Disagio

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E’ come un fiume carsico che affonda nella terra e poi riappare e scompare, ma esiste ed è reale, così come i segni del tempo o della consunzione appaiono nella trama di un tessuto molto usato. Il buon uso e la manutenzione costante e attenta, ne attenuano il degrado, ma esso fa parte della realtà della vita e delle cose. E, prima o poi. dà segnali della sua presenza ed immanenza.

Parliamo di un termine che sovente si utilizza anche a sproposito, ma che nella stagione presente mostra tutte le sue caratteristiche che ne consentono la individuazione senza troppe incertezze. Questo vocabolo è diṡàgio, parola come molte volte nella nostra lingua e non solo composta da un prefisso “dis” che ha connotati di negatività e di privazione e dalla parola “agio” che potremmo tradurre come stato di comodità, di assenza di asperità sia fisiche che psichiche. Letteralmente come dice il dizionario indica proprio la mancanza di agi, di comodità, quindi indica una condizione o situazione incomoda che può essere fonte di sofferenza, di sopportazione, di patimento, comunque di ristrettezza in senso ampio del vivere. Altro significato possibile quello di senso di pena e di molestia provato per l’incapacità di adattarsi a un ambiente, a una situazione, anche per motivi morali, o più genericamente. senso d’imbarazzo. Ancora si può utilizzare per descrivere la mancanza, l’assenza di una cosa necessaria od opportuna.

Come abbiamo detto il senso più prossimo è quello di uno stato di sofferenza e di patimento. Nella lingua greca una condizione che indica sia la sopportazione , sia la spinta emozionale verso qualcosa. Significato che ritroviamo anche nel latino dove tuttavia indica molto più spesso la condizione negativa del patire, appunto. Anche nel senso di consentire, ammettere, oppure sopportare, tollerare. In questo ambito si avvicina e quasi si coniuga con il disagio dal quale siamo partiti  come condizione in cui si prova, si subisce, si sperimenta qualcosa di spiacevole che possa in sé anche recare dolore, danno, offesa e via dicendo, investendo con ciò gran parte delle situazioni nella quali si svolge la vita sociale e personale. Oppure indica anche lo stato nel quale ci si viene a trovare. Può avere diverse gradazioni sia accentuate che attenuate dove allora si parla di incomodo, dispiacere, privazione di qualcosa o di qualcuno.

Una breve disamina della parola, dei suoi significati, dello scenario che essa – come ogni termine linguistico – porta con sé e che costituisce l’ossatura delle nostre espressioni, del nostro dialogo o bisogno di dialogare. Spesso il disagio, la sofferenza creano anche uno status di distanza, di bisogno di non condivisione, oppure il senso opposto. Un caleidoscopio che si riscontra oggi, nel mezzo della pandemia e dei sui molti aspetti e che assume molti diversi significati personali e di collettività.

Ogni giorno, insieme allo snocciolarsi lento ma inesorabile dei dati sullo stato della pandemia assistiamo oggi anche al convulso affastellarsi di quelli relativi alle vaccinazioni. Da oltre un anno ogni giorno siamo afflitti dai numeri di coloro che ci lasciano, da quanti soffrono, da quanti cercano di uscire dal tunnel e di ritrovare il senso di un’esistenza sconvolta. Numeri tragici ora e nel futuro per le conseguenze di dolore, patimento, privazione che porteranno sempre con sé. Quando un domani speriamo vicino ci risveglieremo con qualche certezza in più, il nostro animo sarà per sempre segnato e lacerato per il vuoto inesorabile lasciato da chi non c’è più. E questo è il senso dell’oggi per la sofferenza umana che siamo costretti a patire.

Esiste poi e dà manifestazioni sempre più evidenti anche se ancora simili al fiume delle doline e della gravine, anche un disagio sociale che riguarda chi resta e chi si trova dinanzi al danno perpetrato dalla pandemia e alle conseguenze personali, familiari, di gruppo. E qui ci misuriamo con un elemento di facile spiegazione ma di difficile previsione e interpretazione.

Non è solo il disagio di chi ha avuto una perdita personale, che vive preoccupazioni o reali privazioni sul lavoro, che patisce la distanza e l’assenza della condivisione e della socialità. E’ la sofferenza che l’indistinto che ci opprime non ci lascerà facilmente e di cui pagheremo il prezzo.

E’ ancora un corso d’acqua carsico che appare e scompare, ma la sua esistenza è sempre più evidente. Le esplosioni di collera improvvisa, gli episodi di cronaca sempre meno spiegabili con le consuete categorie sociologiche, mostrano come la tela della nostra collettività si stia indebolendo, mostri per così dire la trama più profonda, quella però che tiene insieme il tessuto. Segnali dunque di un disagio che prima che fisico, tecnico, materiale, rischia di divenire psicologico, di intaccare il substrato profondo del nostro vivere. Segnali che è bene non minimizzare e non relegare ad analisi e dibattiti da remoto. Perché è là, nelle nostre strade, nelle nostre piazze che serpeggia e si manifesta.

Ecco perché occorre un cambio di passo sempre più deciso e chiaro nelle decisioni del governo. Dopo la stagione delle elargizioni dai risultati discutibili (pensiamo al reddito di cittadinanza e simili) dopo quella dei ristori sempre in ritardo e sempre insufficienti perché si misurano con la ristrettezza della coperta della quale disponiamo e che neppure gli aiuti dall’Europa ancorché copiosi possono aiutare a ricomporre e a riparare, ora deve prevalere la stagione di una vera ricostruzione dove gli italiani siano chiamati in prima persona a dare il proprio contributo come avvenne nel secondo dopoguerra. Come allora ma possibilmente senza le molte troppe storture e contraddizioni occorre uno sguardo prospettico sul dopo che vogliamo avere. Ognuno deve essere chiamato a dare e contribuire e aiutato se ha bisogno ma non a galleggiare, ma ad agire.

E’ stato ricordato di recente, e sembra fatto apposta per questa stagione di difficoltà, l’ammonimento bonario ma deciso che formulò Alcide De Gasperi  oltre settanta anni fa per scuotere il paese devastato e piegato dalla guerra: “non abbiamo diritto alla disperazione”. Un monito, un’esortazione che dovremmo far nostro a tutti i livelli!

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