Un piede fuori dalla fossa

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Il tema dell’ultima riunione dei capi di governo del Commonwealth (doveva tenersi a giugno, ma è stata rinviata a causa del Covid-19) è “Delivering a Common Future: Connecting, Innovating, Transforming” (ovvero, “Consegnare un futuro comune: Collegare, innovare, trasformare”). Si terrà a Kigali e sarà ospitato da Paul Kagame, Presidente del Ruanda negli ultimi due decenni: prova sufficiente della sua buona reputazione continua in Occidente. In Gran Bretagna e oltre, gli si attribuisce il merito di aver posto fine al genocidio del 1994 – “uno dei più rapidi massacri della storia umana”, come lo descrive Michela Wrong – e di aver condotto il Ruanda alla pace e alla prosperità.

Questa eccellente reputazione ha fatto sì che raramente vengano poste domande sul coinvolgimento del suo governo nelle uccisioni e nella scomparsa di una lunga serie di oppositori politici. Dieci anni fa la polizia metropolitana ha ricevuto “informazioni affidabili” che due dissidenti ruandesi residenti a Londra erano stati presi di mira per essere assassinati. Gli uomini vennero avvertiti che avrebbero dovuto affrontare una “minaccia imminente!” che poteva arrivare “in qualsiasi forma”. Il governo britannico, secondo più grande donatore bilaterale del Ruanda, sospese i pagamenti degli aiuti – fino a quando Kagame rassicurò Andrew Mitchell, allora segretario di stato per lo sviluppo internazionale, che di non essere a conoscenza di tale minaccia. Mitchell era “incline a credergli”. Un rapporto di Human Rights Watch tre anni dopo ha documentato dieci casi di esuli ruandesi assassinati, rapiti o attaccati in Kenya, Sudafrica, Uganda e Regno Unito.

L’assassinio più noto – l’“omicidio politico” del sottotitolo di Wrong – fu quello di Patrick Karegeya, ex amico d’infanzia di Kagame, compagno d’armi e capo della sicurezza. Nel 2006 Kagame lo fece incarcerare per “insubordinazione” – e quello fu il suo secondo periodo di prigionia. Al suo rilascio fuggì in Sudafrica e formò un partito di opposizione in esilio. Alla fine del 2013 venne attirato in una stanza d’albergo a Johannesburg da un socio d’affari della moglie di Kagame. Lì venne attaccato e strangolato a morte da un commando di tre uomini dell’esercito che erano arrivati il giorno prima. L’operazione parve essere stata modellata sull’assassinio del leader di Hamas Mahmoud al-Mabhou effettuato da agenti del Mossad in una stanza d’albergo a Dubai.

Karegeya doveva sapere cosa l’aspettava. Quando era ancora gli occhi e le orecchie di Kagame – “quello con cui parla in camera da letto”, come dicevano i suoi colleghi – era stato responsabile dell’uccisione dei nemici del Presidente ovunque si trovassero. Non ha tentato di negarlo: un paese piccolo, montuoso e senza sbocco sul mare come il Ruanda, il più densamente popolato del continente, non aveva “spazio per un’altra guerra” – quindi era vitale “prevenire la minaccia” dei molti esiliati disaffezionati raccolti ai suoi confini. A questo proposito, Karegeya ha sostenuto che “il Ruanda assomigliava a Israele, dove, quello che normalmente si chiama “omicidio” non è un crimine ma un atto di guerra con altri mezzi, che, se si fosse verificato in qualsiasi altra circostanza, avrebbe meritato congratulazioni e lodi”.

Il riferimento a Israele non era casuale. Nonostante rappresentasse solo il 15% della popolazione, i Tutsi, proprietari di bestiame, avevano governato il regno dalla metà del XVIII secolo, affermando il loro controllo attraverso l’attuazione di politiche discriminatorie contro gli Hutu. Questo stato di cose è continuato anche sotto il dominio coloniale, fino a quando nel 1959 il Belgio non trasferì inaspettatamente il potere alla maggioranza Hutu – descritta dal nipote di Karegeya come “sporca, scura, piccola e un po’ lenta”.

Una volta in possesso delle armi, gli hutu cominciarono ad uccidere i loro ex signori Tutsi; al momento dell’indipendenza formale nel 1962, più di centomila Tutsi erano fuggiti in esilio. Tra loro c’era Kagame, che aveva due anni e che attraversò la vicina Uganda con il padre, un commerciante di caffè che rifiutava di sporcarsi le mani, molto amareggiato: “Se scavo, morirò. Se non scavo, morirò lo stesso. Quindi lasciatemi morire”. Un popolo eletto, insomma, accerchiato dai nemici. “Mai più permetteremo un’uccisione di massa del nostro popolo”, disse Karegeya quando Wrong nel 2003 lo intervistò: “Non permetteremo mai più a nessuno di mettere un dito sulla testa di un Tutsi”.

Nei tre decenni successivi, un flusso costante di Tutsi perseguitati si unì agli esuli. Ma gli eventi stavano cominciando a cambiare in loro favore. Un movimento di guerriglia emerse in Uganda, sotto Yoweri Museveni, e giovani irrequieti come Kagame e Karegeya furono determinanti nel garantire la sua elezione alla Presidenza nel 1986. Poi rivolsero la loro attenzione al proprio paese.

Nel 1987 a Kampala venne fondato il Fronte Popolare Ruandese, che tre anni dopo avviò l’invasione del Ruanda. Le forze del RPF furono respinte ma si riorganizzarono in una remota area montuosa dell’Uganda, dove Museveni li rifornì di armi. Invasero di nuovo il Ruanda nel 1992, questa volta assicurandosi abbastanza territorio per portare il partito Hutu al tavolo dei negoziati. Nell’aprile del 1994, il Presidente del Ruanda, Juvénal Habyarimana, un hutu, stava tornando da un giro di colloqui in Tanzania quando il suo aereo venne abbattuto. Si scatenò l’inferno. Nel giro di un centinaio di giorni 800.000 tutsi e hutu moderati, sospettati di simpatizzare con il RPF, vennero massacrati, per lo più con machete e zappe. Il dieci per cento della popolazione ruandese fu spazzata via.

Come scrisse un giornalista americano nel periodo immediatamente successivo, al confronto, Pol Pot, con due milioni di persone assassinate in quattro anni in Cambogia negli anni ’70, sembrava essere un “dilettante”. Gli assassini erano incoraggiati dalle trasmissioni dei media di proprietà dello stato. Gli shock jock di Radio Télévision Libre des Mille Collines dicevano agli ascoltatori esattamente cosa fare se si fossero imbattuti in un “complice” (ibyitso) del RPF: “Schiacciatelo e assicuratevi che non sopravviva. Non lasciatelo uscire vivo”.

Ogni giornalista occidentale che ha indagato sulle conseguenze del genocidio può descrivere il momento in cui si è reso conto della portata e dell’orrore del massacro. Per Wrong, fu una domenica alla fine del 1994. Stava visitando una chiesa in “un luogo di una bellezza “da cartolina” che si affaccia sulle acque del lago Kivu” dove 11.000 persone erano state uccise. Mentre i parrocchiani lasciavano la funzione, notò che evitavano di guardare un cumulo di terra su un lato, da cui sporgeva “in modo paradossale, quasi ridicolo” una parte di una gamba umana. “Beh, ha un piede nella fossa”, osservò un legionario francese (che faceva parte di un’unità inviata tardivamente in Ruanda da un Mitterrand castigato).

Il genocidio finì quando il RPF catturò Kigali nel luglio 1994. A quel punto furono gli hutu a fuggire in massa: quasi due milioni andarono in Burundi, nella Repubblica Democratica del Congo e in Tanzania. Il RPF controllava il governo e il paese, ma come misura conciliante un hutu, Pasteur Bizimungu, venne insediato come presidente. Kagame assunse la vicepresidenza e il ministero della difesa, riuscendo ad esercitare una notevole quantità di potere.

Quattro anni dopo, assunse la presidenza del RPF in quello che i colleghi di partito definirono “un modo molto opaco”. Manipolò il parlamento per estromettere i legislatori scomodi e sostituì cinque dei sei giudici della Corte Suprema. Si assicurò il sostegno di un numero sufficiente di ministri e membri del parlamento per diventare Presidente nel 2000 dopo le dimissioni (presumibilmente forzate) di Bizimungu. Nella prima elezione presidenziale diretta del Ruanda, nel 2003, a seguito di una nuova costituzione che permetteva un mandato di sette anni, Kagame vinse con più del 90% dei voti. Vinse con un margine simile nel 2010 e di nuovo nel 2017 – questa volta dopo aver ottenuto un emendamento costituzionale che gli consente di governare fino al 2034. Niente di tutto ciò avrebbe sorpreso Karegeya, o il suo amico Kayumba Nyamwasa, noto come il Generale, un ex comandante dell’esercito ruandese che finora è sopravvissuto a due tentativi di assassinio.

Kagame, che ha ricevuto lauree ad honorem da università di tutta l’Africa e degli Stati Uniti, aveva finito completato il suo corso scolastico con voti mediocri. Si era unito agli innumerevoli giovani ruandesi che si prostituiscono per le strade di Kampala fino a quando un amico d’infanzia, diventato mentore, Fred Rwigyema, non lo introdusse al movimento di guerriglia dell’Uganda. Fu mandato ad un corso di spionaggio e raccolta di informazioni della durata di sette mesi. Rwigyema, che fu ucciso durante la prima incursione del RPF in Ruanda, riconobbe il potenziale di Kagame.

“Un puritano astemio”, scrive Wrong, Kagame “non sembrava mai abbassare la guardia, mantenendosi a debita distanza dagli uomini, che avevano l’impressione che stesse costantemente sommando i loro fallimenti personali”. Durante le operazioni di guerriglia in Uganda, chiedeva la pena di morte per i reati più lievi, come il far cadere qualcosa durante il movimento, o sgattaiolare via per una birra. Lui “leggeva i nomi di coloro che dovevano morire, e poi mandava dei gruppi in missione nelle loro unità per eseguire la sentenza”, guadagnandosi il soprannome di Pilato, a mente di Ponzio Pilato. Aveva inventiva. Una volta, quando i guerriglieri ritennero necessario sbarazzarsi di un fastidioso capo di una sotto-contea (che stava cercando di fermare la loro campagna di reclutamento), Kagame fece scrivere una lettera per ringraziare l’uomo per il suo prezioso sostegno. Fece in modo che alcuni dei suoi giovani combattenti si travestissero da scolari, andassero in bicicletta al più vicino posto di blocco dell’esercito ugandese e lasciassero la lettera incriminata sulla strada. L’uomo venne giustiziato pochi giorni dopo.

Nessuno sembra si sia mai affezionato a Kagame. Di lui sua madre ha detto “non posso chiamarlo e lui viene. Non posso controllarlo”. O come lo stesso Kagame ha detto di sé: “Dio mi ha creato in un modo molto strano”.

Nei quattro anni tra l’ascesa al potere di Museveni in Uganda e il lancio della loro guerriglia, Rwigyema, Nyamwasa, Karegeya e Kagame – i “ragazzi” di Museveni – hanno ricoperto posizioni importanti a Kampala come ricompensa per il loro servizio. Karegeya, “che apprezzava il mormorio delle voci e il tintinnio dei bicchieri”, li ospitava nel suo modesto bungalow con vista sulla città. Kagame non era sempre il benvenuto. “Non portatelo stasera”, diceva l’uno o l’altro. “Non abbiamo bisogno di questo stress. Rovina l’atmosfera”. Secondo la moglie di Karegeya, suo marito era “l’unico che lo sopportava”, l’unico a cui era permesso “raccontare barzellette sporche”, l’unico con cui Kagame “abbassava la guardia”. Lei lo detestava: “ho visto il vero carattere di Kagame venire fuori già allora … ordinava l’arresto di tutti gli uomini d’affari ugandesi solo perché avevano fatto soldi, chiamandoli “ladri”, e quando passava una bella donna la chiamava “puttana”.

Kagame sembra fosse stato duramente colpito dalle sue esperienze come rifugiato in Uganda. Gli veniva sempre rinfacciato, in un modo o nell’altro “che quello non era il suo posto e che non avrebbe dovuto essere lì”, ha ricordato. “Non c’è un posto che puoi chiamare veramente tuo”. Più tardi, quando arrivò al potere in Ruanda, stava dietro la porta dell’Ufficio di Gabinetto e prendeva a calci i ministri che arrivavano in ritardo, facendoli cadere a terra. Ai militari andava peggio. In un’occasione, arrivò in una caserma sotto scorta militare e si mise a frustare gli alti comandanti. “Ci volle l’intero pomeriggio”, ha ricordato un testimone oculare. “Ufficiali picchiati di fronte ai loro stessi subordinati … Andava contro ogni principio di leadership”.

Karegeya, che era stato a capo dell’intelligence estera dopo la presa di potere del RPF, era sempre più turbato dal comportamento di Kagame e dalla sua fame di potere. Il Presidente era sempre veloce a sospettare la slealtà, e sensibile ai sussurri intorno a lui. Quando una voce lo raggiunse che il loro vecchio compagno Nyamwasa era coinvolto in un complotto per far cadere il governo, Karegeya gli disse che era una sciocchezza – una risposta che alimentò solo la paranoia di Kagame. Karegeya fu punito con il suo primo periodo in prigione.

Le circostanze che circondano la morte di Rwigyema sono meno chiare. Un “Hector magro, dalla pelle liscia e autoironico”, era ammirato dai suoi uomini per il suo “coraggio quasi suicida” e la sua gentilezza – avrebbe chiesto pietà quando Kagame voleva il sangue. Un amico che andò con lui ad una partita di calcio a Kampala ricorda l’accoglienza al suo arrivo: “E’ stato incredibile. Lo stadio è esploso. La gente era in piedi nei corridoi, gridando il suo nome. Era il nostro uomo, il nostro eroe. La reazione fu così travolgente che il calcio d’inizio dovette essere ritardato di cinque minuti”. In breve, era l’antitesi di Kagame: “Fred aveva una personalità completamente diversa”, ha detto Karegeya. “Era inclusivo. Abbracciava tutti, non li respingeva”.

Molti ruandesi credono ancora che la morte di Rwigyema sul campo di battaglia sia stata in realtà un assassinio eseguito su ordine di Kagame. Quello che è certo è che Kagame non sopportava chiunque fosse popolare. “Chi ti credi di essere?” disse a Karegeya dopo essere stato rilasciato dalla prigione. “Ovunque io vada, la gente chiede di te”. La first lady, Jeannette Kagame, disse alla moglie di Karegeya che la colpa era solo sua. “Abbiamo cercato di metterti in guardia su Fred Rwigyema e tu non ci hai ascoltato. Se mio marito non fosse stato un uomo tollerante, saresti già morto”.

Lo fu presto. Un’inchiesta in Sudafrica ha accertato che la morte di Karegeya era coerente con le caratteristiche di uno strangolamento con corda, ed era stata effettuata da persone note agli investigatori. Il dipartimento di giustizia ruandese ha emesso mandati di arresto contro due degli uomini sulla base di prove “schiaccianti”. (Il Sudafrica sta ancora cercando la loro estradizione dal Ruanda).

Quanti altri sono stati uccisi per ordine di Kagame? Karegeya, che sapeva meglio di chiunque altro dove sono sepolti i corpi, ha affermato che è stato Kagame ad ordinare l’attacco all’aereo del presidente Habyarimana, provocando il conflitto che era sicuro sarebbe seguito. Nel 2006 un giudice antiterrorismo francese, esaminando una richiesta presentata dalle famiglie dei piloti morti e dell’ingegnere di volo, ha emesso mandati di arresto contro nove dei più stretti collaboratori di Kagame, ma non contro Kagame stesso. Come capo di stato gode dell’immunità.

Nel 2018 ribelli armati hanno effettuato una serie di incursioni vicino al confine del Ruanda con il Burundi. Nove persone sono state uccise. Si ritiene che i ribelli fossero membri del Fronte di Liberazione Nazionale, l’ala armata del Movimento Ruandese per il Cambiamento Democratico (MRCD), un gruppo di esuli impegnati a rovesciare Kagame. Lo scorso agosto, in risposta agli attacchi, le autorità ruandesi hanno arrestato Paul Rusesabagina, presidente del MRCD e ispiratore del film Hotel Rwanda – durante il genocidio, come direttore dell’hotel, ha salvato più di mille vite. Secondo Andrew Mitchell, ora consigliere anziano di una banca d’investimento di Kigali, Rusesabagina era complice degli attacchi dei ribelli. Mitchell non si è mostrato preoccupato del fatto che l’arresto violasse il diritto internazionale: il volo su cui si trovava da Dubai al Burundi era stato deviato a Kigali, dove poi era stato preso in custodia.

Rusesabagina, che Kagame considera un eroe “fabbricato”, “fatto in Europa o in America”, era stato un critico rumoroso del governo ruandese. Nel 2007 aveva denunciato Kagame a un tribunale internazionale per crimini di guerra, dicendo che il RPF aveva commesso uccisioni “per vendetta” durante il genocidio (un’affermazione sostenuta da una missione ONU in Ruanda). Dalla sua cella di prigione a Kigali ha detto che stava semplicemente sostenendo la massima pressione diplomatica da esercitare sul regime. Non è una distinzione che significa molto per Kagame. “Non si può tradire il Ruanda e non essere puniti per questo”, ha detto una volta.

Il rapimento di Rusesabagina mostra quanto poco importi a Kagame quello che pensa il mondo. Come ha detto, “quei wazungus [bianchi] fanno rumore ma col tempo se ne dimenticano”. Ha evitato con successo le critiche, in parte grazie al senso di colpa occidentale per il genocidio (un recente rapporto commissionato da Macron ha detto che la Francia ha una “responsabilità schiacciante”) e in parte implicando che le critiche sono un vestigio di condiscendenza coloniale.

Ma l’opinione occidentale potrebbe iniziare a rivoltarsi contro di lui, almeno se il libro di Wrong – e l’accoglienza favorevole che ha ricevuto – è qualcosa da cui partire. E la posizione di Kagame non è aiutata dai suoi risultati economici. Il presunto miracolo che ha fatto negli ultimi vent’anni si è rivelato una farsa. Ufficialmente, l’economia ruandese è cresciuta ad un tasso del 7% all’anno, ma secondo un anonimo statistico della Review of African Political Economy solo il Sud Sudan ha sperimentato “un aumento più veloce della povertà”. Due terzi della popolazione ora vive sotto la soglia di povertà, un aumento del 15 per cento in un decennio.

Il libro di Wrong è un resoconto di una ricerca esaustiva su “una piccola, affiatata élite … le cui vantate ambizioni shakespeariane hanno plasmato il destino della regione dei Grandi Laghi in Africa”. Ma a malapena intravediamo l’enorme numero di ruandesi travolti nel tumulto, mentre un conflitto segue l’altro. Questo è in parte perché Wrong si basa su così tante voci occidentali: il “veterano editore dell’autorevole newsletter Africa Confidential”, il “veterano investigatore dei diritti umani”, i cui rapporti “sono stati una spina nel fianco del regime nel corso degli anni”, il (presumibilmente veterano) diplomatico statunitense che considera Kagame “senza dubbio il politico più spietato che opera oggi in Africa”.

Dove sono i bollettini africani, i rapporti sui diritti umani e i diplomatici schietti? Come Wrong, ero a Gisenyi nel settembre 1996 quando circa 800.000 Hutu rientrarono in Ruanda dal Congo-DRC in dieci giorni, dopo essere fuggiti due anni prima, a causa della rinnovata violenza interetnica nella zona. Kagame era contento del loro ritorno: preferiva tenerli sotto l’occhio vigile della sua “linea dura, partito unico, stato di polizia segreta”, come lo descrive Wrong, piuttosto che averli a complottare dall’altra parte del confine.

Sono stato colpito dal grado di interesse occidentale. In anni di reportage in Africa ho avuto a che fare con la BBC, la CNN e la Reuters, ma mai con giornalisti del Baltimore Sun o del Philadelphia Inquirer. Non avevo mai visto 29 agenzie di aiuto riunite in una città di confine altrimenti insignificante. La situazione dei rimpatriati, dopo due anni terribili nella boscaglia congolese, era disperata. C’erano bambini separati dai loro genitori, ma troppo piccoli per sapere i loro nomi (gli operatori umanitari affiggevano le loro fotografie e speravano nel meglio). Ho visto una coppia di anziani che si tenevano per mano, un uomo che spingeva il suo amico in una carriola e una donna che cullava un bambino di un giorno mentre la gente entrava a migliaia a Gisenyi. Una sera presto mi sono avvicinato a un gruppo di una dozzina di persone che sostavano all’’ombra di un albero. Volevo dar loro dei soldi, ma la mia mano era appena uscita dalla tasca prima che uno di loro me la strappasse e io mi affrettassi a scappare. Non pensavano più che gli si potesse offrire aiuto.

Il genocidio era ancora fresco nella mente di tutti, eppure non era presente una sola organizzazione mediatica africana. Non c’erano membri della stampa nazionale dal Kenya, la potenza regionale, o dalla Nigeria, il “gigante” africano, o dal Sudafrica appena liberato. Questo era in gran parte l’Occidente che parlava da solo di ciò che doveva o non doveva fare. Un operatore umanitario ha informato i giornalisti: “Ci sono stati cinque morti ieri. Non è un gran numero. Tre di loro avevano meno di cinque anni”. In crisi di questo tipo rimaniamo invisibili a noi stessi perché non siamo riusciti a testimoniare il nostro continente e la nostra storia. Siamo complici della nostra condizione fantasma.

Adewale Maja-Pearce vive a Lagos. Legacies and Other Essays sarà pubblicato nel 2022.

https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n13/adewale-maja-pearce/one-foot-out-of-the-grave
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