimentare con successo le sue intuizione mediche, ma ciò di cui andava particolarmente fiero era aver organizzato una nave ospedale per gli abitanti di Messina dopo il tragico terremoto del 1908 e portati in salvo a Genova.

Nel 1914 venne trasferito a Napoli a dirigere il Gabinetto di Igiene e Batteriologia dell’Ospedale della Marina a Piedigrotta, un ambiente adatto alle sue ricerche che intendeva proseguire con una serie di nuovi studi, ma all’età di appena 45 anni, il 7 gennaio moriva improvvisamente colpito da un infarto.

Oggi, per onorare la sua opera di ricercatore, ci sono quattro strade a lui dedicate: a Campobasso, Roma, Napoli e Arzano; infine nel 2015, il Dipartimento di Medicina e Scienze della Salute dell’Università del Molise è stato ufficialmente intitolato a Vincenzo Tiberio.

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