Iran: il ritorno dei falchi

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Dopo gli otto anni di relativo riformismo contrassegnati dalla Presidenza di Hassan Rouhani, l’Iran torna sotto la guida delle frange più reazionarie del Paese. Le elezioni tenutesi lo scorso fine settimana hanno decretato il successo di Ebrahim Raisi, massimo esponente del sistema giudiziario iraniano e alfiere degli ultraconservatori vicini alla Guida Suprema l’Ayatollah Ali Khamenei. Una svolta reazionaria destinata a rendere ancor più difficile la pacificazione del Medio-Oriente e soprattutto a complicare i negoziati in corso a Vienna per ripristinare gli accordi in materia di proliferazione nucleare, congelati nell’era della presidenza americana di Donald Trump. Sono passati solo 6 anni da quel luglio del 2015 quando a Ginevra, dopo mesi di frenetiche trattative, si era giunti ad un accordo tra l’Iran e i 5 Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania, che avevano siglato un documento che di fatto congelava l’utilizzo militare dell’energia nucleare in cambio della revoca delle sanzioni economiche imposte dalla maggior parte dei Paesi occidentali. Un’intesa che avrebbe dovuto stemperare la tensione in tutta la regione ed allontanare lo spettro di un’azione mirata di Israele contro la filiera nucleare iraniana arrivata ad un passo dalla produzione di armi di distruzione di massa. Da allora però il clima si è fatto sempre più incandescente, a causa dell’ostilità di Trump, dell’attivismo iraniano nella guerra civile siriana e dei continui finanziamenti di armi e denaro da parte di Teheran al movimento sciita libanese degli Hezbollah. Nonostante questo l’ex Presidente Rouhani e il suo ministro degli esteri Javad Zarif, erano riusciti a tenere aperte le trattative, anche grazie alla volontà di dialogo dimostrata dall’Unione Europea. Ora, con la nomina dell’ultraconservatore Raisi alla massima carica politica iraniana, i colloqui in corso a Vienna sul dossier nucleare potrebbero ricevere il definitivo de profundis azzerando le speranze di proseguire sulla strada del dialogo. Alla luce dell’evoluzione politica iraniana, sarà fondamentale la presa di posizione del nuovo Premier israeliano Natali Bennet succeduto a Benjamin Netanyahu alla guida dello Stato Ebraico. Un uomo che ha spodestato l’uomo che fino a ieri sosteneva, creando una coalizione eterogenea con una labilissima maggioranza nella Knesset, il parlamento israeliano. Bennet ha dichiarato che il suo esecutivo si concentrerà soprattutto sulle questioni interne, ma la svolta a destra avvenuta con l’elezione di Raisi lo obbligherà a monitorare con la massima attenzione le prossime mosse di Teheran. Il nuovo Presidente iraniano infatti è considerato un uomo legatissimo al Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, l’organo da sempre indisposto a trattative in materia di sicurezza e pronto ad uno scontro frontale con Israele. Proprio il Consiglio dei Guardiani di fatto ha spianato la strada all’elezione di Ebrahim Raisi, estromettendo dalla tornata elettorale i candidati vicini ai movimenti moderati e riformisti, a cominciare dal vice del Presidente uscente Eshaq Jahangiri. Proprio per la mancanza di un vero leader alternativo le elezioni di domenica scorsa sono state dominate dal candidato dell’ultra destra che si è affermato al primo turno con il 62% dei consensi, distaccando di molti punti gli altri concorrenti. La tornata elettorale è stata quella con la minore affluenza dalla nascita della Repubblica Islamica nel 1979, con una partecipazione del 48,8% degli aventi diritto al voto. Un dato che segnala la profonda disaffezione di buona parte del popolo iraniano nei confronti della classe politica. Un sentimento esacerbato da una gravissima crisi economica e dall’epidemia di Covid-19  che in Iran si è abbattuta come un flagello per la totale impreparazione del sistema sanitario nazionale e della classe dirigente, che prima ha minimizzato la portata della pandemia e poi si è dimostrata inadeguata nella campagna di vaccinazione che tuttora stenta a decollare.

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