Attesa

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Un anno fa, soltanto un anno fa, la sensazione comune di fronte all’apparire e al progredire senza ostacoli della pandemia, era lo stupore. Un moto dell’animo complesso fatto di timore di fronte all’ignoto, incertezza sul da farsi e su tutto il peso tragico della falcidia quotidiana che ha privato le nostre comunità di intere fasce generazionali, in quel momento le più esposte al virus.

Oggi, quella paura è sempre presente, è in un certo senso compagna di strada nella nostra quotidianità anche se con il virus ancora aggressivo e pieno di varianti, non può e non deve divenire consuetudine. Il momento, se possibile, è ancor più importante e cruciale per cercare ordinatamente di uscire dall’emergenza che ha piegato la società, compresso e impoverito l’economia distrutto quelle, poche, che sembravano certezze di prima dell’inizio della pandemia.

Lo stato d’animo che tutti pervade, allora si può definire di una sorta di sospensione dell’animo, di incertezza strutturale, con qualche elemento di maggior consapevolezza e delle possibili strade per uscire dall’impasse. Potremmo allora dire che la condizione di oggi è quella dell’attesa. Non è ancora dato sapere di che cosa, ma certamente il sentire comune è quello della via d’uscita da una condizione straniante, deformante e di grande sofferenza malgrado i molti modi nei quali ci si è ingegnati od organizzati per “passà a’nuttata”

Parliamo allora del termine.  Come il verbo del quale è sostantivo, indica l’azione o meglio lo status dell’attendere, e allo stesso tempo una sorta di quantificazione del tempo che si attende, del tempo che passa verso l’obiettivo al quale si tende o che si vorrebbe raggiungere. Con il vocabolo si intende anche lo stato d’animo di chi attende, cioè il desiderio, l’ansia con cui si attende un evento. Attesa che può avere successo, oppure andare delusa e simili. E’ assai comune la locuzione, l’avverbio, ovvero la condizione di chi sta aspettando. Frasi simili ricorrono nelle comunicazioni interpersonali o in quelle di ufficio come ad esempio “in attesa di sue comunicazioni” e via dicendo, come quando si dice in attesa di tue notizie ti arrivino i miei saluti.

Esiste anche una più recente espressione che si può definire “di attesa”  quando ad esempio in contesti sociali o di gruppo si aspetta il compiersi di qualcosa, l’arrivo di qualcuno  e simili. Anche in politica, per non allontanarsi troppo dal terreno sul quale spesso svolgiamo le nostre riflessioni, si sente spesso parlare di situazioni di attesa, ovvero non definite né definitive.

Anche nel linguaggio tecnico, definisce ad esempio attesa in blocco, nella telefonia quella che si ha quando un centralino, nel corso di una comunicazione esterna, effettua un collegamento con un apparecchio interno, pur mantenendo in blocco la linea con l’esterno. Ancora, in informatica, si parla di tempo di attesa di una memoria intendendo l’intervallo di tempo che trascorre dal momento in cui l’unità centrale del calcolatore ordina un trasferimento da o verso la memoria e il momento in cui esso comincia.

Esiste poi anche una locuzione sindacale quando si parla di lavoro di semplice attesa in contrapposizione  a lavoro effettivo, in riferimento al tipo di prestazione che per la sua stessa natura (di autista privato, di fattorino, ma anche di semplice gestore di un’attività commerciale o al pubblico, impone degli intervalli d’inattività.

Per converso con attesa si indica anche la cosa che si attende, un significato corrente in statistica; precisamente, per una variabile casuale ai singoli valori della quale può essere assegnata una probabilità di occorrenza, attesa  è il valore con probabilità maggiore, detto anche attesa matematica, speranza matematica, valore di attesa e via dicendo.

Lo status dell’attesa può anche essere condizionato da una variabile casuale se essa è precisabile soltanto specificando il valore di un’altra variabile casuale. Insomma tra caso e causa esiste sempre la possibilità di un’attesa.

Tra gli elementi interessanti dell’attesa, soprattutto in termini personali o sociali vi è la particolarità che sovente essa ci porta a fare considerazioni altrimenti superate dall’attualità, ci consiglia in certo senso, ci aiuta a riflettere sulla nostra condizione, sulle nostre aspettative, sulle possibilità reali alle quali ci troviamo dinanzi e con le quali dovremmo interagire. Ecco allora che in questo senso l’atto di attendere, il senso dell’attendere, può avere anche connotati positivi e non soltanto di sofferenza. Una volta toccato il fondo si usa dire, si può soltanto risalire. Attendere in modo operoso, chiarendo a se stessi priorità, desideri, obiettivi, può risultare fecondo. Un ottimismo della ragione per così dire che ci impone di guardare avanti ma che senza l’aspettativa di qualcosa di migliore e dunque senza un habitus emozionale può essere poca cosa. L’umanità non è mai stata immobile, ogni volta che questo è avvenuto la regressione o la rovina erano dietro l’angolo e il moto di reazione ha fatto ripartire la storia sia del singolo che delle comunità. Una tensione ineliminabile che deve ovviamente sempre essere contemperata dalla logica, dalla prudenza, dalla saggezza ma lasciata dispiegare i suoi effetti migliori! Solo così essa non sarà stata vana!

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