Il futuro dell’energia è nella condivisione

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Grazie alle comunità energetiche è possibile immaginare un nuovo sistema energetico, decentralizzato e democratico

È dagli anni ‘60 che, con un trend in crescita costante, viviamo al di sopra delle capacità della Terra. Si parla di deficit ecologico: la nostra impronta ecologica, vale a dire le risorse che consumiamo, supera la “biocapacità”, cioè la capacità delle risorse naturali di rigenerarsi. I calcoli attuali, riferiti alle previsioni per il 2021, ci dicono che il nostro tenore di vita sarebbe sostenibile se avessimo a disposizione 1,7 pianeti.

Questo in media. Se invece calcoliamo solo i consumi del Bel Paese, la situazione è ancora più drammatica. Secondo il Global Footprint Network, un centro di ricerca che da anni calcola l’impronta ecologica globale, se in tutto il mondo si registrasse lo stesso livello di consumi di risorse raggiunto dagli italiani, alla specie umana servirebbero quasi tre Terre.

Saremmo, in breve, quasi prossimi alla data di scadenza delle risorse a nostra disposizione: l’Overshoot Day (la data che segna il momento nel quale l’umanità consuma interamente le risorse prodotte dal Pianeta nell’intero anno) determinato dai consumi italiani cadrebbe il 13 maggio.

Le prospettive di speranza ci sono, ma sono ignote ai più. Secondo un recente sondaggio Ipsos, solo il 7% degli italiani dichiara di sapere bene cosa sono le comunità energetiche e, nonostante un riconoscimento dell’importanza del settore energetico nella risoluzione della crisi ambientale, permane un certo grado di scetticismo nei confronti delle energie rinnovabili, viste come opzioni lontane e ancora poco percorribili.

Eppure, lo scorso marzo, in un piccolo comune della provincia di Cuneo, Magliano Alpi, è stata inaugurata la prima Comunità energetica rinnovabile (Cer) d’Italia, aprifila per numerose altre amministrazioni che stanno avviando reti locali per la produzione democratica di energia.

La Cer di Magliano Alpi è stata ufficialmente costituita il 18 dicembre 2020 grazie al decreto Milleproroghe (n. 162/2019), che all’articolo 42 bis prevede la costituzione di comunità energetiche e di gruppi di autoconsumo collettivo. L’articolo ha recepito parzialmente in modo anticipato la direttiva europea “Red II” (2018/2001) sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili.

La normativa apre a due diverse forme di condivisione energetica: i soggetti di uno stesso edificio o condominio possono attivare forme di autoconsumo collettivo (ACC), mentre persone fisiche, piccole e medie imprese ed enti locali ubicati in un perimetro più ampio possono dar vita alle comunità energetiche. In entrambi i casi i cittadini diventano prosumer: al tempo stesso produttori e consumatori di energia pulita.

Il sistema non è certamente esente da debolezze.

Vengono, in particolare, imposti due limiti specifici: uno di potenza, fissato a 200 kW, che limita la partecipazione a circa 30-40 persone, e uno legato alla rete di distribuzione, che permette il coinvolgimento nella stessa comunità energetica solo di persone collegate alla stessa cabina secondaria di trasformazione, di fatto costringendo a progetti legati a una dimensione di quartiere o di piccolo Comune ed escludendo soggetti, come gli agricoltori e le imprese, che si allacciano alla media tensione.

Il decreto introduce inoltre una serie di incentivi, sotto forma di sconti fiscali, al consumo collettivo di energia (da 100 a 110 €/MWh), oltre al risparmio in bolletta dovuto ai minori costi di trasmissione (pari a ulteriori 50 €/MWh), mentre non prevede nessuna forma di incentivo alla produzione, privando di conseguenza le comunità energetiche di un importante fattore di sostenibilità economica.

Infine, la scelta del governo italiano di privilegiare il fotovoltaico porta con sé il rischio di limitare le zone dove le comunità energetiche potrebbero sorgere e diminuire il loro potenziale produttivo.

Al netto, però, delle sbavature normative, quella delle comunità energetiche rappresenta un’occasione unica di ripensare il sistema di distribuzione dell’energia. I consumatori, da passivi beneficiari di servizi, si riscoprono soggetti attivi nella valutazione delle scelte di consumo, e non solo: partecipano anche in prima persona alla generazione e allo stoccaggio dell’energia.

Il nuovo paradigma energetico non porta però solo benefici alla sfera sociale.

Lo studio “Il contributo delle comunità energetiche alla decarbonizzazione in Italia”, realizzato da Elemens per Legambiente, descrive lo scenario di sviluppo in Italia entro il 2030: il contributo portato dalle comunità energetiche in termini di nuova capacità rinnovabile può arrivare a 17,2 GW, coprendo il 30% circa dell’incremento di energia verde prevista dal PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) per allinearsi all’obiettivo europeo della neutralità carbonica entro il 2050.

Per una prospettiva ancora più ampia: uno studio del gruppo Aware sulle comunità energetiche, riportato da Economia Circolare, prevede che “a livello europeo, la decarbonizzazione delle città consentirebbe di ridurre le emissioni di CO2 di 263 Mt, di creare 680.000 nuovi posti di lavoro in settori come quello della mobilità elettrica, di guadagnare 36 miliardi di dollari in potenziali benefici per la salute grazie al miglioramento della qualità dell’aria, e una potenziale riduzione di 87 miliardi di litri dell’impronta idrica”.

Una vittoria su tutti i fronti.

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