La plastica, un materiale che comincia a fare paura

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Nata per dare all’uomo infinite possibilità di progresso.

Il mondo, e non esageriamo, deve la rivoluzione industriale del XX secolo al nostro ingegnere chimico Giulio Natta. A lui venne attribuito nel 1963 il prestigioso Nobel per la scoperta del Polipropilene isotattico, parola difficile che significa semplicemente la plastica che usiamo tutti i giorni nelle nostre attività: dall’edilizia agli imballaggi, dai mobili alle auto, dagli elettrodomestici alle semplici bottiglie e cento altri usi, in pratica non c’è settore merceologico in cui non venga usata la plastica.

Un successo che allora, specialmente per noi italiani che uscivamo da una guerra devastante, significò il famoso boom economico e, per un Paese povero di materie prime come il nostro, potevamo finalmente fabbricare, costruire, realizzare oggetti e manufatti fino a pochi anni primi impensabili senza il ferro, l’acciaio o altre materie fondamentali, diventando in poco meno di dieci anni la quinta potenza industriale al mondo. Roba che oggi sembra fantascienza.  

Non solo, ma con l’uso della plastica si risparmiavano anche tante materie prime che di lì a poco si sarebbero probabilmente esaurite, non solo minerali, ma anche il legno e i suoi derivati, insomma con la plastica la Terra avrebbe ‘respirato’ di nuovo.

Da quel premio Nobel sono passati quasi sessant’anni e la plastica ormai è la padrona indiscussa della nostra vita, purtroppo, ciò che poteva essere una rivoluzione pacifica per il benessere dell’umanità si è dimostrata negli anni a venire una tragedia, specialmente per i suoi derivati: le micro polveri di plastica e, come vedremo, la parola tragedia non è assolutamente esagerata.

Uno studio pubblicato recentemente dalla prestigiosa rivista Science, ha dimostrato che ogni anno sulla Terra, insieme alla pioggia, cadono in media anche mille tonnellate di minuscole particelle di plastica. Per dare un esempio di quanto sia questa quantità pensate a una pioggia di 120 milioni di bottiglie polverizzate.

Nascoste al nostro sguardo per la loro piccolezza, queste polveri salgono nell’atmosfera ed agiscono come condensatori di piogge attirando intorno al loro nucleo il vapore acqueo per poi addensarsi, formando così le nuvole che daranno vita a piogge non certo sane, ma tossiche.

Un allarme lanciato da molti organismi internazionali a tutela dell’ambiente, o di ciò che resta, sappiamo che sul 98% dei campioni di pioggia e di aria prelevati in 14 mesi di ricerca in 11 località, tra le più isolate degli Stati Uniti, si è certificato il loro inquinamento da micro plastiche.

Non osiamo immaginare che risultati si potrebbero avere se l’indagine fosse stata svolta sull’intero Pianeta!

Ma di cosa sono fatte queste micro plastiche?

Solitamente provengono da prodotti vari come detergenti, dentifrici, cosmetici, vernici, ma possono derivare anche da prodotti che si usurano nel tempo come, ad esempio, pneumatici o stoffe sintetiche e, ancora, da oggetti di plastica che scartiamo come le famose bottiglie o le stoviglie monouso.

Ma quanto può incidere tutto ciò sulla nostra qualità della vita?

Molto, pensiamo solo che ogni grammo degli otto miliardi di tonnellate di plastiche prodotti in un anno, (l’equivalente di un miliardo di elefanti. Ndr), è ancora in circolazione nell’aria che respiriamo perché il prodotto in questione non si degrada praticamente mai, ma si riduce ancora in incalcolabili microscopici pezzi di plastica e con il tempo, invece di disperdersi e diventare innocui per la nostra salute, diventano pericolosi perché si dissolvono nell’aria senza perdere la loro carica di negatività, con tutto ciò che ne consegue per la salute, non solo degli uomini, ma anche delle specie animali e vegetali con cui coabitiamo sullo stesso Pianeta.

Pensiamo, per inciso, che solo un semplice lavaggio casalingo in lavatrice produce 700 mila fibre di microplastiche.

Inoltre, un calcolo per approssimazione indica in ben 125 trilioni le micro plastiche, una cifra che non si può quasi calcolare, disperse negli oceani, con tutte le conseguenze per la fauna marina e di conseguenza per la nostra catena alimentare.

Tutta questa quantità di prodotti plastici influenza evidentemente la nostra vita, il nostro ambiente e creando danni anche irreversibili alla nostra salute, sapendo che circa tre quarti dei prodotti plastici contiene vere e proprie sostanze tossiche come gli ftalati e il bisfenolo.

Come se ciò non bastasse queste micro particelle veicolano nel nostro organismo agenti nocivi come batteri, pesticidi o altre sostanze dannose, rilevati anche in prodotti base per l’alimentazione come sale e zucchero, ma anche in prodotti come la birra e nella carne dei polli.

A questo punto l’unica cosa da fare, davanti a tanto inquinamento, è bere almeno un buon bicchiere d’acqua fresca, ma, purtroppo, anche qui le cose non sono così salubri.

Accurati rilievi scientifici hanno dimostrato che l’84% dei campioni prelevati dall’acqua corrente nei cinque continenti contengono le micidiali particelle con più o meno incidenza e se pensate che a voi questo dato non interessa perché bevete l’acqua in bottiglia, sappiate che essa ne contiene ancora di più. Insomma, ogni anno ingoiamo 55 mila di queste particelle tra bevande e cibi vari e altre 25 mila le respiriamo con l’aria.

Per nostra fortuna, non tutte le particelle entrano in circolo nel nostro organismo, nella grande maggioranza il corpo le espelle naturalmente, ma una minima quantità pur sempre rimane nel corpo depositandosi nel cervello, nei reni, nel fegato e nei polmoni.

Proprio una ricerca italiana svolta dall’Ospedale del Bambin Gesù di Roma, ha verificato che questo materiale è stato trovato addirittura anche nel primo cibo dell’essere umano come il latte materno e nella placenta che avvolge il feto, con tutti problemi che questo significa per un sano sviluppo in futuro del bambino. Davanti a questi risultati così sconsolanti, ci permettiamo una considerazione: “Chissà se, con il senno di poi, il nostro Giulio Natta avrebbe ricevuto ancora il premio Nobel”. La plastica nata per dare all’uomo infinite possibilità con una migliore qualità della vita, si è trasformata negli anni in un vero inferno e ancora, secondo alcuni studi, siamo solo all’inizio del problema. È il caso proprio di dire: “Chi vivrà, vedrà”.

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