Quel che occorre all’Italia

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Il semestre bianco potrebbe essere un momento di riflessione sul futuro.

Se per un attimo la nostra attenzione si sposta dai temi dell’oggi: lavorare o meglio cercare, avere un lavoro, mantenerlo, andare o non andare in vacanza, come porsi di fronte alle vaccinazioni in corso, quale valutazione dare della certificazione verde che dovrebbe fare la differenza senza discriminare chi ne è privo, ci accorgiamo che viviamo in una situazione poco comprensibile e altamente confusa, come se i temi appena delineati poco prima fossero chiari ed intellegibili.

Solo che l’analisi deve necessariamente spostarsi a coloro che in qualche misura ci rappresentano o rappresentano qualcosa in politica e ai quali demanderemmo le risposte ai nodi cruciali che ci troviamo ad affrontare. Ed è qui che la nebbia non si dirada ancora, con il passare delle settimane, mentre è ormai cominciato il semestre bianco del presidente della Repubblica e dunque quella fase della legislatura connotata dalla impossibilità di scioglimento delle Camere. Il problema non è come si potrebbe pensare quello di chi salirà al Colle, di chi prenderà le redini della più alta magistratura nazionale, ma quale sarà lo scenario in cui questo avverrà.

Come sempre siamo costretti a notare una accentuata dicotomia tra il governo e le forze politiche che in Parlamento sono in maggioranza o all’opposizione. A volte si ha la sensazione che il ruolo delle une o delle altre sia confuso al netto delle dichiarazioni pubbliche che valgono quel che valgono. L’esecutivo non ha tempo per le mediazioni eterne, i distinguo tra i leader e le forze e i movimenti, può dedicare di più la propria attenzione alle forze sociali e alle loro priorità. Tuttavia, appare evidente che solo con il consenso è possibile pensare di andare avanti; e questo è anche esso ben presente.

Nelle mani del governo ci sono i dossier più importanti: la montagna di risorse che l’Unione Europea ha riconosciuto al nostro paese per il suo PNRR e la cui attuazione richiede decisioni rapide, incidenti nei settori di riferimento, diminuendo i ritardi e gli intoppi pena l’annullamento di quanto riconosciuto. Eppure, sentendo i temi e le affermazioni dei politici spesso si ha la sensazione che vivano in un altro paese. Da un lato abbiamo le contrapposizioni sui temi dell’emigrazione ormai disegnati soltanto con gli slogan mentre i barconi e il loro fardello umano continuano ad arrivare sulle coste nazionali. Da un lato quelli che vorrebbero solo respingere dall’altro quelli che vorrebbero solo accogliere. Sembra semplice, ma così non è; perché da un lato, chi vuole respingere parla a sua volta di accoglienza ma organicamente governata (strano concetto dato il suo atto di inizio al quale decenni di interventi non hanno posto limite); e dall’altro, si parla solo di accoglienza umanitaria lasciando in secondo piano che cosa queste migliaia di persone che percorrono il nostro paese possano fare, dove debbano andare e via dicendo, lasciando cioè il discorso all’umana pietas iniziale.

Esiste poi il gigantesco dossier del lavoro del sistema industriale, logistico, distributivo, quello della giustizia, quello della sanità messa duramente alla prova nella fase pandemica e sempre sotto stress. Su ognuno di essi le posizioni appaiono distanti e spesso ideologicamente condizionate. Pur nella morte delle ideologie il loro fantasma continua ad infestare il quadro impedendo di ragionare in termini concreti di necessità, di risposte, di prospettive soprattutto. Poi esistono i temi legati ai diritti umani, alle differenze di genere e ad una molteplicità di questioni collegate che è sempre più chiaro debbano essere affrontate. Solo che a volte si ha la sensazione della sindrome del calderone per così dire. Tutto viene buttato dentro, il momento è propizio per la sostanziale confusione. Ed in questa confusione a perdere sono gli stessi temi sui quali si vorrebbero interventi e in tempi brevi. Tutto e subito non è mai stata la filosofia vincente ma il sostanziale alibi con il quale si è andati avanti per decenni arrivando così al debito pubblico attuale che quasi per carità di patria nessuno nomina più, quasi ad esorcizzarlo, ma che è la con tutto il suo valore negativo, di condizione di fondo non espressa ma alla quale dobbiamo sempre guardare per capire il senso di quello che è necessario portare avanti.

Arrivano i soldi, è vero, ma in nessun caso si tratta di elargizioni o di regali. Sono risorse che possono essere cruciali per sbloccare il nostro paese ma che devono essere impiegate in stretto raccordo e senza mai pensare di ritornare alla facile distribuzione a pioggia per tacitare comunità o leadership locali.

I pesi che il sistema Italia si porta dietro sono tali che dimostrano soltanto la nostra riconosciuta e a volte temuta capacità di farcela nelle emergenze più che nelle situazioni normali.

Quel che occorre in questo momento delicato e fondamentale per il futuro è che le decisioni siano rapide, le destinazioni chiare e il controllo di quanto si va a fare costante e non episodico. Solo così si potranno evitare perdite di tempo, ritardi senza senso, azioni inconcludenti o soltanto parziali. Il paese si salva nella sua unità e complessità o non si salva. Ogni ragionamento di parte, ogni visione di parte deve tenere conto di questo punto di partenza per commisurare il proprio contributo e quello che si è in grado di dare in questa difficile ma importante stagione da cui può nascere un paese diverso e più moderno (pur nel riconoscimento della sua grandezza storica e culturale), più efficiente e più adatto a dare il suo indubbio e valido aiuto alle dinamiche internazionali nelle quali saremo sempre impegnati!

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