Discontinuità

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La stagione che viviamo, ed è augurabile non diventi un’epoca pur sapendo che nel racconto futuro sarà epocale, ci richiama ad un realismo mai sperimentato se non in momenti di cesura e frattura della storia. Mai dal secondo dopoguerra l’intera umanità è stata coinvolta in una vicenda che travalica i confini e che tutti accomuna. Semmai il modo nel quale le leadership dei diversi paesi affrontano la vicenda potrà qualificarsi nella valutazione del dopo e del come tutto è stato affrontato. E’ però indiscutibile che quanto sta accadendo intorno a noi ci porti a vedere un prima in termini sociali, politici, sanitari e culturali ed un dopo, ovvero il momento nel quale la pandemia potrà essere considerata (se lo sarà) un momento tragico da ricordare come accadde anche in passato, nel secolo scorso.

Quel che avvertiamo è certamente uno stacco evidente tra queste due posizioni indicate e quindi una discontinuità, più che voluta necessitata. Il termine è allora questo che analizziamo come sempre con un occhio anche la presente del nostro paese. Dunque il vocabolo indica, secondo il dizionario, la mancanza di continuità, l’interruzione nel tempo o nello spazio: può trattarsi di discontinuità nel movimento, nella tradizione, di una superficie e via dicendo come sempre la parola interferendo con temi, luoghi, discipline le più varie. Anche in senso figurato si indica cosa che non sia continua, coerente, unitaria nelle sue manifestazioni o qualità. In questo ambito si dice di discontinuità di metodo, di tono, di stile di racconto, di discorso.

Sul fronte scientifico si parla di discontinuità. In fisica ad esempio indica la variazione brusca, nello spazio o nel tempo, di una grandezza fisica ed ecco allora il punto di discontinuità ossia ogni punto dello spazio in cui si verifichi una discontinuità di una determinata grandezza (per estensione anche riferito al diagramma della grandezza); Si ricorda la superficie o la linea di discontinuità per dare anche in senso figurativo, la dimensione rispettivamente e del luogo di punti di discontinuità.

Con accezioni particolari, sempre seguendo il dizionario, ci troviamo in meteorologia, dinanzi alla presenza di due masse contigue di aria a caratteri differenti, affiancate o sovrapposte, separate da una superficie detta appunto superficie di discontinuità. In geofisica, ad esempio la superficie di discontinuità sismica, descrivendo quelle che separano gli involucri concentrici, di diversa composizione chimico-mineralogica e di diverso stato fisico, che costituiscono il globo terrestre; queste superfici si dicono di primo o di secondo ordine, a seconda che ad esse corrisponda un cambiamento repentino o graduale di velocità delle onde sismiche. 

Poi, anche in matematica, si riscontra discontinuità di una funzione, punto in cui la funzione non è continua; in particolare di prima specie, se il limite della funzione in quel punto esiste ma è diverso dal valore della funzione nel punto stesso, di seconda specie, se tale limite non esiste.

Come sempre le parole mostrano l’intero caleidoscopio di possibili significati ed interpretazioni svelando il valore complessivo del concetto che ad esse sottende in tutti i campi nei quali il suo utilizzo è possibile e comprensibile.

Sin qui ci siamo occupati della discontinuità in qualche modo “visibile”, nel senso di un qualcosa, linea o punto e via dicendo, nel quale si colloca in evidenza il suo senso di distacco, distanza da ciò che circonda. Come sempre la riflessione tocca anche il livello concettuale e nel nostro caso quello della politica nazionale, esempio per così dire paradigmatico del concetto e della sua negazione.

Citando l’antico filosofo greco Eraclito, potremmo dire che “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Definizione perfetta per delineare l’evoluzione (o l’involuzione a seconda dei punti di vista) del tessuto politico e sociale nazionale. Il primo in particolare quale fotografia del secondo. Ecco allora che il momento che viviamo sembrerebbe inclinare verso un’evidente discontinuità con il passato resa necessaria dalla opportunità di una stagione costituente in termini economici e di sistema pur scaturita dall’emergenza pandemica. Tutti ne discettano, tutti ne parlano come una sorta di panacea dei nostri mali e dei nostri ritardi. Dovremmo allora essere ottimisti verso il futuro immaginando una rigenerazione del tessuto politico in virtù della discontinuità? La sfida potrebbe essere avvincente se non fosse chiaro che leader ed elite politiche vedono l’attuale gestione del governo come una parentesi, importante, incidente, ma una parentesi, invece di una chiave di volta.

Volendo essere un po’ ironici, per molti deve “passà a ‘nuttata”, dunque arrivare ad un dopo dove riprendere vecchi ritmi, vecchi costumi, vecchi difetti! E’ augurabile che ciò non sia e che la distanza ormai creatasi sia riempita dal nuovo necessario e non dal vecchio rigenerato, magari anche ad arte e con competenza. Il secolo breve con le sue tragedie e le sue grandi aspirazioni è passato ma l’influenza delle sue ideologie non lo è ancora definitivamente. Lo scontro globale ha cambiato aspetto ma è sempre non un semplice lotta di sopravvivenza, quanto piuttosto un vero braccio di ferro per evitare la prevalenza di questo o di quel sistema in competizione. Anche in questo caso una sana e consapevole discontinuità potrebbe dare frutti positivi per l’umanità. Come sempre un sogno a occhi aperti, un’aspirazione e soprattutto per le giovani generazioni, una sfida, questa sì epocale per rimediare ai troppi danni di chi li ha preceduti ma che li ha anche dotati di strumenti inimmaginabili solo qualche decennio fa!   

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