Quando la finanza fa il bello e il cattivo tempo

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Cosa succede quando il mercato finanziario incrocia le necessità dei Paesi in via di sviluppo? E quando lo sviluppo incontra le esigenze di sostenibilità?

In un momento storico in cui perfino un bene primario come l’acqua è stato quotato in borsa, è lecito chiedersi in quale grado la finanza entri in gioco nel destino di quei Paesi dove i fattori legati alla sopravvivenza (non solo l’accesso all’acqua potabile ma anche, per esempio, la fornitura di elettricità o l’alfabetizzazione) sono una parte rilevante degli indici di sviluppo. Ne abbiamo parlato con la professoressa Maria Giuseppina Lucia, docente di Geografia politica ed economica all’Università di Torino.

Emerge, fin da subito, una potenzialità poco sfruttata. “Gli investimenti di capitale nei Paesi in via di sviluppo potrebbero migliorare notevolmente la situazione”, spiega, “ma dovrebbero essere integrati con investimenti in formazione. Abbiamo invece visto molti esempi negativi di grandi imprese che fanno investimenti diretti, ma escludendo completamente la comunità locale”.

Si stimola, in sostanza, uno sviluppo sterile, che non mette radici nel Paese di destinazione: “non si ha uno sviluppo locale, in grado di autoriprodursi; si rischia invece addirittura di destabilizzare l’organizzazione comunitaria precedente”. Ciò succede, per esempio, quando una multinazionale, che ha investito in un Paese, per motivazioni di convenienza si sposta in un Paese diverso, lasciando il primo Paese senza le risorse che avevano avuto fino a quel momento un impatto anche strutturale sull’economia locale.

“La finanza è uno strumento che può essere utile o dannoso”, riassume Lucia: “gli investimenti di capitale non dovrebbero pensare al profitto come fine assoluto ma considerare anche gli impatti sociali e ambientali”. Un esempio di strumento finanziario che riscontra spesso un impatto positivo dal punto di vista sociale è il microcredito.

Spiega Lucia: “Si tratta di una finanza dalle dimensione ridotte, basata sulla fiducia e sul sentimento di appartenenza alla comunità: le persone si impegnano a restituire il credito anche per mantenere una buona reputazione nella comunità”. Si crea un circolo virtuoso, in cui chi riceve un supporto economico è in grado di generare risvolti positivi per il resto della comunità, aprendo attività, stimolando il turismo e donando linfa vitale all’economia locale.

“Parliamo spesso di Africa”, continua Lucia, “perché è il paese più a rischio, più sottosviluppato rispetto ad altri, ma non dobbiamo immaginarlo come in degrado, come un insieme di Stati sempre in conflitto. Troviamo al contrario molti esempi virtuosi, soprattutto di giovani che sanno essere imprenditori di loro stessi”. È di vitale importanza intercettare e valorizzare le loro necessità: “Dobbiamo saper vedere questa capacità imprenditoriale e provvedere con investimenti nella formazione e con il trasferimento di tecnologie – non solo con fondi di assistenza”.

Un altro strumento a sostegno dei Paesi in via di sviluppo, non nuovo ma molto più sfruttato in tempi recenti, è quello della blended finance, oggi amministrato soprattutto dal network globale Convergence Finance. Si tratta di “una struttura circolare, in cui l’investitore pubblico e il filantropo si fanno garanti per assicurare agli investitori privati un ritorno economico”. Con le dovute restrizioni: “L’investimento in oggetto deve essere indirizzato all’impatto sociale, cioè finalizzato agli obiettivi di sviluppo sostenibile”.

Nonostante i fondi coinvolti siano ancora molto lontani dalla cifra prevista per realizzare i Sustainable Development Goals 2030 dell’ONU, la blended finance è stata in grado di mobilitare solo negli ultimi anni 152 miliardi di dollari verso lo sviluppo sostenibile, con una “suddivisione equa a seconda delle necessità dei singoli Paesi”.

La ripartizione settoriale degli investimenti, però, fa quantomeno sorgere qualche dubbio, a partire dai due settori che, insieme, attirano più della metà dei fondi: energia (26%) e servizi finanziari (25%). Sono pertanto ridotte le percentuali riservate agli altri settori: “La cosa che mi sembra molto critica”, afferma Lucia, “è che solo una percentuale molto piccola (il 16%) è destinata all’agricoltura: questi Paesi hanno bisogno di produrre in proprio il cibo che necessitano, perché le importazioni sono molto costose e i prezzi dei generi alimentari sono caratterizzati da molta volatilità. Ci sarebbe bisogno di maggiori investimenti nella produzione locale, per permettere loro di raggiungere la sicurezza e la sovranità alimentare”.

E continua: “Un altro punto critico riguarda la salute: i servizi sanitari sono coperti al 6%. Se consideriamo la situazione di questi Paesi e le loro malattie endemiche, si tratta di una percentuale molto scarsa rispetto ad altri settori. Ancora più bassa è la soglia degli investimenti nell’educazione e nella formazione (3%). Sarebbe necessario fare di più”.

Lo sviluppo locale dei Paesi in via di sviluppo è ostacolato anche da altre dinamiche strettamente legate al mercato finanziario: in particolare, alla finanziarizzazione delle derrate agricole e all’acquisto di terre da parte di Paesi sviluppati. Così riassume Lucia la prima dinamica: “Il grano e le altre derrate alimentari alla base dell’alimentazione umana, come il mais, vengono trattate alla stregua di titoli di azioni: chi li compra guadagna se il prezzo del grano è aumentato e perde se è diminuito”.

La conseguenza è una volatilità dei prezzi: “nel 2007-2008, gli investitori istituzionali, per far fronte al rischio della crisi finanziaria, hanno investito nelle derrate alimentari, facendo lievitare i prezzi”. Con risvolti drammaticamente impari in diverse parti del mondo: “se la spesa per gli alimentari è aumentata al 19% del reddito dei Paesi occidentali, nei Paesi in via di sviluppo il 90% del reddito doveva essere impiegato per soddisfare bisogni alimentari”.

L’insicurezza alimentare è ulteriormente aggravata dalla seconda dinamica introdotta, “il fenomeno recente dell’acquisto di terre da parte dei Paesi occidentali ma anche da parte dei Paesi emergenti, come la Cina o i Paesi produttori di petrolio, ricchi di materie prime ma poveri di suolo: ciò toglie possibilità all’agricoltura locale e manifesta dei paradossi, per cui un Paese esporta derrate alimentari ma all’interno necessita di sostentamento”.

L’unica svolta possibile è collaborare, a livello globale, per incorporare nelle dinamiche di sviluppo una prospettiva sostenibile: “si deve passare dalla visione tradizionale, che considera il solo profitto, a una visione più ampia, più complessa – una visione green”. Questo riguarda sia il settore agricolo che quello industriale: “Quando ci si approccia all’innovazione di un prodotto si deve avere presente tutto il suo ciclo di vita: dall’ideazione del prodotto, al design, al suo scopo, alla sua durata, al suo smaltimento a fine vita”.

Lucia parla, in questo senso, di “innovazione sostenibile”, intendendo la previsione, in fase di progettazione di un prodotto, della possibilità di riciclo dell’intero prodotto o dei suoi componenti, così come l’ottimizzazione del consumo energetico per tutto il suo ciclo di vita.

Un concetto strettamente correlato è quello di “utilizzazione conservativa”, che può riferirsi sia a “un prodotto che, una volta giunto alla fine del suo ciclo di vita, può essere riutilizzato invece che smaltito” che alla natura nel suo complesso. Si deve, in sostanza, “ricostruire un equilibrio tra cosa si può chiedere ancora alla natura e cosa lei ci può dare, senza interrompere i cicli biologici naturali del nostro Pianeta”.

L’impegno deve giungere, secondo Lucia, non solo da parte dei produttori ma anche dei consumatori, che dovrebbero essere disponibili “a pagare il prezzo vero di un prodotto, che includa non solo il profitto dell’impresa ma anche i costi ambientali”. Un consumo responsabile, riassunto in un concetto doppio: “consumare meno, ma anche consumare meglio”.

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