Non cercare alibi ma pensare al paese

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E’ iniziato il semestre bianco del capo dello Stato. La politica in fibrillazione

In questo inizio di agosto, segnato non soltanto nel nostro paese da tragedie, dolore e lutti, in quello che venne definito quasi a liberarsene nella mente il secolo breve e i cui strascischi negativi si riverberano in quello che con pomposità abbiamo battezzato terzo millennio, la nostra mente dovrebbe andare con chiarezza ad impegnarci per costruire più che per dividere e osteggiare, comportamento in una società fondata sulla democrazia, che dovrebbe informare la condotta di tutti da chi governa a chi come cittadino deve dare il suo contributo al bene comune.

Il presidente della Repubblica, che lo scorso  martedì ha iniziato quello che viene definito semestre bianco, ovvero l’ultima parte del suo alto incarico, nella quale non può sciogliere la Camere – unico potere riconosciutogli nella pratica costituzionale – conserva intatto invece il valore del suo magistero a difesa delle istituzioni repubblicane e continua senza sosta a richiamare tutti al dovere di difendere nel concreto la repubblica senza lasciarsi andare ad interessi o pratiche personali o di parte. Gli interessi in gioco, non soltanto le risorse che ci vengono garantite dall’Europa, sono a fondamento di queste indicazioni e vanno considerate per loro valore ultimo non per l’aggiustamento temporaneo o temporale a vantaggio di questo o quello.

Il capo dello Stato ha ricordato le gravi stragi dell’estrema destra sui treni che insanguinarono tra la metà degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, il nostro paese provocando non soltanto dolori e lutti nelle persone, ma la sensazione evidente che qualche logica nascosta e anti democratica si ponesse come obiettivi quello di rovesciare le istituzioni. Quasi a contrappunto, il premier ha tolto i sigilli del segreto di stato alla imponente  documentazione  di quegli anni, mettendo il paese nella condizione di avanzare nella ricostruzione degli avvenimenti e nella certezza dell’attribuzione delle responsabilità, peraltro in molti casi acclarate.

Una responsabilità di altissimo valore, non una occasione di rimarcare posizioni, diktat, revisionismi, verità di comodo, ma la possibilità di comprendere appieno quei delittuosi avvenimenti, nei quali qualcuno nell’ombra progettò ed eseguì atti omicidi e stragisti arrogandosi i diritto di dare al paese una o l’altra direzione. Negli anni in cui parliamo e che culminarono negli attentati, il paese fu assalito anche dal terrorismo brigatista e dalla sua folle ed ottusa ideologia di parlare a nome del popolo e voler fare impossibili rivoluzioni. In entrambi i casi qualcuno si arrogò il potere di convincere con la violenza, il sangue, i lutti, l’odio verso il nemico di classe o meno i cittadini a scegliere qualcosa di interesse di chi agiva in tal modo. Il paese, il suo popolo seppe reagire positivamente ma a prezzo di tragedie e dolore che tuttora lasciano il segno. Poter avere qualche nuova indicazione su quegli anni  sarebbe per l’Italia un momento di cambiare pagina.

Ecco perché il magistero del presidente non ha il significato rituale di ricordare e condannare ciò che va ricordato e condannato, ma quello di richiamare in un presente difficile come quello che viviamo, la necessità morale di non perdere di vista quell’interesse comune che deve farci riprendere come paese in tutto e per tutto, in attuazione di quella Costituzione che troppo spesso viene sbandierata come gagliardetto di questo o quello, con ritualità spesso svuotate di senso, e che è invece nel suo cammino un sicuro punto di riferimento e la cui attuazione completa è ancora lungi dall’essere compiuta pur dopo oltre settant’anni di vita.

E’ a questo che si richiama il capo dello Stato. Come disse – o gli venne attribuito non si sa bene nella ricostruzione dei fatti – il presidente americano John Kennedy prima del suo Assassinio a Dallas – “non ti chiedere cosa il tuo paese può fare per te ma ciò che tu puoi fare per il tuo paese”.

I diritti vanno di pari passo con i doveri e chi vuole rappresentare il sentire e la volontà popolare non può mai dimenticare che ogni rivendicazione, ogni diritto che si reclama ha il suo contraltare in un dovere da compiere e che la libertà di ognuno ha il suo contemperamento in quella dell’altro.

Ecco allora che registrare ogni giorno come siamo costretti a fare noi giornalisti una sorta di fibrillazione perenne tra i partiti che scaricano sul terreno comune le proprie contraddizioni, che scambiano per bene comune il proprio, non fa bene al paese. E voler a tutti i costi regolare i conti in casa ora che il presidente non può avvalersi del massimo richiamo alla realtà e la condanna di cosa si è fatto, cioè lo scioglimento del Parlamento, rischia di trasformarsi in un comodo alibi per prendere tempo sulle proprie miserie e aggredire invece quelle altrui, mascherando il tutto attraverso i sondaggi come risposta a quello che i cittadini chiedono, senza specificare che sono i cittadini che dimostrano appoggio al proprio modo di sentire e non a quello dell’intero paese. Questa miopia se protratta in questi sei mesi appare deleteria per il futuro mentre in gioco c’è la salvezza e la ripresa di tutta la nazione.

La fibrillazione della politica non è la fibrillazione del Paese, o non lo è del tutto. Quindi quello che occorre è sì fermezza, sì convinzione delle proprie idee, ma anche farsi carico di quello che è e resta per tutti l’interesse del Paese. Molto di quello che vediamo ogni giorno diverge molto da questo fine e occorre accorgersene finché si è in tempo. Confusione, travisamento, parzialità, non sono valori da seguire ma da rifuggire, ogni giorno che passa. Solo così l’Italia potrà ritrovare unita il suo cammino e seguirlo senza tentennamenti!  

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